Aborto, non solo Irlanda: i fronti aperti in Europa
Francesca De benedetti , di FRANCESCA DE BENEDETTISulla carta il diritto all'interruzione alla gravidanza è diffuso in quasi tutta la Ue. Ma resistenze e tentativi di limitazione stanno crescendo ovunque
Nell'Europa dei diritti, anche il diritto ad abortire è riconosciuto quasi ovunque - eppure, mai come in questa fase, è sotto attacco. Ne sanno qualcosa le donne polacche: avevano invaso le strade di Varsavia e di Cracovia, due anni fa, vestite di nero, a centinaia di migliaia, con numeri mai visti prima nella cattolicissima Polonia, per una protesta di questo tipo. Ed erano riuscite ad impedire la mossa del partito di governo, il Pis, che voleva vietare completamente l'aborto. Ma due anni dopo, questa primavera, spenti i riflettori, il parlamento polacco ci ha provato di nuovo, a imporre nuove restrizioni.
E non sempre c'è bisogno di cambiare le leggi, per far tornare indietro l'orologio. Un esempio? Il governo di Viktor Orbán, nell'Ungheria capofila del blocco di Visegrád, pur senza vietare del tutto l'interruzione di gravidanza, ha introdotto nella Costituzione il principio della difesa dell'embrione sin dal concepimen…
E non sempre c'è bisogno di cambiare le leggi, per far tornare indietro l'orologio. Un esempio? Il governo di Viktor Orbán, nell'Ungheria capofila del blocco di Visegrád, pur senza vietare del tutto l'interruzione di gravidanza, ha introdotto nella Costituzione il principio della difesa dell'embrione sin dal concepimen…
Nell'Europa dei diritti, anche il diritto ad abortire è riconosciuto quasi ovunque - eppure, mai come in questa fase, è sotto attacco. Ne sanno qualcosa le donne polacche: avevano invaso le strade di Varsavia e di Cracovia, due anni fa, vestite di nero, a centinaia di migliaia, con numeri mai visti prima nella cattolicissima Polonia, per una protesta di questo tipo. Ed erano riuscite ad impedire la mossa del partito di governo, il Pis, che voleva vietare completamente l'aborto. Ma due anni dopo, questa primavera, spenti i riflettori, il parlamento polacco ci ha provato di nuovo, a imporre nuove restrizioni.
E non sempre c'è bisogno di cambiare le leggi, per far tornare indietro l'orologio. Un esempio? Il governo di Viktor Orbán, nell'Ungheria capofila del blocco di Visegrád, pur senza vietare del tutto l'interruzione di gravidanza, ha introdotto nella Costituzione il principio della difesa dell'embrione sin dal concepimento, ha ingaggiato campagne "pro-life" e finanziato generosamente i reparti di ostetricia di alcuni ospedali a condizione che non praticassero aborti.
Sulla carta - e sulla cartina d'Europa - il diritto all'aborto è ormai ampiamente diffuso. Nel vecchio continente, solo piccoli puntini fanno la differenza: oltre all'Irlanda del Nord e all'Irlanda che va al voto, la piccola Malta è l'isola del divieto per eccellenza; qui - non importa in quale condizione si trovi la donna - chi non rispetta la regola rischia fino a tre anni di galera. Nel resto d'Europa la possibilità di abortire, entro i primi tre mesi, è norma diffusa. Dopo, lo si può fare in condizioni particolari, come il rischio di vita per la madre, e in Danimarca - il Paese con la legislazione più liberale in materia - pure per ragioni socioeconomiche.
Ma la spinta per tornare indietro è forte. La europarlamentare finlandese Heidi Hautala, presidente dello European Parliamentary Forum on Population & Development, studi alla mano, ci riferisce di aver "rintracciato almeno 500 movimenti antiabortisti radicati nel continente. Hanno preso piede - spiega - a inizio anni Duemila, in Paesi come la Russia, e ora si stanno diffondendo sempre più anche in Europa, soprattutto in Polonia, Spagna, Slovacchia, Croazia, e pure in Francia, Germania, o da voi in Italia". Le spinte anti-aborto non riguardano infatti soltanto i Paesi più ad Est, o con una più forte tradizione cattolica, come la Polonia. Anche nella laicissima Francia, la questione è tornata di recente oggetto di dibattito. Alle scorse elezioni presidenziali, per esempio, la più giovane delle Le Pen, Marion Maréchal, ha speso parole forti contro l'aborto e si è battuta perché la sanità pubblica non garantisse più il servizio.
Su questo punto, la sintonia tra leader populisti supera la barriera dell'oceano: Donald Trump, che ha fatto del sostegno ai gruppi "pro-vita" uno dei suoi punti forti, sin dall'insediamento sta stringendo i cordoni della borsa, limitando i fondi legati al sostegno dell'interruzione di gravidanza. L'ultima mossa? La proposta, che risale proprio a pochi giorni fa, di tagliare il sostegno alle cliniche che promuovono l'interruzione, erogando fondi solo alle non abortiste.
E non sempre c'è bisogno di cambiare le leggi, per far tornare indietro l'orologio. Un esempio? Il governo di Viktor Orbán, nell'Ungheria capofila del blocco di Visegrád, pur senza vietare del tutto l'interruzione di gravidanza, ha introdotto nella Costituzione il principio della difesa dell'embrione sin dal concepimento, ha ingaggiato campagne "pro-life" e finanziato generosamente i reparti di ostetricia di alcuni ospedali a condizione che non praticassero aborti.
Sulla carta - e sulla cartina d'Europa - il diritto all'aborto è ormai ampiamente diffuso. Nel vecchio continente, solo piccoli puntini fanno la differenza: oltre all'Irlanda del Nord e all'Irlanda che va al voto, la piccola Malta è l'isola del divieto per eccellenza; qui - non importa in quale condizione si trovi la donna - chi non rispetta la regola rischia fino a tre anni di galera. Nel resto d'Europa la possibilità di abortire, entro i primi tre mesi, è norma diffusa. Dopo, lo si può fare in condizioni particolari, come il rischio di vita per la madre, e in Danimarca - il Paese con la legislazione più liberale in materia - pure per ragioni socioeconomiche.
Ma la spinta per tornare indietro è forte. La europarlamentare finlandese Heidi Hautala, presidente dello European Parliamentary Forum on Population & Development, studi alla mano, ci riferisce di aver "rintracciato almeno 500 movimenti antiabortisti radicati nel continente. Hanno preso piede - spiega - a inizio anni Duemila, in Paesi come la Russia, e ora si stanno diffondendo sempre più anche in Europa, soprattutto in Polonia, Spagna, Slovacchia, Croazia, e pure in Francia, Germania, o da voi in Italia". Le spinte anti-aborto non riguardano infatti soltanto i Paesi più ad Est, o con una più forte tradizione cattolica, come la Polonia. Anche nella laicissima Francia, la questione è tornata di recente oggetto di dibattito. Alle scorse elezioni presidenziali, per esempio, la più giovane delle Le Pen, Marion Maréchal, ha speso parole forti contro l'aborto e si è battuta perché la sanità pubblica non garantisse più il servizio.
Su questo punto, la sintonia tra leader populisti supera la barriera dell'oceano: Donald Trump, che ha fatto del sostegno ai gruppi "pro-vita" uno dei suoi punti forti, sin dall'insediamento sta stringendo i cordoni della borsa, limitando i fondi legati al sostegno dell'interruzione di gravidanza. L'ultima mossa? La proposta, che risale proprio a pochi giorni fa, di tagliare il sostegno alle cliniche che promuovono l'interruzione, erogando fondi solo alle non abortiste.