Viaggio nel paradiso ambientale indonesiano a rischio per la deforestazione e il bracconaggio. I cuccioli usati come trofei
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BALIKPAPAN - Si ergono solitari, i pochi giganti sopravvissuti alle fiamme e alle motoseghe. Ma di questi alberi ciclopici che sovrastano ogni cosa, nelle tre ore di macchina che separano Balikpapan da Samarinda, nel Borneo orientale, ne conto appena una dozzina. Sono l'ultima testimonianza di quella che fino a pochi anni fa era una delle foreste più preziose e impenetrabili del pianeta, ma recentemente divorata da feroci disboscamenti a vantaggio delle multinazionali del legname e da incendi appiccati per fare spazio alle concessioni minerarie e alle piantagioni di palma da olio. "Se all'inizio del secolo la foresta primigenia ricopriva il 96% della superficie dell'isola, gli ultimi rilevamenti indicano che ne rimane, sì e no, il 45%, di cui solo il 18% è protetto da ulteriori devastazioni", dice Sunandar Trigunajasa, direttore della locale agenzia per la conservazione della fauna e della flora. "Soltanto nel 2016, il fuoco ne ha distru…
BALIKPAPAN - Si ergono solitari, i pochi giganti sopravvissuti alle fiamme e alle motoseghe. Ma di questi alberi ciclopici che sovrastano ogni cosa, nelle tre ore di macchina che separano Balikpapan da Samarinda, nel Borneo orientale, ne conto appena una dozzina. Sono l'ultima testimonianza di quella che fino a pochi anni fa era una delle foreste più preziose e impenetrabili del pianeta, ma recentemente divorata da feroci disboscamenti a vantaggio delle multinazionali del legname e da incendi appiccati per fare spazio alle concessioni minerarie e alle piantagioni di palma da olio. "Se all'inizio del secolo la foresta primigenia ricopriva il 96% della superficie dell'isola, gli ultimi rilevamenti indicano che ne rimane, sì e no, il 45%, di cui solo il 18% è protetto da ulteriori devastazioni", dice Sunandar Trigunajasa, direttore della locale agenzia per la conservazione della fauna e della flora. "Soltanto nel 2016, il fuoco ne ha distrutti 2,5 milioni di ettari, già sostituiti da sconfinate monoculture".
Orangutan in un'isola del delta del fiume Kahayan, Indonesia. (Ulet Ifansasti/The New York Times)
Solo un paio due volte riesco a scorgere un piccolo scampolo di giungla equatoriale, sempre assediato da piantagioni di ogni tipo di frutta esotica destinata all'esportazione o da hevea per il caucciù e alberi per la carta. E di continuo incrocio camion carichi delle pesanti pigne che portano i datteri da cui si estrae l'olio di palma. "E' la maledizione dell'Indonesia intera, che è diventata il Paese con la più grande superficie al mondo di piantagioni da palme da olio, per un totale di 17,5 milioni di ettari, di cui 10 milioni solo nel Borneo. A questo bisogna aggiungere l'enorme impatto ambientale, nel cuore della sua foresta, dell'intensivo sfruttamento delle miniere di carbone e di diamanti", aggiunge Trigunajasa, che ha appena aperto un call center dove segnalare gli innumerevoli sfregi inferti all'ambiente naturale.
Tra questi spicca il florido commercio illegale di orangutanghi cuccioli. Già, perché uno degli effetti perversi della deforestazione e quindi dell'accesso ai luoghi più remoti della giungla grazie alle nuove strade che oggi la percorrono, è l'aumento del bracconaggio. Come se non bastasse, tenere un piccolo orango in casa nella quarta isola più grande del pianeta va oggi di moda. "Grazie alle ong sul terreno e alla nostra rete d'informatori cerchiamo di individuare e recuperare i piccoli per poi riabituarli a vivere bradi, il che è un lavoro lungo e dall'esito incerto", spiega Rafna Sitompul, direttrice di un centro di recupero per questi primati finanziato dal governo di Giacarta. Con la Sitompul ci rechiamo in un villaggio in cui le è stata segnalata la presenza di un orango.
Lo troviamo in una casa su palafitte, ha solo tre mesi e s'aggrappa con forza al collo del suo proprietario che confonde questo comportamento istintivo con una manifestazione d'affetto. "E' così piccolo che verosimilmente morirà nei prossimi giorni, perché privato del latte materno", spiega la direttrice. "Negli ultimi cinque anni sono stati prelevati da questa giungla circa mille oranghi, molti di più rispetto ai 48 scimpanzé bonono e ai 98 gorilla catturati in quelle africane. E sono comunque cifre che non tengono conto né degli esemplari uccisi durante la cattura né quelli che muoiono in cattività né tanto meno quelli massacrati per la loro carne".
Fatto sta che l'International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha appena classificato l'orango nella categoria "drammaticamente a rischio", l'ultimo stadio delle specie in via di estinzione. Ovviamente, oltre agli oranghi è minacciato tutto il loro straordinario ecosistema, dove in un ettaro di foresta convivono duecento specie di alberi, e dove assieme al leopardo nebuloso vive anche la scimmia nasica, così chiamata per via della sua grossa appendice nasale pendula e che, in spregio agli antichi colonizzatori, gli indonesiani hanno ribattezzato monyet belanda, ossia scimmia olandese. Ora, se secondo il Wwf il territorio dell'orango è diminuito del 50% negli ultimi trent'anni, quello della nasica s'è ristretto del 30% solo tra il 2005 ei 2015. Questa giungla fiabesca ospita anche un rarissimo elefante, il più piccolo dei rinoceronti del pianeta, che è ormai quasi estinto, un timido delfino d'acqua dolce anche lui fortemente minacciato, e la rafflesia, che con un metro di diametro e un peso che supera i dieci chili è il fiore più grande che ci sia.
"La catastrofe del Borneo ha radici antiche, poiché ha inizio sotto il regime riformista di Suharto che negli anni Ottanta cominciò a cedere alle grosse aziende ma anche agli amici del presidente interi blocchi di giungla per riconvertirli", spiega la Sitompul. "Il disboscamento fu dapprincipio lento, per poi accelerare bruscamente all'inizio del secolo fino a raggiungere l'agghiacciante ritmo dei nostri giorni". C'è però un altro motivo che spiega questo enorme biocidio. E' la forte pressione demografica che soffoca la giungla del Borneo, anch'essa risalente a Suharto e alla sua sventurata politica della trasmigrasi: per unificare un Paese etnicamente diviso, il presidente incoraggiò una migrazione interna dall'affollatissima isola di Giava (che conta oggi 140 milioni di abitanti dei 255 milioni che fanno dell'Indonesia il quarto Paese più popoloso del pianeta) verso altre isole dell'arcipelago. "E' vero, l'attuale presidente Joko Widodo ha finora dimostrato di avere un cuore "verde". E sollecitato da un'opinione pubblica sempre più consapevole e dalle ong internazionali, dopo essere stato a lungo complice della deforestazione selvaggia il governo di Giacarta si sta finalmente muovendo per arginare questo scempio. Purtroppo, però, nessuno potrà far ricrescere la foresta distrutta".