Morire fa sempre paura. Era spaventoso vent’anni fa, è spaventoso adesso, e, sospetto, lo sarà anche fra cent’anni. Solo che fa paura in modi diversi.
A 18 anni hai paura perché sei appena uscito da sotto la gonnella di mamma. Non hai ancora visto il mondo. Non hai ancora vissuto. Assolutamente. Non hai ancora avuto nulla. Non hai ancora avuto un amore. A 18 anni praticamente sei ancora un bambino. Il mondo si spalanca davanti a te, un mondo così allettante, che ti chiama con tutti i suoi colori mentre tu devi morire. Senza averlo neanche visto. Senza averci vissuto. Senza aver lasciato una traccia di te. Senza aver lasciato figli. Senza continuare a vivere in loro. Il filo della vita, che si allungava da milioni di anni dai tuoi antenati, sarà spezzato. E questo provoca un’angoscia, una “chernukha” (brutto pensiero, ndt). Come quella frase nella “Sottile linea rossa”: “Avevo solo diciannove anni, ma stavo già così male”.
La prima guerra cecena per me è stata una disperazione, un’angoscia totale, una “chernukha” assoluta. Mi ha persino stravolto la memoria – ero andato in guerra in estate, quando in Cecenia era un tripudio di colori, ma la ricordo solo in bianco e nero. Come nei fermo immagine della cronaca. I colori nella memoria non sono rimasti. Per niente. Solo un’attesa nera di morte.
Ora la paura è già diversa. Non è così forte. In un modo o nell’altro ho trovato un equilibrio... Ora, almeno, ho prolungato la mia stirpe. Il filo della vita non sarà spezzato. Dopo tutto, cos’è l’immortalità, se non vivere nei nostri figli, giusto? Continuiamo a vivere in loro. Quindi almeno su questo sono tranquillo.
Ma fa paura il pensiero che non vedrai come cresce tuo figlio. Che non potrai abbracciarlo mai più. Che tua figlia non potrà mai più abbracciare te. Mi fa già pena.
Ma non c’è nulla da fare. È il prezzo della professione. È necessario esserne consapevoli. Bisogna capire che questo è il tuo lavoro, e cioè, se necessario, morirai.
Certo, morire fa paura. Sempre. Se qualcuno dice il contrario, non credetegli. E, per quanto mi riguarda, più si va avanti, più fa paura. Perché non si può sempre avere fortuna. Il limite della fortuna è limitato. Puoi aver fortuna una volta. Due. Cinque. Ma prima o poi arriverà il giorno che...
Ho visto come la gente veniva messa spalle al muro per essere fucilata. Anch’io sono stato messo con le spalle al muro. La vita non ti scorre davanti agli occhi, come dicono. Sono tutte balle. Io, personalmente, in quei momenti pensavo solo a una cosa: riuscirà a uccidermi al primo colpo oppure no? E, visto che ricaricava l’arma frettolosamente, capivo che non ci sarebbe riuscito.
In realtà, in quei momenti non hai paura della morte stessa – beh, la morte, pazienza, è come se qualcuno spegnesse la luce, tutto finirà se il colpo arriverà alla testa, non capirai nemmeno che sei morto. In realtà hai paura del dolore. Noi tutti abbiamo visto che cosa può fare un proiettile d’artiglieria a un corpo umano. Hai paura che resterai nel tuo involucro con una mascella divelta e che ansimerai per ore. Hai paura di sentire l’aria fredda che penetra nelle tue viscere. Sì, morire così fa davvero paura.
E poi fa pena che non vedrai il futuro. Perché, almeno io penso questo, viviamo in un tempo molto interessante. Un tempo di nuove svolte, nuove scoperte. Vorrei tanto poter campare altri centosessant'anni e poi morire probabilmente da qualche parte, magari nelle Valles Marineris su Marte. In realtà, il nostro compito è resistere fino a quel momento in cui prolungare la vita costerà un centinaio di dollari.
Ma quando ti trovi in guerra abbastanza a lungo... non è tanto quello che scompare, ma quello che si allontana sullo sfondo. Un mese o due, e quel mondo in cui hai figli, una casa, un futuro, diventa vago. L’unica cosa che rimane reale è ciò che c’è qui e ora.
Quando è morto Igor, un mio amico e compatriota, avrei voluto uccidere tutti, indiscriminatamente, con le mie mani – donne, bambini, vecchi ... E poi morire io stesso. Sono impazzito allora. Nel senso letterale. Mi sembrava di vedermi dall’esterno.
Non si diventa un buon soldato quando inizi a sparare con precisione o a lanciare granate lontano. Si diventa un buon soldato quando inizi a trattare la vita e la morte allo stesso modo, con uguale indifferenza. E oramai non t’importa più se sopravvivrai o morirai. È allora che la gente inizia a fare cose di cui l’essere umano sembra non essere capace. Quelle gesta che poi verranno chiamate “eroiche”. La tua vita non vale poi un copeco, a differenza di quella degli altri. Ma poi tornare è difficile. Per anni. Per decenni. Ad alcune persone per tornare non basta un’intera vita.
A diciott’anni, probabilmente è più facile. Chi ha fissato la leva a diciotto anni è stato molto furbo. A quell’età, è più facile manipolare le persone. C’è ancora romanticismo e sogni di eroismo. Non ci sono ancora responsabilità. Nessuna famiglia. Non si ha quasi nulla da perdere. È più facile farcire la testa di nobili slogan sul dovere, la Patria, il patriottismo, il valore.
A quarant’anni, non funziona più. A quarant’anni, diventi più prudente.
Io, per esempio, da tre anni non riuscirei mai a imporre a me stesso di tornare in guerra.
Un tempo ero un buon soldato. Ho raggiunto quella stadio.
Ora sono un cattivo soldato. Voglio vivere più che morire.
(La risposta di Arkadij Babchenko alla domanda “Adesso fa paura morire?” pubblicata un anno fa sul sito online “The Question”. Traduzione di Aleksej Tekhnenko)
A 18 anni hai paura perché sei appena uscito da sotto la gonnella di mamma. Non hai ancora visto il mondo. Non hai ancora vissuto. Assolutamente. Non hai ancora avuto nulla. Non hai ancora avuto un amore. A 18 anni praticamente sei ancora un bambino. Il mondo si spalanca davanti a te, un mondo così allettante, che ti chiama con tutti i suoi colori mentre tu devi morire. Senza averlo neanche visto. Senza averci vissuto. Senza aver lasciato una traccia di te. Senza aver lasciato figli. Senza continuare a vivere in loro. Il filo della vita, che si allungava da milioni di anni dai tuoi antenati, sarà spezzato. E questo provoca un’angoscia, una “chernukha” (brutto pensiero, ndt). Come quella frase nella “Sottile linea rossa”: “Avevo solo diciannove anni, ma stavo già così male”.
La prima guerra cecena per me è stata una disperazione, un’angoscia totale, una “chernukha” assoluta. Mi ha persino stravolto la memoria – ero andato in guerra in estate, quando in Cecenia era un tripudio di colori, ma la ricordo solo in bianco e nero. Come nei fermo immagine della cronaca. I colori nella memoria non sono rimasti. Per niente. Solo un’attesa nera di morte.
Ora la paura è già diversa. Non è così forte. In un modo o nell’altro ho trovato un equilibrio... Ora, almeno, ho prolungato la mia stirpe. Il filo della vita non sarà spezzato. Dopo tutto, cos’è l’immortalità, se non vivere nei nostri figli, giusto? Continuiamo a vivere in loro. Quindi almeno su questo sono tranquillo.
Ma fa paura il pensiero che non vedrai come cresce tuo figlio. Che non potrai abbracciarlo mai più. Che tua figlia non potrà mai più abbracciare te. Mi fa già pena.
Ma non c’è nulla da fare. È il prezzo della professione. È necessario esserne consapevoli. Bisogna capire che questo è il tuo lavoro, e cioè, se necessario, morirai.
Certo, morire fa paura. Sempre. Se qualcuno dice il contrario, non credetegli. E, per quanto mi riguarda, più si va avanti, più fa paura. Perché non si può sempre avere fortuna. Il limite della fortuna è limitato. Puoi aver fortuna una volta. Due. Cinque. Ma prima o poi arriverà il giorno che...
Ho visto come la gente veniva messa spalle al muro per essere fucilata. Anch’io sono stato messo con le spalle al muro. La vita non ti scorre davanti agli occhi, come dicono. Sono tutte balle. Io, personalmente, in quei momenti pensavo solo a una cosa: riuscirà a uccidermi al primo colpo oppure no? E, visto che ricaricava l’arma frettolosamente, capivo che non ci sarebbe riuscito.
In realtà, in quei momenti non hai paura della morte stessa – beh, la morte, pazienza, è come se qualcuno spegnesse la luce, tutto finirà se il colpo arriverà alla testa, non capirai nemmeno che sei morto. In realtà hai paura del dolore. Noi tutti abbiamo visto che cosa può fare un proiettile d’artiglieria a un corpo umano. Hai paura che resterai nel tuo involucro con una mascella divelta e che ansimerai per ore. Hai paura di sentire l’aria fredda che penetra nelle tue viscere. Sì, morire così fa davvero paura.
E poi fa pena che non vedrai il futuro. Perché, almeno io penso questo, viviamo in un tempo molto interessante. Un tempo di nuove svolte, nuove scoperte. Vorrei tanto poter campare altri centosessant'anni e poi morire probabilmente da qualche parte, magari nelle Valles Marineris su Marte. In realtà, il nostro compito è resistere fino a quel momento in cui prolungare la vita costerà un centinaio di dollari.
Ma quando ti trovi in guerra abbastanza a lungo... non è tanto quello che scompare, ma quello che si allontana sullo sfondo. Un mese o due, e quel mondo in cui hai figli, una casa, un futuro, diventa vago. L’unica cosa che rimane reale è ciò che c’è qui e ora.
Quando è morto Igor, un mio amico e compatriota, avrei voluto uccidere tutti, indiscriminatamente, con le mie mani – donne, bambini, vecchi ... E poi morire io stesso. Sono impazzito allora. Nel senso letterale. Mi sembrava di vedermi dall’esterno.
Non si diventa un buon soldato quando inizi a sparare con precisione o a lanciare granate lontano. Si diventa un buon soldato quando inizi a trattare la vita e la morte allo stesso modo, con uguale indifferenza. E oramai non t’importa più se sopravvivrai o morirai. È allora che la gente inizia a fare cose di cui l’essere umano sembra non essere capace. Quelle gesta che poi verranno chiamate “eroiche”. La tua vita non vale poi un copeco, a differenza di quella degli altri. Ma poi tornare è difficile. Per anni. Per decenni. Ad alcune persone per tornare non basta un’intera vita.
A diciott’anni, probabilmente è più facile. Chi ha fissato la leva a diciotto anni è stato molto furbo. A quell’età, è più facile manipolare le persone. C’è ancora romanticismo e sogni di eroismo. Non ci sono ancora responsabilità. Nessuna famiglia. Non si ha quasi nulla da perdere. È più facile farcire la testa di nobili slogan sul dovere, la Patria, il patriottismo, il valore.
A quarant’anni, non funziona più. A quarant’anni, diventi più prudente.
Io, per esempio, da tre anni non riuscirei mai a imporre a me stesso di tornare in guerra.
Un tempo ero un buon soldato. Ho raggiunto quella stadio.
Ora sono un cattivo soldato. Voglio vivere più che morire.
(La risposta di Arkadij Babchenko alla domanda “Adesso fa paura morire?” pubblicata un anno fa sul sito online “The Question”. Traduzione di Aleksej Tekhnenko)