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(reuters)

Crisi e svalutazione, il lato fragile di Erdogan

Il sultano di Ankara parla di miracolo economico ma la caduta della lira turca sul dollaro svela le difficoltà del paese. Lui anticipa le elezioni per non essere travolto dalle polemiche, e ora la paura è che tolga indipendenza alla banca centrale
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Qualche giorno fa Cumhuriyet, il giornale più liberal e più tartassato della Turchia, fotografava il disastro dell'economia turca con una vignetta. Un neonato spiegava perché era arrivato prematuro: "Non avevo scelta", esclamava il piccolo: "Il conto dell'ospedale è indicizzato sul dollaro!".

Per un dollaro la scorsa settimana si ottenevano 4,48 lire turche. Per l'euro 5,18. Un calo del 20% rispetto all'inizio del 2018. Il 34% in un anno. Un crollo. "Voi stranieri ora siete ricchi", sorride amaro Hakan, che fa il portiere d'albergo di una grande catena internazionale in un quartiere residenziale di Istanbul. Non è un caso che la Turchia fra venti giorni vada a elezioni, legislative e presidenziali insieme, che Recep Tayyip Erdogan ha voluto anticipate. Tutti gli osservatori concordano sul fatto che se le avesse tenute nel 2019, come da calendario, il rischio di perderle sarebbe stato forte. Adesso in…
Qualche giorno fa Cumhuriyet, il giornale più liberal e più tartassato della Turchia, fotografava il disastro dell'economia turca con una vignetta. Un neonato spiegava perché era arrivato prematuro: "Non avevo scelta", esclamava il piccolo: "Il conto dell'ospedale è indicizzato sul dollaro!".

Per un dollaro la scorsa settimana si ottenevano 4,48 lire turche. Per l'euro 5,18. Un calo del 20% rispetto all'inizio del 2018. Il 34% in un anno. Un crollo. "Voi stranieri ora siete ricchi", sorride amaro Hakan, che fa il portiere d'albergo di una grande catena internazionale in un quartiere residenziale di Istanbul. Non è un caso che la Turchia fra venti giorni vada a elezioni, legislative e presidenziali insieme, che Recep Tayyip Erdogan ha voluto anticipate. Tutti gli osservatori concordano sul fatto che se le avesse tenute nel 2019, come da calendario, il rischio di perderle sarebbe stato forte. Adesso invece il Sultano può comunque capitalizzare il consenso ottenuto con l'intervento armato sul cantone siriano di Afrin sgombrandolo dalla presenza di gruppi militari curdi. "Terroristi", per Ankara. Ma la ragione vera della chiamata alle urne è il tracollo dell'economia, che a lungo termine può costare molto caro all'uomo che in 16 anni di dominio assoluto ha portato il Paese alla ribalta internazionale, anche sotto il profilo economico e commerciale, ma i cui progetti sempre più magniloquenti rischiano di affossare la Turchia in una crisi definita "argentina".

Argentina come la depressione sofferta in questi giorni a Buenos Aires, e che molti ricordano come la stessa congiuntura negativa vissuta a braccetto dai due Paesi nel 2001. Moneta locale in caduta libera, deficit pubblico alle stelle, inflazione galoppante. Una sindrome che, per Ankara, solo un ministro delle Finanze di grande esperienza e coraggio come l'economista Kemal Dervis riuscì a evitare, intervenendo poderosamente a scongiurare il peggio e riportando il Paese a galla. Oggi lo sfidante presidenziale del Sultano, il repubblicano Muharrem Ince, critica Erdogan per i suoi megaprogetti, e lancia l'appello perché smetta di interferire nella politica monetaria della Banca centrale, impedendole per lungo tempo di alzare i tassi di interesse: "L'economia turca si sta per schiantare contro un muro".

Alla fine il Sultano, messo alle strette dal malumore della piazza (la gente ha sempre meno potere di acquisto e in campagna elettorale il fiuto del leader lo ha colto perfettamente) ha ceduto. Venerdì 25 maggio le autorità bancarie centrali hanno annunciato di avere completato il "processo di semplificazione" dei tassi d'interesse. Iniziativa anticipata in un incontro con un gruppo di investitori dal governatore della Banca centrale, Murat Cetinkaya, al quale ha partecipato anche il vice premier Mehmet Simsek, già ministro delle Finanze e figura di riferimento del governo per le politiche economiche. Simsek, oggi non più in sintonia con il leader (non si presenterà nemmeno più in Parlamento), assicura comunque l'impegno di Ankara al mantenimento della disciplina fiscale e al rispetto dell'economia di mercato, dopo le preoccupazioni emerse per le dichiarazioni del capo dello Stato sull'intenzione di rafforzare il controllo dell'esecutivo sulla politica monetaria della Banca centrale in caso di vittoria elettorale. Subito la lira turca si è almeno parzialmente ripresa, dopo i crolli verticali delle ultime settimane.

A Istanbul, dov'è la Borsa, gli economisti scherzano considerando proprio la reietta lira turca come la vera sola opposizione rimasta al Sultano. Di sicuro, è stata il suo formidabile avversario. Al quale il leader si è contrapposto con furore. Sentitosi finanche tradito dai suoi sodali di partito, Erdogan diceva tempo fa con l'abituale tono declamatorio: "Ci ha rattristato ascoltare alcuni dei nostri amici essere così negativi, e fare dichiarazioni che indicano la situazione economica della Turchia come problematica in occasioni pubbliche. C'è invece una storia di grande successo da raccontare. Abbiamo raggiunto l'11,2 per cento di crescita del Pil nel terzo quadrimestre del 2017. Però loro continuano a parlare di cose negative. Se i miei amici intendono dare vantaggi psicologici all'audience internazionale, non commettano l'errore di pensare che niente verrà dimenticato qui". E agli uomini d'affari turchi accusati di portare i loro capitali all'estero raddoppiava la minaccia: "Se qualcuno sta pensando di nascondere i propri asset all'estero invece di aumentare i loro investimenti qui, che si tratti di business o di commercio, non li dimenticheremo". Posizioni che hanno fatto inarcare più di un sopracciglio. Per non parlare di quando lo scorso aprile annunciò di avere proposto al G20 che "i prestiti si basino sull'oro" e non più sul dollaro, "perché il mondo è costantemente sotto la pressione del tasso di cambio".

Un'escalation. Fino alla sua visita a Londra, a maggio, dove un'intervista rilasciata a Bloomberg tv volta a rassicurare gli investitori della City si trasformava invece in un boomerang, con l'ammissione di voler assumere egli stesso un maggiore controllo della politica monetaria. Un segnale di allarme. Commentava Durmus Yilmaz, governatore centrale dal 2006 al 2011 e ora consulente di un gruppo politico appena nato, il Buon partito: "Anche la sola minaccia di interferenze politiche nel fissare i tassi di interesse danneggerà l'economia turca. Questa retorica è estremamente pericolosa e metterà la Turchia in una strada senza uscita. La Turchia ha provato la stessa vicenda nel 1994 ed è così che siamo finiti con una crisi in cui i tassi di interesse, che all'epoca i politici ritenevano troppo alti, hanno superato il 400%". Pure con il suo successore alla Banca centrale, Erdem Basci, il Sultano ha avuto un lungo scontro, premendo in tutti i modi per una riduzione dei tassi d'interesse. Alla fine Basci fu costretto a lasciare. Ma il problema non sembra risolto nemmeno con chi è arrivato dopo.
Per anni l'economia è stata il fiore all'occhiello di Erdogan. Crescita rampante e ricchezza pro capite triplicata nei suoi tre lustri al potere erano le bandiere da sventolare in faccia a chi agitava dubbi su libertà e democrazia in Turchia. Ma le sue analisi oggi appaiono semplificatorie. Come questa: "Alcuni dicono: "Troppa crescita non va bene". Perché? Perché sono gelosi. Non c'è altro motivo". A meno di 3 settimane dal voto presidenziale e parlamentare anticipato, è proprio l'economia turca - dipendente dai capitali esteri e con un disavanzo commerciale che non smette di crescere - a rischiare di trasformarsi in uno spauracchio. Per i tanti nemici del Sultano, nella possibile anticamera del baratro.