La sinistra a un bivio: due ricette per uscire dalla crisi
Fabio Galati , Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINI, FABIO GALATIIl declino visto dagli Usa e dall'Europa: doppia intervista al politologo (progressista) Mark Lilla e allo scrittore (marxista) Gérard Thomas
Cara sinistra guarda a destra
Mark Lilla, prof progressista figlio di operai, ha sconvolto i liberal accusandoli di aver perso contatto con la base per inseguire le minoranze. E sull’Italia e i 5 Stelle dice...Intervista di Federico Rampini
Da una parte l’espansione dell’immigrazione clandestina offre ai democratici una nuova categoria di ultimi per cui combattere, ora che la classe operaia li ha abbandonati per affidarsi alla protezione dei movimenti populisti. Dall’altra, i giovani ripiegati sul proprio io che vogliono comodamente impegnarsi con il mondo senza uscire dalla camera da letto possono impratichirsi con la politica identitaria nello spazio virtuale della rete, dove premere un tasto è considerato un atto rivoluzionario». Chi vuole capire le ragioni profonde della crisi della sinistra, dall’America all’Italia e in tutto l’Occidente, non può ignorare quest’analisi di Mark Lilla. Docente di storia alla Col…
Cara sinistra guarda a destra
Mark Lilla, prof progressista figlio di operai, ha sconvolto i liberal accusandoli di aver perso contatto con la base per inseguire le minoranze. E sull’Italia e i 5 Stelle dice...Intervista di Federico Rampini
Da una parte l’espansione dell’immigrazione clandestina offre ai democratici una nuova categoria di ultimi per cui combattere, ora che la classe operaia li ha abbandonati per affidarsi alla protezione dei movimenti populisti. Dall’altra, i giovani ripiegati sul proprio io che vogliono comodamente impegnarsi con il mondo senza uscire dalla camera da letto possono impratichirsi con la politica identitaria nello spazio virtuale della rete, dove premere un tasto è considerato un atto rivoluzionario». Chi vuole capire le ragioni profonde della crisi della sinistra, dall’America all’Italia e in tutto l’Occidente, non può ignorare quest’analisi di Mark Lilla. Docente di storia alla Columbia University di New York, già allievo di Daniel Bell, la vocazione di coscienza critica dei progressisti lui ce l’ha nel sangue. Figlio di un operaio metalmeccanico della Chevrolet a Macomb County, un luogo-chiave per la vittoria di Donald Trump (e nel 1980 la medesima periferia di Detroit aveva visto i primi spostamenti di voti operai dal partito democratico a Ronald Reagan), Lilla non ha mai dimenticato quando approdò alla University of Michigan e scoprì «i figli dei top manager che volevano darmi lezioni sulla classe operaia».
Esce in Italia il suo saggio più controverso, L’identità non è di sinistra. Accolto da feroci polemiche negli Stati Uniti, è una spietata (e brillante) requisitoria contro quei progressisti che hanno imboccato la deriva “identitaria”: cioè difendono tutte le minoranze, ne giustificano ogni rancore e ogni recriminazione, ogni estremismo e talvolta perfino la violenza; mentre hanno perso i contatti con la maggioranza dei lavoratori, e non hanno più un’idea di cittadinanza (non solo diritti, anche doveri) che valga per tutti. Intervisto Lilla via Skype mentre lui è a Parigi, uno dei suoi osservatori preferiti sulla politica europea.
Lei è spietato anzitutto col partito democratico americano, scrive che a visitare il loro sito, dove si trovano messaggi ad hoc per donne, gay, ispanici, afroamericani, un totale di 17 gruppi, sembra di essere finiti nel sito del governo libanese, non in quello di un partito che offre una visione per il futuro dell’America. E la stupisce che l’abbiano sommersa di attacchi?
«Sì, a dire il vero sono rimasto proprio stupito dalla virulenza delle critiche. Sembra che ormai ai democratici non interessi la conquista del potere, l’esercizio del governo, ma solo la questione culturale, valoriale: vogliono che ogni gruppo o gruppetto sia accettato per quello che è. Intanto i repubblicani dominano e ci governano».
C’è almeno qualcuno che l’ha capita nella sinistra americana?
«Bernie Sanders. Ha colto perfettamente la mia critica alla politica identitaria. Ha detto testualmente: a che serve avere dei consigli di amministrazione pieni di diversità etnica e sessuale, se poi scelgono di eliminare posti di lavoro e delocalizzare all’estero? Anche lui naturalmente è stato sommerso di accuse».
Già, Sanders. Ma dove sono finiti i giovani che lo sostenevano nelle primarie? Un recente reportage di “Politico” rivela che quel movimento è sparito.
«Per i giovani Bernie Sanders è stato Babbo Natale… È una generazione spoliticizzata, ora si sono già spostati su altri temi. La destra ha più perseveranza, per costruirsi una base hanno lavorato trentacinque anni. Hanno ascoltato il popolo. Hanno perlustrato l’America profonda, la provincia, le aree più remote. I democratici sono talmente focalizzati sui particolarismi identitari, che non hanno un’idea forte, un’immagine unificante della nostra storia nazionale. A che serve avere ragione su tanti temi specifici, se poi lasci che gli avversari occupino tutte le istituzioni?».
Analogie con l’Europa?
«Tante. Voi avete Beppe Grillo che nella sua mancanza di coerenza assomiglia a Trump: il M5S esprime una frustrazione profonda verso la politica tradizionale, quindi non ha bisogno di essere chiaro sui programmi di governo. La Lega ha colto da tempo la tensione sull’immigrazione. A sinistra anche in Europa dominano le derive identitarie. In Francia una certa sinistra ha giustificato quei musulmani che rifiutano la Repubblica laica. Nei paesi scandinavi la politica identitaria è moralistica come in America perché ha le stesse radici protestanti. Tra le crociate morali, in Scandinavia bisogna educare i bambini perché non adottino ruoli convenzionali di maschio o femmina: quelli che altri definirebbero come ruoli naturali. In comune tra l’America e tutta l’Europa c’è questa crisi profonda di un’idea della cittadinanza democratica».
Mark Lilla (Detroit, 1956), politologo e storico delle idee, scrive per il New York Times e insegna alla Columbia University. L’identità non è di sinistra (Marsilio, 138 pagine, 12 euro, traduzione di Mattia Ferraresi) è il suo atto d’accusa contro la sinistra liberal che, sostenendo battaglie politiche basate sull’identità, avrebbe secondo lui abdicato al suo ruolo
E invece no: torna a Marx
Gérard Thomas ha riassunto nei suoi bestseller il pensiero del papà del comunismo perché, dice, le acque si sono confuse. C’è solo un problema: Gérard Thomas non esisteIntervista di Fabio Galati
Gérard Thomas sorride mentre sfoglia il suo ultimo libro, Cento motivi per essere di sinistra. La prima edizione è esaurita, la seconda in ristampa. Non è una sorpresa per l’editore fiorentino Clichy, che ha portato in Italia tanti autori francesi. Il primo libro di Thomas, Il comunismo spiegato ai bambini capitalisti, di edizioni finora ne ha avute ben undici ed è stabilmente il bestseller della casa editrice. Ma Gérard Thomas non esiste. Sui risvolti di copertina si dice che è nato in un paesino svizzero, ha fatto studi di sociologia, poi il politologo e da 1987 vive nelle Isole Marchesi occupandosi di apicoltura. Non è vero. L’identità ufficiale dello scrittore che spiega in cento punti in che cosa sinistra e destra sono diverse è un’invenzione. Ma l’autore dei tre libri esiste, eccome. È seduto allo stesso posto di Thomas. Perché è Thomas. Solo che si chiama Tommaso Gurrieri, ha cinquantadue anni e di Clichy è il direttore editoriale.
Voleva sfruttare l’“effetto Ferrante”?
«Ma no, se avessimo voluto essere misteriosi non avremmo dato tanti particolari su Gérard Thomas. È stata solo una questione di umiltà, non mi sembrava elegante pubblicare col mio nome per la casa editrice che dirigo».
Dica la verità, non si aspettava il successo dei “Bambini capitalisti”.
«È stata una bella sorpresa. L’idea era quella di dare un taglio un po’ divertente ad argomenti che spesso si considerano austeri. Un approccio che è piaciuto anche all’estero, tanto che i Bambini capitalisti sono alla terza edizione in Germania. E devo saldare un debito: quando feci leggere il libro al mio amico Shulim Vogelmann, figlio del fondatore della Giuntina, fu lui a consigliarmi di aggiungere “capitalisti” ai bambini: suggerimento geniale».
Nell’ultima opera, “Cento motivi per essere di sinistra”, lei divide gli approcci politici tra quelli comunque riconducibili al “pensiero nero”, la destra, e quelli del “pensiero rosso”, la sinistra. Dalle tasse all’ecologia fa una summa “per chi non ci crede più, per chi vorrebbe crederci, per chi non ci ha mai creduto”. Come nasce questo libro?
«L’idea si è fatta strada dopo la vittoria in Francia di Macron. Davanti ai pericoli di un avvento del Front National di Le Pen tutti lo abbiamo salutato con sollievo. Ma definirlo di sinistra sarebbe veramente eccessivo. E d’altra parte anche in Italia da quando c’è stato Renzi, che pure all’inizio avevo salutato con favore, le acque si sono un po’ confuse. Mi pareva necessario riequilibrare, ho scelto cento temi per definire il campo, con Marx e non solo».
Non le pare un eccesso di schematismo sintetizzare in 273 pagine il pensiero di sinistra e dividere il mondo in nero e rosso?
«Mi hanno accusato di manicheismo, ma io sono convinto che fascismo e comunismo non si possano parificare. Credo che sia necessario l’antifascismo. Per questo penso che la nuova Dc siano i Cinque Stelle, pronti a fare accordi indifferentemente con la destra o con la sinistra. Per il resto, sia quando parlo di anarchia che quando cerco di sintetizzare il pensiero comunista, parlo di utopie. E invece subito sui social siamo stati attaccati da una quantità di persone che mi ricordavano i crimini di Stalin o di Pol Pot. E il bello è che nei miei libri se ne parla chiaramente, dicendo che quei regimi che proclamavano di voler realizzare il comunismo hanno avuto esiti tragici».
Però lei allarga il pensiero che definisce comunista fino a farci rientrare Gesù, Giordano Bruno e Voltaire.
«Guardi, io dico che per pensiero comunista intendo quello che vuole assicurare libertà e uguaglianza. Non a caso cito spesso Don Milani per dire che dare l’uguale ai disuguali è in realtà un’ingiustizia».
Oltre ai cento motivi non è che ha anche un suggerimento operativo per la sinistra italiana?
«I problemi più grossi oggi sono l’indifferenza e la scarsa voglia di studiare. I vecchi dirigenti del Pci, anche se erano sindaci o parlamentari, prima di andare alla riunione di sezione passavano la notte a studiare. Ora si assecondano le dinamiche dei social. Bisognerebbe ragionare di più».
Non teme di essere accusato di semplificare troppo?
«Spero di riuscire a parlare in maniera semplice di cose apparentemente difficili. In realtà tentare di scrivere in modo accessibile a tutti è un modo per combattere la superficialità. E forse, a ben pensarci, questo è il motivo 101 per essere di sinistra».
Cento motivi per esseredi sinistra (Clichy, 276 pagine,15 euro) è l’ultimo libro a firma Gérard Thomas, pseudonimo dietro cui si cela l’editore Tommaso Gurrieri. Dal capitolo dedicato ai “pregiudizi” fino a quello sulla “bellezza”, passando dalla “corruzione”, il volume racconta in cento voci perché la sinistra può ancora salvare il mondo