RIO DE JANEIRO - “E’ una sentenza storica”, esulta Mario Patrón, il direttore del Centro per i Diritti Umani di Miguel Agustín Pro Juárez, il gruppo che rappresenta i familiari degli scomparsi. Ha ragione. Quattro anni dopo la clamorosa sparizione, la sera del 26 settembre del 2014, di 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa, Iguala, Stato di Guerrero, il Primo Collegio del 19 Circuito del Tribunale Federale messicano ha ordinato la riapertura di nuove indagini su un caso pieno di incongruenze e di palesi omertà.
I giudici non solo affermano che la versione fornita dalla Procura Generale, avallata dallo stesso presidente Nieto, fa acqua da tutte le parti ma sostengono che è stata estorta ai quattro presunti responsabili sotto tortura. Insomma: è la prima importante vittoria nella battaglia per la verità. L’indagine adesso è stata affidata ad una Commissione d’Indagine per la Verità e la Giustizia sul caso Ayotzinapa creata per l’occasione. Ne faranno parte – fatto del tutto inedito - i rappresentanti dei familiari degli studenti scomparsi, la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), il Pubblico ministero della Federazione messicana e organizzazioni nazionali e internazionali che “possono contribuire con la loro esperienza alla nuova inchiesta”, come recita il dispositivo del Tribunale.
La svolta è merito del collegio di avvocati degli oltre 700 padri e madri che non hanno mai mollato la presa. Sin dai primi mesi del 2015, quando la tesi della Procura generale dimostrava le sue prime contraddizioni, hanno chiesto insistentemente di battere nuove piste. Il governo ha sempre frapposto difficoltà di natura amministrativa, si è rifiutato di far interrogare i poliziotti e i soldati presenti quella notte dentro e fuori la cittadina di Iguala. Ha ribadito la sua versione dei fatti e solo di fronte all’eco internazionale assunta dalla vicenda ha accettato l’avvio di un’indagine parallela da parte della Commissione Interamericana per i diritti umani legata all’Osa.
Questa nominò subito un gruppo di esperti forensi e di avvocati internazionali di lingua spagnola che per due anni, sempre tra mille difficoltà e obiezioni da parte delle autorità messicane, stesero un’imponente relazione che descriveva uno scenario ben diverso da quello ufficiale. La tesi conclusiva sostiene che i 43 studenti di Ayotzinapa furono aggrediti con un “uso della forza sproporzionato e con uno schieramento di forze di polizia e militari imponente”, rispetto a quello che stavano facendo e l’obiettivo che si prefiggevano. Decisi a recarsi a Città del Messico, per partecipare alla manifestazione che commemorava la strage di Tlatelolco del 2 ottobre del 1968, un’ottantina di studenti della scuola rurale si impossessò di cinque autobus del trasporto pubblico parcheggiati nella rimessa del Comune di Iguala. Furono presto intercettati dalle pattuglie della polizia municipale e federale che quella sera, senza che ci fossero stati particolari segnali di allarme, mobilitarono ben 100 agenti sostenuti da altri mezzi e uomini dell’esercito. I bus vennero bersagliati da un volume di fuoco impressionante, tanto che gli studenti decisero di fermarsi, scendere di corsa fuggendo tra le stradine vicine. Ci fu una vera caccia all’uomo: almeno 8 vennero uccisi e altrettanti restarono feriti. Quelli rimasti a bordo di alcuni degli autobus furono arrestati e 43 portati via e fatti sparire.
La Procura Generale spiegò che erano stati consegnati dalla polizia municipale, corrotta e collusa con i narcos, a un Cartello locale, il Guerrero Unidos. Quattro sicari li avrebbero scambiati per membri di un gruppo rivale, trasferiti fino ad una vicina discarica e qui bruciati, in parte vivi in parte già morti, su un’enorme pira che durò fino all’alba.
I periti forensi non hanno trovato tracce di dna degli scomparsi tra i pochi resti inceneriti sparsi attorno al falò. Tranne uno che, tra molti dubbi, fu attribuito ad uno degli studenti. Vennero arrestati 4 balordi del Cartello Guerreros Unidos e la Procura Generale annunciò in pompa magna che avevano confessato raccontando tutti i dettagli. Disse che la polizia era intervenuta perché c’era il rischio di un attacco ad una festa elettorale organizzata dalla moglie del sindaco. Raccontò che c’erano seri allarmi di ordine pubblico. Inventò mille motivazioni che i periti internazionali hanno escluso. Nessuna ha trovato seri riscontri. Nessuno ha creduto alla tesi della procura Generale. Soprattutto i familiari dei ragazzi che in tutti questi anni hanno continuato a chiedere verità e giustizia. Erano e restano convinti che sono stati fatti sparire dalla stessa polizia che li aveva arrestati. La nuova Commissione partirà proprio da questo rapporto per ripercorrere tutte le tappe di una vicenda oscura e criminale
I giudici non solo affermano che la versione fornita dalla Procura Generale, avallata dallo stesso presidente Nieto, fa acqua da tutte le parti ma sostengono che è stata estorta ai quattro presunti responsabili sotto tortura. Insomma: è la prima importante vittoria nella battaglia per la verità. L’indagine adesso è stata affidata ad una Commissione d’Indagine per la Verità e la Giustizia sul caso Ayotzinapa creata per l’occasione. Ne faranno parte – fatto del tutto inedito - i rappresentanti dei familiari degli studenti scomparsi, la Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), il Pubblico ministero della Federazione messicana e organizzazioni nazionali e internazionali che “possono contribuire con la loro esperienza alla nuova inchiesta”, come recita il dispositivo del Tribunale.
La svolta è merito del collegio di avvocati degli oltre 700 padri e madri che non hanno mai mollato la presa. Sin dai primi mesi del 2015, quando la tesi della Procura generale dimostrava le sue prime contraddizioni, hanno chiesto insistentemente di battere nuove piste. Il governo ha sempre frapposto difficoltà di natura amministrativa, si è rifiutato di far interrogare i poliziotti e i soldati presenti quella notte dentro e fuori la cittadina di Iguala. Ha ribadito la sua versione dei fatti e solo di fronte all’eco internazionale assunta dalla vicenda ha accettato l’avvio di un’indagine parallela da parte della Commissione Interamericana per i diritti umani legata all’Osa.
Questa nominò subito un gruppo di esperti forensi e di avvocati internazionali di lingua spagnola che per due anni, sempre tra mille difficoltà e obiezioni da parte delle autorità messicane, stesero un’imponente relazione che descriveva uno scenario ben diverso da quello ufficiale. La tesi conclusiva sostiene che i 43 studenti di Ayotzinapa furono aggrediti con un “uso della forza sproporzionato e con uno schieramento di forze di polizia e militari imponente”, rispetto a quello che stavano facendo e l’obiettivo che si prefiggevano. Decisi a recarsi a Città del Messico, per partecipare alla manifestazione che commemorava la strage di Tlatelolco del 2 ottobre del 1968, un’ottantina di studenti della scuola rurale si impossessò di cinque autobus del trasporto pubblico parcheggiati nella rimessa del Comune di Iguala. Furono presto intercettati dalle pattuglie della polizia municipale e federale che quella sera, senza che ci fossero stati particolari segnali di allarme, mobilitarono ben 100 agenti sostenuti da altri mezzi e uomini dell’esercito. I bus vennero bersagliati da un volume di fuoco impressionante, tanto che gli studenti decisero di fermarsi, scendere di corsa fuggendo tra le stradine vicine. Ci fu una vera caccia all’uomo: almeno 8 vennero uccisi e altrettanti restarono feriti. Quelli rimasti a bordo di alcuni degli autobus furono arrestati e 43 portati via e fatti sparire.
La Procura Generale spiegò che erano stati consegnati dalla polizia municipale, corrotta e collusa con i narcos, a un Cartello locale, il Guerrero Unidos. Quattro sicari li avrebbero scambiati per membri di un gruppo rivale, trasferiti fino ad una vicina discarica e qui bruciati, in parte vivi in parte già morti, su un’enorme pira che durò fino all’alba.
I periti forensi non hanno trovato tracce di dna degli scomparsi tra i pochi resti inceneriti sparsi attorno al falò. Tranne uno che, tra molti dubbi, fu attribuito ad uno degli studenti. Vennero arrestati 4 balordi del Cartello Guerreros Unidos e la Procura Generale annunciò in pompa magna che avevano confessato raccontando tutti i dettagli. Disse che la polizia era intervenuta perché c’era il rischio di un attacco ad una festa elettorale organizzata dalla moglie del sindaco. Raccontò che c’erano seri allarmi di ordine pubblico. Inventò mille motivazioni che i periti internazionali hanno escluso. Nessuna ha trovato seri riscontri. Nessuno ha creduto alla tesi della procura Generale. Soprattutto i familiari dei ragazzi che in tutti questi anni hanno continuato a chiedere verità e giustizia. Erano e restano convinti che sono stati fatti sparire dalla stessa polizia che li aveva arrestati. La nuova Commissione partirà proprio da questo rapporto per ripercorrere tutte le tappe di una vicenda oscura e criminale