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Specialisti militari del Centro Interforze Nbc di Civitavecchia indossano le tute protettive prima di esaminare un ordigno con testata al gas  

L’eredità avvelenata delle armi chimiche

La produzione di oltre 100 mila tonnellate di gas bellici in Italia è sempre rimasta segreta. Ecco le fabbriche e le basi, mai bonificate. Le discariche di munizioni tossiche nel Tirreno e nell'Adriatico. E la sfida dell'impianto dove da anni i militari lavorano per farle sparire
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Una tiepida mattina di fine gennaio, ideale per un lungo giro in bicicletta nei boschi della Tuscia. Strade antiche, con il sole che filtra dal manto di castagni, pioppi e querce. Umberto Aboaf esce dalla sua casa di Vetralla e pedala per una quindicina di chilometri. Costeggia il lago di Vico, una macchia azzurra disegnata nel verde del parco naturale, si infila nella provinciale che porta a Ronciglione. All'improvviso sente mancare l'aria. Avverte una botta incredibile sul petto, fa solo in tempo a frenare e si accascia. Un automobilista si ferma, si inginocchia per aiutarlo ma anche lui comincia a respirare con difficoltà. Si appoggia alla macchina e per lunghi minuti fatica a riprendere fiato. Poi chiama i soccorsi. L'ambulanza arriva veloce e pure i lettighieri capiscono che lì c'è qualcosa di inspiegabile, qualcosa che stordisce. Al pronto soccorso i medici non sanno cosa fare: quel ciclista ha i polmoni e la gola devastati, non reagisce alle…
Una tiepida mattina di fine gennaio, ideale per un lungo giro in bicicletta nei boschi della Tuscia. Strade antiche, con il sole che filtra dal manto di castagni, pioppi e querce. Umberto Aboaf esce dalla sua casa di Vetralla e pedala per una quindicina di chilometri. Costeggia il lago di Vico, una macchia azzurra disegnata nel verde del parco naturale, si infila nella provinciale che porta a Ronciglione. All'improvviso sente mancare l'aria. Avverte una botta incredibile sul petto, fa solo in tempo a frenare e si accascia. Un automobilista si ferma, si inginocchia per aiutarlo ma anche lui comincia a respirare con difficoltà. Si appoggia alla macchina e per lunghi minuti fatica a riprendere fiato. Poi chiama i soccorsi. L'ambulanza arriva veloce e pure i lettighieri capiscono che lì c'è qualcosa di inspiegabile, qualcosa che stordisce. Al pronto soccorso i medici non sanno cosa fare: quel ciclista ha i polmoni e la gola devastati, non reagisce alle cure d'emergenza. Soltanto dopo molte ore alcuni ufficiali dell'Esercito entrano trafelati nell'ospedale. Forniscono una terapia e una spiegazione, molto imbarazzata: "Lì c'è una nostra base, stavamo rimuovendo alcuni residuati bellici ed è successo un incidente...".
La distesa di cilindri in cemento con i residuati della neutralizzazione delle armi chimiche. Si trovano su una piazzola isolata dal terreno: è stata aperta la procedura per trasferirli in una discarica speciale 
Una nuvola di gas aggressivo è uscita dal deposito segreto dove era stata sepolta per più di cinquant'anni, come uno spettro è calata giù per centinaia di metri e si è sparsa per la strada. Le armi chimiche infatti sono invisibili e immortali, mantengono intatta la loro forza distruttiva per secoli. Quella nuvola trasparente ha colpito, è rimasta attiva per minuti interminabili perdendo gradualmente potenza e poi si è dissolta. Era un miscuglio di fosgene e cloro. Lo stesso veleno militare usato nello scorso aprile dal regime siriano per piegare la resistenza nei sobborghi di Damasco, provocando la rappresaglia missilistica di Donald Trump. In quel gennaio 1996 Umberto Aboaf ha conquistato un primato nefasto: è diventato l'ultima vittima delle armi chimiche in Europa. Un record superato solo da Sergej Skripal, l'ex spia russa finita in coma a Salisbury dopo un agguato al nervino attribuito alla vendetta del Cremlino, episodio che ha fatto piombare il pianeta in un clima di guerra fredda.

Soltanto allora il mondo è tornato a parlare delle armi chimiche, ricordandosi di una ferita ancora aperta. Non le pozioni tossiche distillate dagli stati canaglia, quelle che Bashir Assad ha nascosto alle ispezioni internazionali per continuare a soffocare gli avversari. Non quelle con cui Saddam Hussein aveva sterminato i curdi che poi sono servite come pretesto, falso, per invadere l'Iraq. No, il problema è anche dentro casa nostra: l'eredità avvelenata che è rimasta in tutto l'Occidente, le spoglie letali degli arsenali accumulati nel segreto totale fino alla caduta del Muro di Berlino o dispersi in mare nel tentativo di cancellarne la potenza tossica. Ovunque, nell'Atlantico come nell'Adriatico, nelle acque giapponesi e in quelle Australiane. In una dozzina di nazioni ci sono impianti hi-tech che lavorano oggi per smantellare questo lascito omicida. Ma altri ordigni chimici vengono scoperti in continuazione: spuntano dai vecchi campi di battaglia, dalle fabbriche mai bonificate o dalle profondità degli oceani. A inizio marzo su una spiaggia di Mantoloking in New Jersey ne hanno raccolti una decina, risalenti alla Grande Guerra, spinti a riva da una tempesta. Più spesso si impigliano nelle reti dei pescatori del Baltico ma anche quelli pugliesi hanno dovuto fare i conti con queste prede tremende e in parecchi a Molfetta mostrano sul corpo le cicatrici dell'iprite. Perché l'Italia è stata - ed in parte è ancora - l'epicentro di questa tragedia.
La distesa di cilindri in cemento con i residuati della neutralizzazione delle armi chimiche. Si trovano su una piazzola isolata dal terreno: è stata aperta la procedura per trasferirli in una discarica speciale 

Il monumento all'orrore

Chi arriva al termine dell'autostrada del Sole, poco prima del casello di Melegnano può notare sulla sinistra una costruzione singolare che si staglia tra le palazzine. È un arco di trionfo in stile littorio, inaugurato da Benito Mussolini per celebrare una delle industrie dove il regime preparava la riscossa bellica sfornando testate cariche di gas assassini. Lì accanto, nel territorio di Cerro al Lambro, c'è l'ultima testimonianza intatta di questa operazione: una fabbrica circondata dai reticolati e dal mistero. Non è mai stata bonificata e nessuno sa ancora cosa nascondano i prati invasi dai rovi. Il ministero della Difesa l'ha ceduta al Comune e il sindaco vorrebbe abbatterla per tirare su villette. C'è chi invece preferirebbe trasformare gli edifici in un Museo della Pace, evitando di scavare troppo e svegliare quello che si nasconde sotto le fondamenta. L'unica certezza è che i test nei pozzi hanno più volte segnalato nell'acqua livelli pericolosi di arsenico: una delle sostanze usate per confezionare le bombe. Almeno lì sanno a cosa vanno incontro. Trent'anni fa, quando nel comune confinante venne demolito il gigantesco opificio della Saronio, la storia delle armi chimiche era ancora chiusa negli armadi più riservati dello Stato Maggiore: così costruirono schiere di palazzine senza preoccuparsi di pulire il suolo dove erano colati gli scarti bellici. Poi nel corso degli anni furono registrati episodi misteriosi, racconti da film dell'orrore: nebbie mefitiche che invadevano cantine e garage provocando vomito. Il segreto militare aveva negato la verità anche dopo la morte del Duce, cancellando il dramma degli operai che si ammalavano di morbi oscuri, occultando i canali avvelenati che decimavano i pesci del Lambro, lasciando i sospetti sulla presenza anomala di tumori alla vescica tra i residenti. Una cortina di silenzio ha celato qualunque informazione, resistendo fino al terzo millennio. Perché questa è una storia di cui tutti si vergognavano: imprenditori, generali e scienziati.
Tecnici militari con le tute protettive esaminano un vecchio proiettile con ogiva chimica. Quasi tutte le settimane gli specialisti del centro di Civitavecchia vengono chiamati in tutta Italia per esaminare residuati bellici sospetti 

La scienza omicida

Le armi chimiche sono state il peggiore protagonista della Prima Guerra Mondiale. Ogni esercito aveva vissuto il terrore della morte invisibile. Anche il caporale Adolf Hitler era stato intossicato: portava baffoni a manubrio, secondo la moda dell'epoca, che avevano lasciato uno spiraglio tra la bocca e la rudimentale maschera protettiva, sufficiente a far penetrare il gas. Se la cavò e dopo il ricovero decise di non ripetere l'errore: prese il rasoio e lasciò solo i baffetti che hanno caratterizzato la sua icona maligna. Sul fronte opposto ha rischiato di morire per il fosgene il giovane tenente Sandro Pertini. Il suo attendente lo trasporta agonizzante sulle spalle fino alle tende della sanità: i medici lo danno per spacciato, ma il soldato li minaccia con la pistola e li obbliga a curarlo. Sono solo due dei nomi travolti dalle tempeste di veleno lanciate sulle trincee di tutta Europa: il censimento finale conta 52 mila tonnellate dai tedeschi, 24 mila dai francesi, 14 mila dagli inglesi, 8 mila dagli austriaci, 6 mila dagli italiani. Sul fronte russo c'erano stati 56 mila morti e 400 mila feriti, più di seimila i caduti italiani sulle Alpi. Ma nel 1918 l'introduzione delle maschere aveva ridotto l'effetto omicida e i generali si mostravano insoddisfatti dei risultati: "Ne serve una tonnellata per uccidere un solo soldato". Restava però la paura di quella morte senza odore e senza colore che poteva soffocarti in qualunque momento.

Così nel desiderio collettivo di pace si decise di chiudere quella pagina orribile: "Mai più", proclamarono all'unisono i capi di Stato, firmando la moratoria universale. Nel 1923 il fascismo al potere invece sfoderò uno dei suoi "me ne frego" e per primo infranse il bando. Il Duce voleva un'armata futurista e credeva che quegli ordigni tecnologici potessero permettere all'Italia di superare l'inferiorità bellica. Mobilitò il Paese per averne di più devastanti, con effetti prolungati e letalità aumentata. E avviò un programma estremamente innovativo. I militari non avevano le conoscenze scientifiche, quindi si decise di lasciargli solo il coordinamento: un unico comando, superando le gelosie tra le forze armate. Ricerca e sperimentazione erano affidate ai luminari di tre università. Nell'ateneo di Napoli si studiavano i composti letali sotto la guida dell'illustre professor Arnaldo Piutti; alla Sapienza di Roma si elaborava il modo migliore per diffonderli; a Firenze gli effetti sull'organismo umano erano competenza di Alessandro Lustig, padre dell'oncologia italiana e fondatore della Lega contro il cancro. Più tardi si aggiunsero docenti di Parma, Torino, Milano. Alle industrie private toccava la produzione. La Saronio a Melegnano (Milano) e a Foggia, l'Acna a Rho (Milano), a Cesano Maderno (Milano) e a Cengio (Savona), la Nobel a Bussi (l'Aquila), la Rumianca a Pieve Vergonte (Vergano) e a Massa, la Icnr a Cesano di Roma, la Cellulosa Cloro Soda a Napoli.

Sono stati distillati cocktail di veleni che penetravano nel sangue dalla pelle annientando i globuli rossi; creati nebulizzatori per aerei che spargevano lunghe scie assassine; brevettate ogive d'ogni genere e tank spara-gas. Ci sono stati esperimenti cervellotici, come il tentativo di impregnare la sabbia con l'iprite e seminarla sulle nuvole in alta quota, affinché le correnti la trasportassero sulle città nemiche. Avete presente quando la pioggia fa cadere sabbia rossa del Sahara? In quel caso sarebbe piovuto pulviscolo in grado di contaminare le persone. La superiorità nei gas era un orgoglio del regime: l'azione di uno stormo di bombardieri armati di iprite fu mostrato a Hitler durante la prima visita italiana. E il Führer si affrettò a scatenare i suoi scienziati, i paladini della chimica moderna, che non persero tempo e inventarono i nervini, ancora più micidiali.

Per i nostri militari l'uso di quegli ordigni diventò routine. Abbiamo cominciato con la riconquista della Libia alla fine degli anni Venti, dando la caccia ai ribelli nel deserto con bombe che non davano scampo. Soffocavamo le loro greggi, riducendoli alla fame. Bersagliavamo le oasi decimando le tribù che non si sottomettevano. Nel 1936 l'impero fascista è nato in Etiopia gettando grappoli di ordigni tossici con aerei e cannoni, come per primi hanno rivelato Angelo Del Boca e Giorgio Rochat. Bloccavamo i movimenti dei guerrieri scalzi inondando i guadi di iprite che scarnificava i piedi, spezzavamo le loro orde con granate all'arsenico, spargevamo il cloro sui villaggi: i distillati dell'industria tecnologica più avanzata per piegare l'orgoglio di un'armata tribale. La comunità internazionale ci accusò, filmando i cadaveri soffocati nel sonno e le piaghe lasciate sulla pelle dei sopravvissuti. Abbiamo ignorato le denunce. Di più. Abbiamo rimosso questa storia, tanto che il reduce etiopico Indro Montanelli per decenni si è speso a bollare come fandonie i rapporti sulle armi chimiche. Finché solo nel 1997 i vertici dell'Aeronautica hanno ammesso che era tutto vero, che i nostri bombardieri avevano gettato centinaia di quelle testate al gas, costringendo Montanelli a ricredersi.

Ancora oggi le testimonianze sono rare. Il sergente Alessandro Boaglio aveva partecipato all'attacco finale contro la caverna tra i monti dove si erano rifugiati oltre mille abissini con le loro famiglie. La grotta di Zeret fu centrata con una raffica di proiettili all'iprite. Ecco il suo diario, pubblicato solo nel 2010: "Notai su quei poveri corpi lo scempio che l'iprite vi stava menando: grosse vesciche sulle gambe, sui piedi, sulle braccia sul collo; piccoli, teneri corpicini di bimbi ignari orrendamente piagati, mamme con la disperazione negli occhi per l'impotenza a frenare l'incalzare del male sull'indifesa carne dei loro figli". Nessuno è sopravvissuto.
Uno dei laboratori del centro di Civitavecchia che oggi si occupano di tutti i test ambientali delle forze armate 

La minaccia totale

Nei giorni dell'invasione della Polonia, il Duce ordinò di triplicare la produzione di armi chimiche: voleva ogni giorno 40 tonnellate di iprite, 38 di fosgene, 5 di cloro, 13 di composti d'arsenico. Un piano esagerato, che avrebbe richiesto un miliardo e mezzo di lire: troppo anche per le casse del regime. Furono comunque costruite nuove fabbriche, questa volta direttamente dai militari, comprando macchinari dall'estero e ingaggiando pure i tecnici germanici dell'azienda Ig Farben, quella che poi fornirà il gas per sterminare gli ebrei. Nel 1941 in Italia erano accatastate 111 mila tonnellate di aggressivi chimici, con altre 85 mila tonnellate commissionate alle ditte fornitrici: un arsenale mostruoso, molto più di quanto utilizzato da tutte le nazioni nelle battaglie della Grande Guerra. Questo dato è rimasto riservato per decenni: stato rivelato solo nel 2013 dall'Ufficio Storico dell'Esercito.
Negli anni Trenta gli strateghi della guerra totale avevano elaborato disegni mostruosi: non più attaccare i soldati, ma gasare le città con gli aerei per terrorizzare la popolazione. Il primo teorico fu l'italiano Giulio Dohuet, copiato da ufficiali inglesi, americani e tedeschi. Si cominciò a prospettare la distruzione di massa, con milioni di vittime. E come poi accadrà con le bombe atomiche, l'unico modo di dissuadere l'avversario dall'usarle era minacciare una rappresaglia altrettanto crudele. Nel bunker sotterraneo di Winston Churchill periodicamente si tenevano simulazioni teoriche: l'Italia poteva colpire Alessandria d'Egitto senza rischiare ritorsioni sulla madrepatria, ma soprattutto la Germania era in grado di fare strage su Londra, subendo ritorsioni limitate. Per questo i belligeranti continuarono ad accumulare arsenali pronti all'uso, senza però mai impiegarli. E tutti temevano che un singolo incidente potesse scatenare l'apocalisse chimica.

Quando le truppe italiane furono a un passo dal tracollo sul fronte greco, ad Atene si cominciò a sospettare che il regime in crisi potesse ricorrere alle armi chimiche ed avvisarono Londra: "Noi abbiamo pochi ordigni asfissianti, ma se ci attaccano li scaglieremo su Bari". Immediatamente l'avvertimento fu trasmesso a Roma, ammonendo di non scherzare con il gas. Churchill sapeva che anche una sola bomba sulle città avrebbe potuto innescare l'escalation globale, spingendo i tedeschi a colpire l'Inghilterra. Così quando nel 1941 gli italiani in difficoltà in Etiopia ripresero a tirare iprite sulle tribù ribelli, di fronte alle richieste di aiuto dei guerriglieri Londra trasmise un ordine chiaro ai suoi comandanti: "Negate l'evidenza, censurate i giornali".
 

Una terra desolata

L'armistizio dell'8 settembre 1943 non colse i tedeschi impreparati. Berlino aveva indicato alle sue truppe un obiettivo prioritario: mettere le mani sulle fabbriche e sui depositi di gas italiani. Alcuni ufficiali del Regio Esercito tentarono di impedire la cattura delle scorte, gettandole in mare, nei fiumi o nel terreno. Nel cuore di Roma, nella sede centrale del Servizio Chimico in via del Castro Laurenziano - oggi in parte trasformata negli uffici universitari della Sapienza e in parte ancora zona militare abbandonata - i soldati bruciarono i documenti sulle formule segretissime e distrussero i campioni delle miscele. Ma la maggior parte degli arsenali diventarono preda tedesca e Hitler diramò un imperativo: bisogna salvarli dall'avanzata degli alleati a qualunque costo. Tra Pesaro e Urbino le gallerie della linea ferroviaria dismessa erano state trasformate dall'Aeronautica in rifugi con 10 mila bombe chimiche da mezza tonnellata. Quando le avanguardie britanniche si sono avvicinate, è scattata la ritirata: camion pieni di gas che si muovevano di notte tra i raid degli aerei. Una missione troppo rischiosa, con almeno un grave incidente, così Hitler diede il permesso di gettarle nei fondali sabbiosi davanti a Pesaro: la precisa contabilità della Luftwaffe elenca 83 tonnellate di testate all'arsenico e 4300 bombe all'iprite con oltre 1316 tonnellate di sostanza letale finiti nell'Adriatico. Mesi prima a Foggia un reparto germanico si era sacrificato in prima linea per dare il tempo di smontare i macchinari della fabbrica di iprite e trasferirli nelle retrovie: lo scheletro dell'edificio è ancora lì, svetta tra campi di grano e gli oliveti dove nessuno mai ha cercato di capire se ci sia stata contaminazione. E durante l'occupazione tedesca le distillerie di morte del Nord hanno proseguito fino all'ultimo la loro attività.

Non c'era soltanto il nostro gas. Americani e inglesi hanno risalito la Penisola portandosi dietro la loro riserva di ordigni chimici. In Puglia l'accumulo è stato colossale. Lì gli Usa nell'autunno 1943 hanno allestito quindici aeroporti e schierato una flotta di mille Fortezze Volanti. E l'hanno dotata di una scorta di 200 mila bombe cariche di gas, quante ne servivano secondo i loro calcoli per uccidere tre milioni di persone a Monaco e in Baviera. Una scorta pericolosa, che ha provocato la tragedia del 2 dicembre 1943: l'unico disastro chimico avvenuto in una città europea. L'approdo per rifornire gli stormi statunitensi era il porto di Bari, sempre affollato di mercantili carichi di tritolo e carburante. Al tramonto cento bimotori tedeschi comandati da un discendente del Barone Rosso sono piombati a bassa quota sui moli e hanno letteralmente provocato l'inferno. Diciassette navi sono saltate in aria, trasformando la rada in una lago infiammato che inceneriva i naufraghi. Le esplosioni lanciavano munizioni in tutte le direzioni, anche sulle palazzine del centro storico. Morti e feriti si raccoglievano ovunque: una strage che secondo alcuni storici provocò più vittime di Pearl Harbour. Ma il segreto aveva nascosto la presenza più inquietante: almeno una delle navi affondate - la John Harvey statunitense - era imbottita di ordigni all'iprite, che hanno disperso nell'aria e nell'acqua veleno in concentrazioni altissime. I medici segnalavano pazienti con la pelle che si staccava, altri che sembravano star bene e poi si spegnevano all'improvviso o diventavano ciechi. Nessun farmaco dava sollievo alle piaghe. Su un cacciatorpediniere che era uscito indenne dall'attacco e si era ritirato verso Taranto, dopo poche ore l'intero equipaggio perse la vista.

Un dottore americano che nella Grande guerra aveva curato le vittime del gas si è insospettito e ha chiesto ai superiori: "Ma c'era iprite sulle navi?". Churchill in persona ha ordinato di tacere, di non rivelare la presenza di armi formalmente proibite e mentire a chiunque: ancora una volta, temeva la reazione tedesca. Eisenhower invece ha scelto di salvare i suoi soldati, inviando medicine e pomate per i feriti, mantenendo però nascosta l'origine del male: sui referti si scriveva "dermatite sconosciuta". Così chi era negli ospedali statunitensi ha ricevuto cure adeguate, chi era in quelli inglesi è rimasto all'oscuro mentre - come ha raccontato un ufficiale britannico - "gli italiani soffrivano in solitudine e morivano in solitudine". Ma il destino dei superstiti era segnato. "Mio nonno Robert Scarlet era lì quel giorno, non è mai guarito: è morto anni dopo per un cancro ai polmoni e per una malattia neurologica degenerativa di origine misteriosa". "Mio nonno Reginald Baker si è gettato in acqua mentre la sua nave affondava, si è spento a 35 anni per la leucemia che crediamo sia stata provocata dall'iprite". Pino Cacucci, medico e scrittore, ha narrato l'esperienza del padre: "Il 2 dicembre 1943 Valerio Cacucci stava per compiere quindici anni e lavorava come garzone nella bottega di un barbiere del porto di Bari. Migliaia di persone morirono per le esalazioni e i fumi. Mio padre si prodigò, come tutti, per tirare fuori dalla melma di nafta - e di iprite ma nessuno poteva immaginarlo - i feriti agonizzanti. La pelle si staccava, afferrare i vestiti intrisi significava ustionarsi le mani. Chissà come avrà fatto il mio vecchio a sopravvivere. Ci ha rimediato problemi alla pelle incurabili e un enfisema polmonare". E conclude: "Oggi che mio padre ha smesso di soffrire dopo una lunga malattia, quel ricordo mi torna più vivido che mai e mi sembra intollerabile che se ne parli così poco del crimine di guerra di Bari".
La sala controllo dell'impianto che distrugge le armi chimiche. Tutte le operazioni sono automatizzate per non esporre il personale al contatto con le sostanze tossiche: carrelli robot trasportano gli ordigni. Dal 1996 sono state neutralizzate più di 30 mila munizioni con testata al gas 

Le discariche marine

Le ostilità in Italia sono cessate nel maggio 1945. In quella terra desolata, cosparsa di rovine e di mine, colma di trappole esplosive seminate in due anni di combattimenti, le autorità civili non si sono preoccupate della questione chimica: nessuno ne era a conoscenza. Il comando americano invece gli ha dedicato massima attenzione. Con un obiettivo: trasferire negli Stati Uniti quanto più gas possibile. Erano armi preziose, fondamentali per i conflitti futuri. Oltre al loro arsenale portato in Puglia, oltre ai magazzini di ordigni italiani, traslocano da noi decine di convogli di munizioni tossiche del Reich catturate in Baviera e in Austria. In dodici mesi il numero di ordigni "a caricamento speciale" nel nostro paese cresce a dismisura, spesso affidati a prigionieri tedeschi. C'è chi ritiene fossero quasi 400 mila tonnellate. Le spedizioni attraverso l'Atlantico però si rivelano un'odissea. Le stive piene di bombe, fusti e proiettili spesso danneggiati fanno colare liquidi diabolici. Il viaggio in treno attraverso gli States provoca disastri ambientali. E a un certo punto il Pentagono dice basta.

I magazzini campani nella zona di Aversa e quelli pugliesi - soprattutto intorno all'aeroporto foggiano di Mezzo Cannone dove oggi sorge una baraccopoli popolata da migranti - sono ancora colmi. Che fare? Si ricorre alla discarica più antica: il mare. Bastimenti salpano da Pozzuoli e riversano le bare zeppe di iprite, arsenico, fosgene cloro, cianuro in una fossa a largo di Ischia. Chiatte partono da Manfredonia e Molfetta in direzione di un altro abisso marino. Ancora oggi non si conosce la quantità di ordigni affondati. C'è un unico documento, desecreato dall'amministrazione Clinton, che elenca numerosi viaggi verso la "discarica di Ischia": in uno 13 mila proiettili e 438 fusti di iprite. Degli altri resta solo una lunga lista di sostanze, tutte feroci.

Mentre le operazioni nel Tirreno non registrano problemi, quelle nell'Adriatico sono più turbolente. In parte perché su alcune barche si verificano fughe di gas, che spingono gli equipaggi civili a liberarsi del carico dove capita. In parte perché gli appaltatori italiani per risparmiare sul carburante svuotano la stiva più vicino alla costa. E così l'arsenale si disperde su fondali bassi, anche di pochi metri. I pescatori di Molfetta sono i primi a pagare il prezzo di[/BASE-95-12] questa sciatteria: da allora sono stati censiti 239 casi di ferite per gli ordigni finiti nelle reti. D'altronde i pochi numeri disponibili sono impressionanti: lì davanti sono stati affondate almeno 15.551 bombe all'iprite e 2533 fusti di aggressivi militari. Il danno all'ecosistema resta incalcolabile. Nel 1996 è stata lanciata una campagna di analisi da parte dell'Icram, l'istituto del ministero dell'Ambiente per le ricerche in mare, chiamata Acab: acronimo di "armi chimiche affondate e bentos" che ricorda il capitano del romanzo di Melville. Con un sottomarino teleguidato hanno ispezionato i cimiteri degli ordigni, prelevando munizioni e campioni di flora e fauna. I risultati sono choccanti: "Delle 24 sostanze diverse costituenti il caricamento speciale degli ordigni, 18 sono persistenti e in grado di esercitare effetti nocivi sull'ambiente". Non solo. Nelle discariche chimiche del Basso Adriatico i pesci mostrano anomalie mai riscontrate altrove: scorfani, gallinelle, gronghi e razze evidenziano "lesioni cutali e bronchiali, tenori di arsenico anormali in cute e branchie". Ezio Amato, il responsabile dello studio, in un'intervista a "l'Espresso" ha dichiarato: "I pesci dell'Adriatico sono particolarmente soggetti all'insorgenza di tumori, subiscono danni all'apparato riproduttivo, sono esposti a vere e proprie mutazioni genetiche che portano a generare esemplari mostruosi". I test sono terminati nel 2001. Da allora nulla è cambiato.

In quel dopoguerra di fame e stenti, le forze armate italiane contribuiscono al disinnesco di milioni di ordigni, in parecchi casi con testate chimica. Ne spuntano dovunque, in particolare nei porti come a La Spezia e Trieste: palombari e genieri perdono la vita nella sfida con i gas. Nei magazzini riconsegnati all'Esercito però ci sono ancora tante munizioni e migliaia di bidoni abbandonati: sostanze proibite ma con un potenziale bellico intatto. Si decide di metterle da parte, nel segreto assoluto, allestendo una serie di basi riservate: neppure i soldati di leva che le sorvegliano sanno cosa c'è dentro. Il lungo sonno di questa scorta clandestina viene interrotto nel 1976: la catastrofe di Seveso, con i paesi lombardi avvelenati da una fabbrica di diossina, costringe lo Stato Maggiore a fare i conti con quell'eredità spaventosa. In Sardegna a Ozieri si svuota la grande polveriera, con le grotte di Listicheddu adattate a rifugio di ogive chimiche. A Cesano, all'estremo margine del Comune di Roma, c'è ancora una fabbrica di iprite, capace di funzionare, con pile di fusti colme di gas. Alle porte di Milano, a Cerro sul Lambro, una dote imprecisata di residuati tossici. A Ronciglione nei boschi del Viterbese le tettoie in cemento coprono bidoni di iprite e bombole di fosgene, mentre in un laboratorio si maneggiano fosforo e asfissianti. Si decide di smantellare il possibile, concentrando ordigni e rottami contaminati a Ronciglione e soprattutto nel polo di Santa Lucia, alla periferia di Civitavecchia, sede dei primissimi test chimici nazionali. E lì restano fino alla conclusione della Guerra Fredda.
Un campione di sostanza tossica esaminato da un microscopio d'ultima generazione 

Operazione coscienza pulita

Gli anni Novanta portano una stagione di pace e speranza. Dissolto il patto di Varsavia, si firmano trattati per il disarmo. La Nato ammette l'esistenza di un arsenale tossico, seppur definendolo "residuato bellico" mentre alcune nazioni avevano continuato la produzione. Il mondo sembra finalmente deciso a cancellare per sempre l'incubo dei gas, stabilendo regole, sanzioni e controlli: deve sparire tutto entro il 2012.

Non è facile. Si scopre che il pianeta pullula di armi chimiche antiche e recenti. I fondali del Baltico sono un grande campo minato, con i resti degli arsenali tedeschi e russi. La Cina trova enormi discariche sotterranee lasciate dagli occupanti nipponici e a loro volta i nipponici individuano le bombe gettate in mare durante l'occupazione americana. Gli australiani litigano con Washington perché ha affondato mercantili pieni di iprite nelle sue acque. Gli albanesi hanno file di bunker straripanti di veleni militari. Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio costruiscono impianti per smantellare le testate.

La nube che ha intossicato il ciclista del lago di Vico è scaturita proprio dall'inizio dell'operazione "Coscienza pulita". Nel 1996 l'Esercito ha cominciato a svuotare i depositi. Nella base dimenticata di Ronciglione c'era di tutto: centinaia e centinaia di tonnellate di sostanze altamente pericolose, quasi 5000 proiettili sepolti nel terreno. I soldati agiscono con tute e respiratori, perché ogni munizione è un'insidia: fuori la ruggine, dentro veleno attivissimo. Oltre ai magazzini, bisogna fronteggiare il peso della Storia. Nel 1999 in una cava di Spilimbergo (Udine) vengono ritrovate quasi 30 mila munizioni tossiche abbandonate nel dopoguerra. Nello stesso anno alcuni bambini che giocavano sul greto di un torrente in Trentino accusano problemi agli occhi dopo avere maneggiato una creta verdastra: una frana aveva scoperchiato un deposito di residuati austriaci. Prima ancora da una caverna non lontano da Cortina d'Ampezzo erano emerse oltre 600 tonnellate di aggressivi a base di arsenico: il trasferimento richiede oltre un anno. Ma nessuno informa la popolazione, l'operazione avviene di nascosto. Tutto quello che viene recuperato finisce nella grande base alle porte di Civitavecchia.

Lì si combatte l'ultima battaglia. L'installazione oggi ha il colore delle vecchie caserme, tante palazzine sono abbandonate perché non ci sono i soldi per la manutenzione, una macchia rigogliosa popolata di volpi e cinghiali avvolge le strade. Poi all'improvviso compare una barriera modernissima, con telecamere e sentinelle che imbracciano i mitragliatori. È l'ingresso alla risposta italiana, incredibilmente efficiente e moderna, a questa eredità d'orrore. Gli ingegneri militari hanno progettano e realizzato un impianto completamente automatizzato. Senza interventi umani, ogni proiettile viene radiografato per identificare il contenuto e scegliere la procedura più adatta, poi macchine robot lo tagliano e lo svuotato. I composti sono trattati con sostanze che spezzano le molecole omicide, neutralizzandole. Quel che resta viene mescolato con sabbia e cemento, imprigionando in grandi cilindri il lascito velenoso. A Pueblo nel Colorado gli Usa hanno investito 4 miliardi e mezzo di dollari per allestire qualcosa di simile e disintegrare 780 mila proiettili all'iprite, senza riuscire a completare la missione. A Civitavecchia con una spesa minuscola sono state dissolte più di 40 mila munizioni tossiche, 140 tonnellate di iprite in fusti, 1104 tonnellate di adamsite, 221 barili di fumogeni. "La gestione militare ha permesso di ridurre al minimo i costi", sottolinea il colonnello Vinicio Pasquali che dirige l'installazione.

Quel che resta del mostro

Adesso la lotta con il mostro è quasi finita. C'è un ultimo ostacolo: 13.600 proiettili americani all'iprite, riemersi in Friuli. Hanno un innesco che non può essere affrontato dall'impianto laziale: se provi a tagliarli, scoppiano. Bisogna disintegrarli con un termossidatore che sviluppa temperature altissime, come esistono in Belgio, in Francia e in Germania. Ma la popolazione locale guarda con diffidenza al progetto, perché ha paura dell'inquinamento. "I rischi non esistono, è una procedura totalmente pulita", replicano gli ingegneri militari.
Il vero problema è un altro: la distesa immensa di cilindri di cemento mescolato con i resti del veleno. Sembrano una colossale opera d'arte contemporanea, simile al memoriale dell'Olocausto di Berlino: 10.450 monoliti grigi piantati nel verde della campagna, con il mare azzurro sullo sfondo. Da anni aspettano di finire in un deposito per rifiuti speciali e ora la pratica è in dirittura d'arrivo con una gara gestita a livello europeo.

Nell'attesa ai tecnici di Civitavecchia il lavoro non manca. Li chiamano ogni volta che si scopre un residuato sospetto: nelle scorse settimane ci sono stati tre interventi nel Nord. Indossano le tute gialle e i respiratori, con un detector portatile verificano la natura della sostanza e se si può la disinnescano sul posto. In più, come spiega il generale Roberto Comelli, capo del IV reparto dello Stato Maggiore Difesa"sono diventati gli interlocutori per qualunque problema ambientale, che si tratti di accompagnare le missioni all'estero o controllare i poligoni, per garantire la sicurezza del nostro personale. Abbiamo laboratori con gli strumenti più avanzati". Anche gli ispettori internazionali dell'Organizzazione sul disarmo chimico, quelli ad esempio che sono andati in Siria a indagare sull'attacco dello scorso aprile, vengono addestrati in questa struttura. C'è pure un altro compito, che si è sviluppato di recente: l'assistenza alle comunità che hanno finalmente scoperto le fabbriche dei veleni presenti sul loro territorio.

Nel 2009 l'autore di questo articolo è riuscito a ricostruire la storia delle nostre armi segrete grazie ai documenti dei National Archives di Londra: migliaia di pagine redatte dall'intelligence britannico sui piani fascisti, con le notizie fornite dagli informatori, gli interrogatori dei prigionieri italiani e i dossier originali catturati durante la guerra. Alcuni fascicoli erano ancora classificati top secret, come le cartelle cliniche delle vittime di Bari: gli unici test medici moderni sugli effetti dell'iprite, consultati durante la Guerra Fredda per progettare armi sempre più letali. La pubblicazione dei file ha fatto scoprire a diversi paesi di avere convissuto con una presenza ad alto rischio. Da Pesaro a Ronciglione, da Molfetta a Colleferro sono nati comitati popolari che hanno posto la questione, uniti in un coordinamento nazionale sostenuto da Legambiente. Lentamente questa mobilitazione virtuosa ha portato ad alcuni risultati. Nella base del lago di Vico i terreni sono stati setacciati, tirando fuori tutte le armi sepolte. Ci sono stati stanziamenti e interventi delle Regioni per accertare l'inquinamento dei suoli, monitoraggi delle falde idriche e si è cominciato a parlare di bonifiche. Il problema ovunque è lo stesso: mancano i fondi. Ma almeno adesso si conoscono i pericoli.

Il passato immortale

Il ciclista intossicato sulla strada di Ronciglione è riuscito a sopravvivere ma non si è mai pienamente ripreso. È rimasto in malattia per 220 giorni, ha perso il lavoro, ha continuato ad avere problemi ai polmoni e alla gola. Ha fatto causa allo Stato ed il processo in primo grado si è concluso con un risarcimento irrisorio. All'indomani della sentenza, il suo avvocato ha ricevuto una telefonata: la comunità ebraica di Roma si offriva di sostenere le spese per l'appello. Il legale si è stupito e ha domandato le ragioni del gesto: "La famiglia del signor Aboaf è stata vittima dell'Olocausto".

Umberto Aboaf aveva meno di un anno quando le Ss catturarono suo padre e i suoi tre zii, deportandoli a Buchenwald. Ma durante il processo non ne ha mai parlato. L'avvocato si è infuriato: "Avrebbe dovuto dirmelo, c'era la possibilità di chiedere danni psicologici e morali enormi". L'uomo lo ha zittito: "È la storia della mia famiglia ed è soltanto mia".
Umberto Aboaf non conosceva però l'origine della nuvola che l'ha ghermito nei boschi della Tuscia in una tiepida mattina del gennaio 1996. Il gas sfuggito dalla base militare dopo oltre cinquant'anni di oblio non era stato prodotto in Italia ma nella Germania nazista. Era una bombola di fosgene distillato dalla Ig Farben, un nome che non verrà mai dimenticato: sì, la stessa azienda che ha fornito lo Zyklon B usato nei lager per assassinare sei milioni di ebrei. Anche suo nonno è stato ucciso da quel veleno ad Auschwitz. Come se l'arma fosse stata programmata da uno spirito malvagio per proseguire nella missione omicida, come se avesse scelto con cura il suo bersaglio trasformando un assurdo incidente in una drammatica manifestazione di tutto l'orrore che l'uomo ha saputo concepire nel ventesimo secolo. Nonostante questo, nessuna autorità ha mai chiesto scusa a Umberto Aboaf.