Tonia Mastrobuoni
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dalla nostra corrispondente TONIA MASTROBUONI, foto di GERHARD WESTRICH
Politica, società, economia: ancora oggi, le due Germanie continuano a essere divise. Con le regioni dell'ex Ddr dove prospera la destra estrema e populista. E chi cerca di far rinascere i villaggi abbandonati dell'Est dopo il 1989. Viaggio lungo il confine che non riesce a scomparire
BERLINO. Dopo trenta secondi con Vera Lengsfeld, chiudiamo il taccuino e improvvisiamo. Complicato condensare una biografia così intensa, meglio affidarsi al suo flusso di coscienza. Classe 1952, leggendaria dissidente della vecchia Germania est, Lengsfeld è stata perseguitata negli anni Ottanta da un esercito di 49 spie della Stasi. Quarantanove. Eppure, certi dettagli grotteschi del suo assedio ancora la fanno ridere. «Negli inverni particolarmente freddi la macchina con le spie parcheggiata sotto casa aveva il motore acceso. Non facevano neanche lo sforzo di nascondersi. Quando ero di buon umore, portavo loro del tè. Altrimenti andavo a protestare per la puzza dei gas di scarico», ci racconta in un piccolo caffè di Pankow, il quartiere di Berlino dove fondò nel 1981 uno dei primi gruppi d…
BERLINO. Dopo trenta secondi con Vera Lengsfeld, chiudiamo il taccuino e improvvisiamo. Complicato condensare una biografia così intensa, meglio affidarsi al suo flusso di coscienza. Classe 1952, leggendaria dissidente della vecchia Germania est, Lengsfeld è stata perseguitata negli anni Ottanta da un esercito di 49 spie della Stasi. Quarantanove. Eppure, certi dettagli grotteschi del suo assedio ancora la fanno ridere. «Negli inverni particolarmente freddi la macchina con le spie parcheggiata sotto casa aveva il motore acceso. Non facevano neanche lo sforzo di nascondersi. Quando ero di buon umore, portavo loro del tè. Altrimenti andavo a protestare per la puzza dei gas di scarico», ci racconta in un piccolo caffè di Pankow, il quartiere di Berlino dove fondò nel 1981 uno dei primi gruppi di opposizione pacifista, il “Friedenskreis Pankow”.
Un particolare, quello delle auto della Stasi sotto casa, che ricorda uno dei romanzi più angoscianti di Christa Wolf, Che cosa resta (E/O). Lengsfeld annuisce, quando le ricordiamo che la grande scrittrice tedesca finì nel mirino di molti intellettuali più giovani della Germania est come Thomas Brussig, che la accusarono di aver vissuto in una zona grigia tra critica al regime e adattamento. Dagli archivi emerse anche che anche Wolf era stata una spia dei servizi. «Io sono stata una vittima eccellente della Stasi», ragiona Lengsfeld. «Ma so anche che Christa Wolf mi aiutò quando non ero nessuno e il regime, nel 1983, mi inflisse il divieto di lavorare a causa della mia opposizione politica. Non l'ho mai dimenticato. Anni dopo l'ho anche aiutata a trovare casa da queste parti». Di nuovo, questa energica sessantaseienne dal caratteristico caschetto d’oro e gli occhi verdi sempre in movimento, non può fare a meno di sorridere.
L’anno prossimo sarà il trentesimo anniversario dalla caduta del Muro. Ma è difficile estorcerle qualcosa sul dubbio che riemerge continuamente nella discussione pubblica tedesca, come un fiume carsico. E che è sembrato esplodere in faccia a un Paese intero dopo le ultime elezioni politiche, che hanno certificato un popolo spaccato. La destra populista ha preso il 10% a Ovest e il doppio, il 20% nei Land dell’Est, con moltissime punte oltre il 30%. L’ipotesi è che nella testa di tanti, il Muro non sia mai sparito. E che il successo dell’Afd ne sia soltanto il sintomo più palese. Ormai, nelle regioni orientali, la destra populista è un partito di massa. E molti scommettono che è in quei Land che riuscirà a rompere un tabù impensabile, sussurrato soltanto dai politici più pragmatici, ma rigorosamente a microfoni spenti: quello di andare al governo, magari con la Cdu.
Nel 1988 Lengsfeld finì in carcere, a Hohenschönhausen, per aver retto durante una manifestazione un cartello che, citando la costituzione, recitava «ognuno ha in diritto di manifestare la propria opinione liberamente e apertamente». Passò settimane in isolamento, senza sapere mai che ora fosse, senza mai incontrare altri prigionieri. L’unico contatto umano erano gli aguzzini che la interrogavano. «A un certo punto mi misero in cella una donna della mia età, sposata come me, con lo stesso numero di figli e una biografia simile. Buffo, no?». L’ennesima spia. All’interrogatorio successivo, Lengsfeld fece capire che l’aveva smascherata. La donna sparì.
Ovvio che la fine del regime di Honecker sia stata la fine di un incubo, una liberazione. «Il Muro non è caduto soltanto per chi non vuole che sia caduto», scandisce, perentoria. Tuttavia, la sua biografia post-1989 fa riflettere. Da parlamentare dei Verdi, Lengsfeld è diventata esponente dei conservatori della Cdu e infine acerrima nemica della “politica delle porte aperte” di Angela Merkel. Oggi non è raro vederla su un palco della destra populista dell’Afd. E non è sola tra gli ex attivisti anti Ddr, tra chi rischiò la vita per la libertà come lei come Siegmar Faust o Angelika Barbe. Abbiamo incontrato Vera Lengsfeld anche per capire come riesca a sentirsi a suo agio, adesso, in mezzo a nazionalisti, fanatici anti islamici ma anche qualche nostalgico di un regime che lei, più di chiunque altro, ha combattuto.
C’è un particolare di cui Lengsfeld non riesce a ridere neanche dopo trent’anni. Tra i 49 “collaboratori informali” dei servizi c’era anche suo marito, Knud Wollenberger. Lengsfeld lo venne a sapere poco prima dell’apertura degli archivi della Stasi, nel 1992, prima di quella cesura nella storia tedesca dolorosissima “ma indispensabile”, precisa Lengsfeld, che per anni innescò una guerra civile strisciante. Uno dei grandi traumi post-Riunificazione fu la scoperta di milioni di “vite degli altri”, fu l’orrore a l’abisso, per miriadi di ex cittadini della Germania comunista, di scoprirsi traditi per anni da colleghi, amici, genitori, figli, amanti. A oggi sono oltre due milioni i tedeschi che hanno chiesto di vedere i documenti dei servizi che li riguardavano.
Ripensando allo shock del marito, Lengsfeld scuote la testa energicamente, come a voler scacciare un’ombra. «No, non ho mai perso la fiducia nel genere umano, neanche dopo quella scoperta». Lo ha persino perdonato, anni dopo. Ma quando gli chiese conto di quell’inaudito tradimento, lui fu soltanto capace di dirle «che per un ebreo come lui la Germania comunista era stata la risposta ad Auschwitz e non poteva essere messa a rischio. Neanche da sua moglie». Di quel confronto, di quella sera, Lengsfeld ammette fino ad oggi di non ricordare altro.
Mentre sorseggiamo uno spritz in un’insolita giornata di afa berlinese, l’attivista riannoda i fili di una biografia incredibile senza pathos, con la voce piatta, scoppiando ogni tanto a ridere per i dettagli più inverosimili. La sua vita parla da sola, inutile condirla con toni drammatici. «Che la Stasi fosse un’organizzazione letteralmente criminale, io l’ho capito solo dopo». Chiaro, «sapevamo di essere spiati, nutrivamo sospetti nei confronti dell’uno o dell’altro. Ma dopo capii che gli aguzzini di Mielke ammazzavano e torturavano». Fu il caso di un suo grande amico, Jürgen Fuchs, scrittore morto giovane di un cancro rarissimo, come altri due attivisti rinchiusi negli stessi mesi del 1979 in carcere. «Furono avvelenati con delle sostanze radioattive, o gliele fecero mangiare o contaminarono i vestiti o le celle. Avevo procurato io i medici a Jürgen. I loro verdetti sono unanimi». E anche Lengsfeld ripensa con terrore a un episodio di quegli anni. Quando con la macchina andò quasi a sbattere in autostrada perché le saltò un pezzo del motore. «Dagli archivi della Stasi ho appreso, anni dopo, che il motore era stato manomesso. Volevano ammazzarci».
E allora, viene spontaneo chiederle, dopo anni di lotte che testimoniano di un coraggio sovrumano e di una trasparenza eroica, perché si sia impegnata di recente al fianco della destra populista. «Io non sono dell’Afd, sia chiaro. Ma sono per lo Stato di diritto. E la costituzione è stata sistematicamente violata da parte di Angela Merkel, in questi ultimi anni. Ad esempio, lasciando entrare milioni di migranti senza passaporto». Profughi, vorrà dire. «No, nella stragrande maggioranza dei casi, non si tratta di profughi, ma di migranti economici. Sempre più cittadini vanno in strada, manifestano pacificamente contro questa spaventosa immigrazione di massa e contro la decisione solitaria e testarda di Angela Merkel di permetterlo. Tutti nazisti, quelli che manifestano contro, che hanno paura? Io non credo».
La sua stessa tesi è stata sostenuta un anno fa da uno dei maggiori scrittori degli ultimi decenni, Uwe Tellkamp, durante una serata letteraria che ha suscitato una bufera di reazioni indignate. Ma che intellettuali di spicco come Lengsfeld o il geniale autore de "La Torre" (Bompiani) — forse il romanzo più completo sugli anni precedenti all’implosione del regime di Honecker — si dicano spaventati per la “politica delle porte aperte” di Angela Merkel, non è raro. È una ferita di cui si parla troppo poco. Per i media tedeschi, è sempre stato più semplice relegare questi intellettuali in un angolo, bollarli come reazionari ed estremisti. Così come si parla ormai della Germania est come se fosse un Paese di camicie brune in abiti borghesi. Suhrkamp, l’editore di Tellkamp, si è sentito in dovere di prendere le distanze dalle dichiarazioni dello scrittore. Ma alla fine della famosa serata di un anno fa, il romanziere ammise candidamente di «avere paura» dell’immigrazione e «di essere umano come molti in questo pubblico, forse». E forse non è neanche così semplice giudicare, quando si tratta di personalità complesse come Tellkamp o come Vera Lengsfeld. Indagando un po’ a est dell’Elba si scopre che non c’entra soltanto l’immigrazione, ma un senso di umiliazione, una ferita post-riunificazione — da molti vissuta come un’annessione — che non riesce a rimarginare. LA CAPITALE NERA - CHI SOFFIA SUL FUOCO
Per sondare da vicino la rabbia che attraversa le vecchie regioni della Ddr, non si può fare a meno di andare proprio nella città di Tellkamp, a Dresda. Ormai è considerata la “capitale nera” della vecchia Germania est. La perla barocca sull’Elba che fu rasa al suolo dagli Alleati in una notte di fuoco di febbraio del 1945 ispirò il grande romanzo sulla Seconda guerra mondiale Mattatoio numero 5 (Feltrinelli) di Kurt Vonnegut. Quella notte di fuoco è stata sempre un vulnus, stigmatizzata nei decenni dalla destra estrema come rappresaglia sproporzionata, come colpo di coda violentissimo degli Alleati. Una pagina della storia trattata con ambiguità anche da molti politici conservatori. E oggi Dresda è tristemente famosa perché è la città dov’è nata Pegida, scippando l’idea e gli slogan di un appuntamento cruciale dell’autunno del 1989.
La “rivoluzione pacifica” che nel 1989 spazzò via il regime comunista si diffuse in tutta la Germania est anche attraverso le manifestazioni anti-regime del lunedì. E dall’ottobre del 2014 i “patrioti contro l’islamizzazione dell’Occidente” si danno appuntamento all’inizio di ogni settimana nel capoluogo della Sassonia, gridando slogan rubati a quell’autunno storico, come “noi siamo il popolo”. Pensare che negli anni del Muro Dresda era detta “la valle degli ignari” perché era una delle rarissime città della Ddr dove non arrivava il segnale della tv occidentale. E dove la rivolta contro Honecker, contrariamente a Lipsia, scoppiò infatti più tardi.
Davanti alla stazione principale, nel tardo pomeriggio di un lunedì di maggio, un migliaio di simpatizzanti anti islamici sventolano bandiere tedesche e cartelloni contro Angela Merkel. «Il nome più frequente tra i nuovi nati a Brema è Mohammed. È oltre un terzo dei beneficiari degli assegni sociali “Hartz IV” non sono incassati da tedeschi!», ruggisce la voce dell’estremista di destra, Jürgen Elsässer dal palco. Ci guardiamo intorno: un cartello raffigura la cancelliera in uniforme nazi — fa parte della retorica surreale di Pegida paragonare Merkel alternativamente ai bonzi comunisti o al Führer — , una bandiera gialla esibisce lo stemma della Baviera e la scritta «tedesco di nascita, bavarese per volontà di Dio», mentre uno striscione strilla «Resistenza!», e un altro «Libertà per la Germania».
Ogni volta che compare una telecamera, si leva un coro feroce, «Lügenpresse», «stampa bugiarda», un termine che viene dritto dritto dagli anni Trenta. L’altro slogan che parte in automatico, appena un ragazzo dalla fisionomia asiatica si avvicina alla folla scuotendo la testa, è «rimpatriatelo!». Un ritrovo cupo, rabbioso. E il clima non cambia quando il corteo comincia a muoversi verso la città vecchia, quando si incunea tra la folla di dresdeniani che stanno tornando a casa o che hanno deciso di approfittare delle giornate più lunghe dell’inizio dell’estate per bersi una birra all’aperto. Ormai sembrano assuefatti all’ondata nera.
Attualmente, gli organizzatori di Pegida si sognano i 35mila manifestanti sfiorati dopo l’attentato islamico a Parigi contro la redazione di Charlie Hebdo, a gennaio del 2015. Allora, Pegida faceva paura. E si era diffusa anche in altre città della Germania. Nel frattempo è morta quasi ovunque, ma mai a Dresda. E fa impressione pensare che ogni lunedì da quasi quattro anni il movimento riesca sempre ad attirare almeno un migliaio di simpatizzanti. Negli anni, nonostante gli slogan spesso razzisti scanditi anche dal palco, è caduto anche il muro invisibile con l’Afd. All’inizio la destra populista mandava soltanto qualche esponente più radicale a sfilare per le vie di Dresda. Ma ormai ogni pudore sembra svanito. Anche perché, ci spiega uno degli ideologi più influenti della Nuova destra tedesca, uno che è stato spesso sul palco di Pegida, Götz Kubitschek, in mezzo c’è stato l’anno dei profughi, il 2015, l’anno «del grande strappo».
Fondatore della casa editrice di destra Antaios, Kubitschek è stato tra gli animatori degli Identitari, è molto legato a figure della corrente più radicale dell’Afd come Björn Höcke e ha ottimi rapporti con la destra austriaca della Fpö e con l’italiana CasaPound. L’anno scorso la sua presenza alla Fiera del libro di Francoforte è stata fortemente contestata. Nel colloquio con noi non nasconde che come rappresentante di primo piano della Nuova destra, uno degli obiettivi «è rendere lo strappo del 2015 sempre più profondo, sempre più insanabile. Quello strappo sta spaccando famiglie, villaggi, comunità, ma è necessario. Non dobbiamo mai tornare indietro». Kubitschek ha dato appuntamento in un ristorante tradizionale di Dresda, «qui si mangia bene, si mangia tedesco», sorride.
Kubitschek ha ordinato un bollito con i canederli. Non ha nulla di rabbioso, è calmissimo anche quando sostiene tesi agghiaccianti. Glissa quando gli domandiamo delle dichiarazioni antisemite e filonaziste di alcuni esponenti dell’Afd, dice «io non l’avrei mai detto». Ma è capace anche di dichiarare, senza battere ciglio, che «gli omosessuali possono vivere come vogliono, ma non dovrebbero sfilare per le vie principali delle città. Fa bene Viktor Orbán a non consentirlo». Quanto all’antisemitismo nell’Afd, precisa che «io non direi mai certe cose, e non penso che un partito antisemita potrebbe mai più avere successo in Germania. Non penso assolutamente che ci sarà un ritorno dei fascismi. Ma penso che sia in atto un’insurrezione dei conservatori, soprattutto qui a Est. E penso che sia un bene».
Sullo “strappo” che ha anche diviso Est e Ovest e sulla protesta di molti ex dissidenti della Germania comunista come Lengsfeld, Kubitschek ha le idee chiare: «C’è il senso di un’annessione da parte della Germania federale, ancora a distanza di decenni, eseguita con arroganza e ingannando molte persone, portando via le loro proprietà, i loro beni con due soldi. Quanto ai dissidenti, più di chiunque altro hanno un orecchio allenato a riconoscere le bugie dei politici, a riconoscere il momento in cui il loro messaggio si svuota, in cui si tratta solamente, come nel caso di Angela Merkel, di mantenere il potere a ogni costo. Infine, la Ddr era un Paese omogeneo, con pochissimi stranieri. Anche dopo, ne sono arrivati meno che a Ovest. L’ondata del 2015 li ha scioccati di più. E una delle caratteristiche di fondo dei tedeschi è che detestano il cambiamento. Si ricordi il famoso slogan di Adenauer, con cui stravinse le elezioni: “Niente esperimenti”». LA CAPITALE NERA - CHI RESISTE
In Sassonia, la regione di Dresda, a lungo una roccaforte inespugnabile della Cdu, l’Afd è ormai il secondo partito. È salito al 24% secondo un sondaggio dell’11 giugno pubblicato da Bild, mentre i cristianodemocratici perdono costantemente consenso e sono atterrati ora a quota 32%. Come in tutto il resto della vecchia Ddr, la destra populista è ormai una Volkspartei, un “partito del popolo” profondamente radicato in ogni strato della popolazione. E, sempre secondo il sondaggio del tabloid più letto in Germania, la Spd è crollata sotto il 10%. L’attuale Grande coalizione che governa la Sassonia non ha più una maggioranza nella popolazione. Una coalizione pensabile, se si andasse a votare oggi, sarebbe tra Cdu e Afd, altrimenti i cristianodemocratici dovrebbero allearsi con altri due o tre partiti per raggiungere la maggioranza.
Quello di un’alleanza nero-blu è ancora uno scenario tabù: l’Afd è trattata da tutti come una formazione politica, come si sarebbe detto una volta, al di fuori dell’arco costituzionale, sono dei parìa con cui nessuno vuole fare alleanze. Almeno pubblicamente. E mettendo in fila le bestialità che alcuni suoi esponenti di primissimo piano riescono ancora a dire, non meraviglia. Di recente uno dei due leader della destra populista, Alexander Gauland, ha definito il regime nazista «una cacata di uccello» nella millenaria, «gloriosa» storia tedesca. D’altra parte, come ci ha spiegato una volta lo scrittore Thomas Brussig, «per molti tedeschi dell’Est come me, anche i partiti sono espressione della riunificazione-annessione. Se a ovest i Verdi sono il partito del ‘68, nell’impegno contro le centrali atomiche, da noi è solo “il partito della rucola”, dei fighetti. Sui liberali non saprei neanche dove cominciare: per noi sono dei marziani. Dunque, le uniche due formazioni politiche che sono percepite come “autoctone”, diciamo così, sono la Linke, che eredita i voti dei vecchi comunisti. E l’Afd».
«È venuta a seguire la “solita” Pegida?». Carola Vulpius mi squadra, con aria di sfida. La giudice è originaria di Bonn ma vive a Dresda con la famiglia da molti anni. La incontriamo in un bar della cosiddetta Neustadt, il quartiere di là dell’Elba che pullula di studenti. «Sa», mette le mani avanti, «questa è una città fantastica, con un’offerta culturale vivissima». Vulpius è tra le organizzatrici, a Dresda, delle manifestazioni di Pulse of Europe, il movimento nato sull’onda dell’ascesa dei populismi, in difesa dell’Europa. A Dresda è diventata anche una reazione a Pegida, certo, ma il movimento è nato in realtà a Francoforte per reagire al clima euroscettico e xenofobo che si è accentuato in tutta la Europa dopo la Brexit. Ormai sono decine le città dove Pulse of Europe organizza delle manifestazioni a favore della Ue. A Dresda, Vulpius e gli altri “entusiasti” della Ue ne hanno organizzate già quattordici.
La giudice ci tiene a sottolineare che parla come “privata cittadina”, anche se le sue parole sono letteralmente illuminanti, sull’umore nero che si respira a Est. Vulpius ammette di soffrire enormemente del “bashing della Sassonia”, del fatto che nel resto della Germania questa regione, «che fino all’inizio della Seconda guerra mondiale era una delle più ricche d’Europa», sia trattata come se fosse una regione di selvaggi e di nazisti. Molti non si rendono conto, aggiunge, che «qui, come nel resto della Germania Est, molti cittadini si sentono offesi per come sono stati trattati dopo la caduta del Muro». Intanto, perché «vennero qui molti tedeschi dell’Ovest che avevano delle qualifiche molto inferiori ai tedeschi dell’Est» ma che si comportavano verso i loro “cugini” orientali con «arroganza e senso di superiorità». Erano i capitalisti che pensavano di aver vinto una sfida storica, quella contro le economie pianificate e il comunismo, è questo il sottinteso. «Sono stati in pochi i politici ad analizzare seriamente quante cose buone ci fossero nella Ddr e che si sarebbero potute copiare, a cominciare dal sistema degli asili nido». Il risultato è un senso di umiliazione e una rabbia che permea da allora la società, conclude. Un suo conoscente, racconta, «ha detto che per molti anni nessuno era mai riuscito a trovare le parole giuste per l’umiliazione che sentiva. Adesso le ha trovate. E va alle manifestazioni di Pegida».
Vulpius non è certo un’elettrice di destra, ha l’Europa nel cuore, ma è un attenta lettrice delle lettere che appaiono sui giornali locali, dove da trent’anni tornano sempre gli stessi temi. Torna la rabbia verso la Treuhand, l’Agenzia per la privatizzazione, e la feroce e frettolosa operazione di smantellamento della vecchia industria della Germania est che provocò un’ondata di disoccupazione senza precedenti. Contribuendo allo spopolamento di vaste aree delle vecchie regioni dell’Est.
La Treuhand è una ferita aperta, a est dell’Elba. Nel 1990, l’anno della Riunificazione delle due Germanie, l’Agenzia fu istituita per inglobare le oltre 8.000 aziende statali della Ddr, e all’inizio furono proclamate ottimistiche proiezioni sui possibili introiti. Invece, dopo aver privatizzato due terzi e liquidato un terzo di ciò che sopravviveva del sistema industriale disastrato della vecchia Germania comunista, la Treuhand chiuse i battenti nel 1994 con un bilancio devastante. Disoccupazione a due cifre in tutti i Land della vecchia Ddr e un esodo di massa verso l’Ovest. E, come ricorda il politologo Markus Boeick, a fronte di un incasso magrissimo, circa 70 miliardi di vecchi marchi, l’agenzia ne spese 340 per risanare, cancellare debiti o recuperare terreni inquinati. Chiuse con un debito-monstre di circa 250 miliardi di marchi. Come scrisse Michael Jürgs nel libro Die Treuhändler del 1997, gli ex amministratori continuano a essere «odiati dai tedeschi dell’Est come “rulli compressori” che distrussero le loro esistenze, e ad essere disprezzati dai tedeschi dell’Ovest perché hanno sprecato i loro soldi da contribuenti. Helmut Kohl ha fatto la Riunificazione, ma ad amministrarla ha chiamato altri, i Treuhändler», gli amministratori dell’Agenzia per la privatizzazione di un intero sistema in bancarotta.
Ma leggendo le lettere che arrivano ai giornali locali, sottolinea Vulpius, tornano spesso anche lamentele per i rapporti deteriorati con la Russia, che molti tedeschi orientali vorrebbero invece più stretti. E poi, annuisce finendo il suo caffè americano, c’è il tema dell’immigrazione, certo. E per lei, una democratica fino al midollo, è importante sottolineare che «è sbagliato credere che chiunque pensi che la decisione di Merkel di aprire le frontiere tedesche nel 2015 ai profughi sia stata sbagliata, sia un estremista di destra». SCAMPATI ALLA PRIVATIZZAZIONE: GLI ATLETI DI STATO
Un esempio lampante di un’azienda scampata alla furia della Treuhand, è nascosta nella periferia di Berlino. Ma bisogna anche considerare che riguarda un settore considerato una miniera d’oro, prima del ‘89. Lo sport, al di là della Cortina di ferro, era un rifugio. Per chi eccelleva, era l’unico modo per viaggiare, per godere dei privilegi di solito accordati ai bonzi, per sentirsi superuomini ed élite. Ed era anche più facile scappare in Occidente. Così, la Ddr divenne una fucina inesauribile di atleti fuoriclasse e di grandi squadre. Heike Drechsler, Kornelia Ender o Gustav-Adolf Schur erano nomi che facevano brillare gli occhi, anche per il senso di libertà che emanavano. Hans-Georg Aschenbach, grande campione di sci che fuggì all’Ovest, spiegò un giorno la logica che spingeva la Germania est, dove si faceva la fila al supermercato per le cose più semplici, a investire somme oscene nello sport. «Per la competizione agonistica il regime non risparmiava mai. Era un tentativo di coprire, dissimulare, di dire “abbiamo un grande successo”. Per dire “certo, non ci sono molti prodotti, non potete mangiare un sacco di cose, non potete indossare questo o quell’altro, ma guardate i nostri atleti! I nostri campioni, sono i migliori!”».
L’ansia di mantenersi sul podio delle nazioni più competitive spinse la Germania Est a far pagare ai suoi atleti anche un prezzo caro, quello di un brutale, sistematico “doping di Stato”. E Aschenbach fu uno dei testimoni più importanti di quel crimine sistematico, perpetrato dal regime ai danni di generazioni di atleti. Ma la “diplomazia in tuta” della Germania est, l’ambizione di essere in cima al medagliere olimpico mondiale, produsse anche alcune delle aziende più all’avanguardia nell’ingegneria sportiva.
Sei dei nove bob della nazionale tedesca che si sono presentati a Pyeonchang, alle ultime Olimpiadi invernali, facendo il pieno di medaglie, vengono prodotti in una piccola fabbrica appena fuori da Berlino, il FES, l’Institut für Forschung und Entwicklung von Sportgeräten (Istituto per la ricerca e lo sviluppo di attrezzature sportive). Parlando al telefono con l’uomo che lo guida con mano ferma dal lontano 1981, Harald Schaale, si ha l’impressione di trovarsi davanti a un piccolo miracolo. Uno di quelli nascosti dalle statistiche impietose della violenta de-industrializzazione delle regioni dell’Est che avvenne dopo la caduta del Muro. E i racconti della sua lunga resistenza, alla tolda di comando di un gioiello di azienda, valgono oro, per capire le differenze tra ieri e oggi.
«Una volta, erano gli anni Ottanta, ci mancavano dei pezzi per costruire un computer. Siccome godevamo di un privilegio enorme, quello di poter comprare banane e arance, riempimmo un sacco di quella frutta proibita e ci dirigemmo a Dresda, per scambiarla con i pezzi del computer», ci racconta. Banane contro transistor: tipico dell’inventiva dei tedeschi dell’Est. Popolo di fantasiosi inventori e formidabili improvvisatori causa penuria di mezzi e censura onnipresente. Il computer, Schaale lo chiama ancora all’antica, “Rechner”, “calcolatore”. Il direttore del FES è un ex atleta, da giovane arrivò secondo agli europei di vela, e di aneddoti sui tempi del muro ne ha da raccontare per ore, da atleta e poi da direttore di un gioiello di ingegneria come l’istituto di Berlino-Oberschöneweide. Dove ancora oggi, se ti viene voglia di fotografare uno slittino, un bob, un remo da canoa o la lama di una scarpa da pattinaggio, ti bloccano subito: è rigorosamente vietato, in tutta la fabbrica.
«Lo spionaggio industriale continua ad essere un problema anche oggi, ma ai tempi dell’Urss era una vera tragedia». All’epoca, i “compagni” sovietici andavano a visitare le fabbriche della Germania est e si portavano a Mosca senza troppi complimenti gli oggetti più all’avanguardia. «Pensi che negli anni Settanta fu a Dresda che riuscirono a sviluppare la fibra di carbonio. I sovietici la rubarono e la fecero sparire. Riemerse come materiale dell’Urss che noi fummo costretti a ricomprare da loro». Alla FES andò un po’ meglio, perché i bonzi erano consapevoli del valore di quei geniali ingegneri che cominciarono a costruire gli attrezzi addosso agli atleti. «La nostra intuizione di fondo fu la formula, “Mensch-Maschine”, “Uomo-macchina”».
Che non è una canzone dei Kraftwerk, ma il segreto del successo dell’Istituto che continua a produrre attrezzi che proiettano gli atleti in cima ai podi olimpici perché glieli disegnano addosso. «Anche qui è capitato che dopo una visita di una delegazione sovietica fosse sparito un pezzo per agganciare i remi alla canoa. Lo rivedemmo successivamente, in una competizione internazionale, ridipinto di un altro colore, con il triangolo dell’Istituto malamente graffiato via». Il “grande fratello”, come i tedeschi chiamavano l’Unione sovietica, era onnipresente. «Una tipica battuta dell’epoca era ‘facciamo metà-metà o dividiamo fraternamente’? Nel secondo caso, voleva dire che uno si accaparrava l’80%».
Il FES è statale, come ai tempi della Germania Est, e riceve oltre quattro milioni di euro all’anno per far brillare la stella tedesca nel cielo olimpico. Ma il passaggio alle logiche di mercato, dopo la caduta del Muro, non è stato semplice. Schaal si è battuto per la sopravvivenza con le unghie e con i denti, negli anni ’90, quando la furia neoliberista che spazzò via quasi tutta la vecchia industria dell’Est senza un’analisi seria delle imprese che avrebbero potuto competere anche sui mercati globali. FES ha dimostrato di essere leader mondiale nel suo settore, com’era stato sin dalla sua fondazione, nel 1961. Eppure, nel 1995, nel finanziaria dell’allora governo Kohl comparve una sigla che significava una sicura condanna a morte, “kw”, acronimo asettico di künftig wegfallend, “da eliminare”. Il FES era diventato un “ente inutile” si direbbe in Italia, da sacrificare sull’altare del libero mercato dove concorrenti pesanti come Opel o Wallner bramavano per conquistare quella nicchia. «Per fortuna», ridacchia Schaale, «abbiamo vinto noi. Quella sigla dopo lunghe battaglie è sparita. Ma anche se abbiamo dimostrato che si può essere in cima al mondo, che si può garantire l’eccellenza con i soldi pubblici, continuiamo a lottare per riceverne abbastanza per mantenere quegli standard. Non è facile». CHI TORNA/1
Dei boschi scuri e delle colline verdissime di Usedom che scendono dolcemente verso il mare si era già innamorato Lyonel Feininger. Pedalando sulla meravigliosa ciclabile che attraversa il cuore dell’isola del Mar Baltico, intitolata al grande pittore americano, ci si dimentica del mostruoso risultato elettorale di quest’enclave della destra, al confine con la Polonia. Mentre superiamo l’ultima foresta di betulle prima di calare verso i Kaiserbäder, i famosi stabilimenti nella parte settentrionale dell’isola dove l’imperatore Guglielmo I e suo figlio, il futuro Guglielmo II, amavano passare l’estate, il mare appare improvvisamente all’orizzonte, luccicando come un grande specchio. Abbiamo appuntamento con Uwe Wehrmann, e non sarà facile smuoverlo dalla sua diffidenza. Il proprietario dell’albergo di lusso “Ostseeblick” ci ha già anticipato via mail che «non ho nulla da dirle» sulla ragione per cui l’Afd e i neonazisti hanno preso oltre il 50% alle elezioni regionali del Meclemburgo-Pomerania. Ma noi abbiamo insistito molto per ottenere un incontro con lui, anche per raccontare la storia unica della sua famiglia.
Arrivati all’Ostseeblick, stringiamo la mano a un uomo dalla faccia pulita e con due grandi occhi azzurri incorniciati da un paio di occhiali squadrati, un po’ retro. Wehrmann vuole farci vedere qualche foto, prima di accoglierci sulla sontuosa terrazza dell’albergo che affaccia sugli stabilimenti. In quella striscia di spiaggia lunghissima, già negli anni Venti si stava diffondendo l’orrore. Ci vengono in mente i diari di Viktor Klemperer, il racconto degli stabilimenti che esibivano cartelli contro gli ebrei e che apparvero qui già durante la Repubblica di Weimar. Usedom, l’isola di Peenemünde e delle armi segrete di Hitler, il posto in cui «la merda è trasformata in oro» come sentenzia un personaggio di uno dei più bei romanzi di Thomas Pynchon, L’arcobaleno della gravità (Rizzoli), ha una lunga tradizione militare. Insomma, forse non è del tutto sorprendente che la destra qui sia così forte da sempre, forse non c’entrano solo Merkel e i profughi.
Wehrmann, intanto, ci mostra le foto di quegli anni: il nonno Kurt comprò l’edificio affacciato sul mare nel 1936 e ne fece un albergo di successo. «Poi venne l’anno della disgrazia», racconta. Nel 1953 il regime della giovane Germania comunista espropriò una marea di ricchi nell’ambito della statalizzazione dell’Aktion Rose, “L’azione della rosa”. «I miei nonni furono espropriati dell’albergo e incarcerati. Poi si trasferirono a Ovest, dove nacquero i miei genitori». Anche Uwe Wehrmann è cresciuto a ovest, a Iserlohn. «Mi ricordo i miei nonni, il loro dolore, la loro nostalgia di Usedom, ai tempi del Muro. Ogni domenica mia nonna ci portava una torta e cominciava a raccontare di quell’isola lontana, meravigliosa. Alla fine si metteva sempre a piangere».
Quando cadde il Muro, Uwe Wehrmann e sua moglie chiesero la restituzione dell’albergo che era stato scippato ai nonni e che negli anni ’80 era ormai ridotto talmente un rudere che il regime lo aveva abbattuto sostituendolo con un edificio nuovo. «Poi lo riacquistammo dalla Treuhand e con enormi sforzi lo rimettemmo in piedi». Oggi è un gioiello, con le sue grandi vetrate affacciate sul mare e la sua terrazza tonda dalla vista mozzafiato.
Ripensando alla fatica degli ultimi decenni, a Wehrmann vengono ancora le lacrime agli occhi. Anche dalla rabbia verso gli “eterni scontenti”, come li chiama. «Vede quell’edificio laggiù, tutto marrone, scrostato? Gente che rifiuta il restauro. Per principio, senza un motivo vero se non un odio incomprensibile. Si guardi intorno, non è un paradiso qui? La disoccupazione non esiste — io faccio fatica a trovare camerieri e li devo sempre andare a cercare in Polonia — e di profughi o migranti non c’è quasi traccia. Lei mi chiede perché votano a destra, qui? Io non lo so, vivo qui da un quarto di secolo e giuro che non l’ho capito». CHI TORNA/2
Appena ci sediamo, Sina Auras ci porta un cocktail verde con una bandierina, “Heeme”. In dialetto brandeburghese, vuol dire “essere a casa”. È il titolo del libro di sua figlia Stefanie, che si è allungata sulla panca di fronte mentre maneggiamo in modo maldestro il registratore che non vuole partire. Il cocktail è buonissimo, sa di mela e agrumi. Ma il motivo per cui siamo venuti a Finsterwalde, nel cuore dello Spreewald — la regione dei famosi cetriolini — non è la squisita bevanda di Sina Auras. È sua figlia Stefanie. Da qualche anno la trentaseienne è tornata qui, nel suo paesino natale di sedicimila anime nel sud del Brandeburgo, rinunciando alla sua scoppiettante vita a New York. «Mi sono resa conto che volevo un figlio e non volevo crescerlo in mezzo ai grattacieli e a turni massacranti e con una settimana di ferie all’anno. Alla fine, sono tornata a casa. Sono convinta che sia raro, nel resto del mondo, che gli asili nido e la cura dei bambini funzionino così meravigliosamente come in questa parte della Germania. Per fortuna, il Muro non è riuscito a seppellire questa nostra grande tradizione». Stefanie si stringe nelle spalle, come se lasciare la Grande Mela per il suo paesino d’origine fosse la cosa più semplice del mondo. E invece.
Nella piccola Finsterwalde le curve demografiche parlano di un esodo ininterrotto, dopo la caduta del Muro. «Quando feci la maturità», racconta la trentaseienne, «nove compagni di scuola su dieci scapparono a ovest. Io resistetti un po’, poi partii». Una tendenza comune, nella vecchia Germania est, spopolata dalla massiccia de-industrializzazione degli anni ’90. Ancora oggi Wolfgang Schäuble, che all’epoca era ministro dell’Interno di Helmut Kohl, rivendica le scelte fatte come la parità dei salari o quella fra i due marchi, ricordando che un popolo intero stava «votando con i piedi», stava scappando a ovest, dissanguando la Germania comunista implosa in una mostruosa bancarotta.
A distanza di quasi trent’anni, le previsioni per Finsterwalde continuano ad essere drammatiche. Il paesino della Lusazia conta poco più di 16mila abitanti, ma ne ha persi 3.000 dal 2005 ed entro i prossimi quindici anni ne potrebbero sparire altrettanti. A meno che Stefanie non riesca nella sua impresa di Sisifo, che è diventata quella di rallentare l’emorragia. «Almeno ci proviamo. Anche se lo so che come svuotare il mare con un cucchiaio», ammette, sorseggiando il suo cocktail analcolico. Tuttavia, se negli ultimi anni un centinaio di suoi concittadini ha deciso di tornare, è anche merito suo. Sulle sue spalle, Stefanie-Sisifo sembra trasportare pietre più piccole, con ogni anno che passa.
La “Spreewaldkind”, come recita la sua maglietta, la “figlia dello Spreewald” non ha dimenticato New York: porta il cappellino da baseball di sbieco come i rapper americani e gesticola generosamente, dettaglio molto atipico per una tedesca. Ma non ha mai rimpianto neanche un secondo la sua decisione di abbandonare la Grande Mela o, prima ancora, “la Germania ovest” per la regione delle celebri passeggiate di Theodor Fontane, per il “suo” Brandeburgo.
In Assia, Stefanie aveva fatto il suo apprendistato da operatrice turistica. «Lì mi facevano ancora battute sulle banane: pensi un po’!», si indigna. Quando cadde il Muro, la corsa alle banane nei supermercati di Berlino di molti tedeschi dell’Est nelle prime, euforiche ore di libertà, ispirò battute razziste che stentano a morire anche decenni dopo. E Stefanie racconta, roteando gli occhi, che anche a New York la chiamavano continuamente the East German girl, la ragazza della Germania Est.
Quando è tornata a Finsterwalde, Stefanie ha trovato un impiego nell’unico settore che continua a dare molto lavoro nei Land a Est della vecchia Cortina di ferro: il sociale. Ha cominciato a occuparsi dei disoccupati di lunga durata. Ma quando in molti, in troppi, hanno cominciato a chiederle «come si fa a tornare a casa?», Stefanie è salita su una collina, ha girato un video, l’ha postato su Facebook e ha lanciato la sua sfida nella stratosfera. Ha dato appuntamento a chiunque avesse il sogno di tornare a Finsterwalde o insomma nel Brandeburgo. «Così è nato il primo “gruppo di aiuto”, chiamiamolo così, una dozzina di persone molto diverse che si è ritrovata nel bar dei miei genitori per una prima chiacchierata. Sia gente che era tornata a Finsterwalde come me, sia gente volenterosa di convincerne altre che si sta meglio “a casa”», sorride.
«Un’altra donna che è diventata un punto di riferimento per chi ha voglia di tornare qui nel sud del Brandeburgo, è l’architetto Maria Goldberg», racconta Stefanie. «Maria ha fondato una pagina Facebook, “Neopreneurs”, dove ormai una 60ina di startupper e imprenditori scambiano idee ed esperienze per “resistere” lontano dalle grandi città. Del resto per produrre vestiti in lattice come quelli dell’azienda “Luellepop”, chi l’ha detto che bisogna avere una fabbrica a Duesseldorf o a Berlino? Nell’era digitale, chiunque può produrre ovunque, anche in un paesino sperduto dello Spreewald, e spedire la merce in ogni parte del mondo».
L'ALTRA BERLINO
In realtà, per scoprire l’universo invisibile di una Germania diversa, lontana dal glamour cosmopolita e anarchico di Berlino, basta spostarsi in periferia. Non c’è bisogno di andare troppo lontano per scoprire la capitale de-hipsterizzata, i casermoni e le strade poco “cool” di chi è stato espulso dai quartieri centrali dalla mostruosa bolla immobiliare degli ultimi anni. Basta prendere il tram M8 verso oriente, scivolare lungo il boulevard “Gagarin” dedicato al primo cosmonauta nello spazio, e vedere l’orizzonte riempirsi man mano dei grattacieli prefabbricati e uniformi della vecchia Germania est, i famosi Plattenbauten.
Appena ci si allontana di qualche chilometro dal gentrificatissimo Prenzlauer Berg, con ogni fermata aumentano i migranti, ma anche le bottiglie di birra e gli sguardi vuoti che sostituiscono le gazzose allo zenzero e i tatuaggi tribali. A Marzahn, il candidato della destra populista dell’Afd, Gunnar Lindemann, ha sfondato alle elezioni del 2016 la soglia del 30%, spazzando via i partiti tradizionali e persino la Linke, che, ereditando i voti dei vecchi comunisti, qui aveva sempre stravinto. Uno shock che ha scosso l’intera Germania: Lindemann è diventato l’emblema dello sfondamento dell’Afd nei quartieri popolari ma anche di un trionfo impensabile, nella rossissima Berlino. Gli abbiamo chiesto di accompagnarci per le vie di Marzahn per spiegarci l’“onda nera” che lui ha capeggiato a Berlino ma che sta inghiottendo un po’ tutto l’Est tedesco.
Prima della caduta del Muro, Marzahn era un quartiere molto popolato, ai tempi i grattacieli erano associati alle 'magnifiche sorti e progressiste' del regime. E molti preferivano vivere in questi sgraziati cilindri di cemento piuttosto che nelle case storiche di Berlino Est. Anche perché ogni riparazione, anche la più banale, significava dover affrontare una trafila burocratica talmente sfiancante che tanto valeva puntare a un appartamento prefabbricato, brutto, coi soffitti bassi e i muri sottili, ma nuovissimo e senza il rischio che ci piovesse dentro.
Dopo la rivoluzione del 1989, lo spopolamento generale che ha devastato la Germania Est ha colpito anche Marzahn. Successivamente sono arrivate varie generazioni di profughi, ma anche i disoccupati e i poveri espulsi dalla Berlino arricchita. Alcuni Elfer, i grattacieli a undici piani, sono stati limati a cinque piani, dimezzati perché desolantemente vuoti. Solo lentamente, la periferia Est si è ripopolata. Prima sono arrivati i russi o gli ucraini scappati dall’impero sovietico in disfacimento. Ma via via che Berlino perdeva il suo carattere di “povera ma sexy” propagandata dal popolarissimo ex sindaco, Klaus Wowereit, i grattacieli si sono riempiti di “Hartz IV”, come vengono chiamati brutalmente e sbrigativamente i beneficiari degli assegni sociali, e di famiglie che non potevano più permettersi gli affitti al centro. E le strade hanno cominciato a riempirsi di neonazisti.
Quando arriviamo a destinazione con il tram M8, alla fermata di Nimegker Strasse, un trans sui tacchi a spillo e un asso di cuori tatuato sulla schiena scende con noi, inveendo in russo contro chissà chi. Lindemann, l’uomo del miracolo della destra populista a Berlino, ci aspetta sulla banchina. È un omone gentile dall’aria innocua che sembra conoscere ogni angolo del suo quartiere, anche se ci vive soltanto da sette anni. Poco dopo il suo arrivo, dai palazzoni di Marzahn si era scatenata una rivolta contro un centro di accoglienza per migranti, in cui i neonazisti della Npd diedero manforte ai residenti che protestavano ogni giorno contro i migranti. Una guerra tra poveri che regalò il 10% al partito neonazista alle elezioni del 2013. «Quel 10% è sparito, da quando ci sono io», spiega Lindemann. «Alle elezioni comunali del 2016 quel voto è stato assorbito nel mio 30%». E non la inquieta prendere voti dai nazisti? «No, perché ho preso voti da tanti, da ex elettori di sinistra, ma anche da chi non era mai andato a votare». Una tendenza nazionale: l’Afd riesce a mobilitare una quota importante di astensionisti. «Guardi che quando ho fatto la campagna elettorale del 2016, c’erano anche vecchi elettori della Linke che mi dicevano “bisogna rimettere i Vopos - la polizia della Ddr - a sparare ai confini!”». L’idea che qualcuno che è stato recluso dietro al Muro per anni possa evocare il ritorno di quel confine dove si sparava, ma verso l’interno, fa venire la pelle d’oca.
Ma Lindemann si stringe nelle spalle. «La gente è spaventata», ci spiega, mentre raggiungiamo il nuovissimo centro di accoglienza per i profughi, un casermone grigio, moderno, infilato tra un asilo, una scuola elementare e un ospizio. «Ricevo molte lamentele per la luce accesa di notte: se uno non ha tende, è molto fastidioso». Lo guardiamo con aria interrogativa: non sembra una catastrofe o un motivo per votare Afd. «Sì, ma qui la gente è arrabbiata perché percepisce il cinismo di una classe politica che ha piazzato in una zona piena di disoccupati e di gente che riesce a malapena a mettere insieme il pranzo e la cena, un blocco di cemento pieno di rifugiati che vivono riccamente sussidiati e con i pavimenti riscaldati».
Lindemann è un ex impiegato delle ferrovie di Wuppertal, in Nordreno-Westfalia, venuto a Berlino per guadagnare qualche soldo in più. L’impegno politico è nato anche su spinta della moglie rumena: «Era stanca di sentirmi sempre inveire contro il televisore», ridacchia, «mi ha detto: “se volete cacciare Merkel, fate come abbiamo fatto noi con Ceaucescu”». Gli chiediamo se non gli sembra un paragone un po’ forte. Il dittatore rumeno finì fucilato dalla folla in rivolta, a Natale del 1989. «Sì, mia moglie scherza, ovviamente, ma il senso è che bisogna fare di tutto per cacciare Merkel. È lei che ha dato quest’idea di una Germania ormai fuori controllo. E se c’è una cosa che i tedeschi non sopportano, è l’idea di perdere il controllo. O, peggio, che lo Stato abbia perso il controllo. È nel 2015 che si è rotto l’incantesimo tra Merkel e i tedeschi, dia retta a me». Quando ha fatto la campagna elettorale in cui ha stravinto al primo colpo, nel 2016, «ero quasi da solo, con i miei banchetti per le strade di Marzahn. La Linke, che qui ha sempre avuto il 30%, era convinta che non fosse successo niente, non ha capito la cesura dell’anno dei profughi, pensava che non ci fosse bisogno di fare campagna elettorale, che i vecchi compagni avrebbero continuato a votare per loro. E invece».