Dopo due sconfitte Lopez Obrador trionfa puntando sulle politiche sociali partendo da uno slogan "Prima i messicani"
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CITTA' DEL MESSICO. Ne aveva già perse due per un soffio, nel 2006 e nel 2012, ma questa volta il vecchio establishment del potere messicano non è più riuscito a fermarlo. Il Paese era troppo stanco di corruzione e criminalità e ha votato in massa per l'unico leader politico che ha una immagine storicamente pulita. "Amlo" non possiede un cellulare, vive in una casa modesta in un quartiere dell'estrema periferia sud della capitale, ed è famoso per la sua semplicità, anche nel vestire.
A qualcuno ricorda Pepe Mujica, l'ex presidente star dell'Uruguay. La svolta è storica, per la prima volta un movimento di sinistra arriva al governo in Messico dopo 70 anni, fino al 2000, di regime assoluto di un partito-Stato, il Pri (Partito rivoluzionario istituzionale), e altri diciotto, nel corso dei quali il Pri e il centrodestra del Pan si sono alternati. Andrés Manuel Lopez Obrador è un uomo del su…
CITTA' DEL MESSICO. Ne aveva già perse due per un soffio, nel 2006 e nel 2012, ma questa volta il vecchio establishment del potere messicano non è più riuscito a fermarlo. Il Paese era troppo stanco di corruzione e criminalità e ha votato in massa per l'unico leader politico che ha una immagine storicamente pulita. "Amlo" non possiede un cellulare, vive in una casa modesta in un quartiere dell'estrema periferia sud della capitale, ed è famoso per la sua semplicità, anche nel vestire.
A qualcuno ricorda Pepe Mujica, l'ex presidente star dell'Uruguay. La svolta è storica, per la prima volta un movimento di sinistra arriva al governo in Messico dopo 70 anni, fino al 2000, di regime assoluto di un partito-Stato, il Pri (Partito rivoluzionario istituzionale), e altri diciotto, nel corso dei quali il Pri e il centrodestra del Pan si sono alternati. Andrés Manuel Lopez Obrador è un uomo del sud povero e agricolo. Viene dalla Stato di Tabasco, quello dei peperoncini, incastrato tra il Chiapas e lo Yucatan, dove i suoi genitori gestivano un negozio.
Politicamente crebbe nel Pri, la famosa "dittatura perfetta" iniziata nel 1930, per uscirne, e partecipare alla fondazione della nuova sinistra, il Prd, ai tempi di Salinas de Gortari e del primo patto scellerato del governo con i narcos. Era il 1988. Una decina di anni dopo, López Obrador divenne sindaco di Città del Messico e fu la sua stagione migliore, con indici di consenso elevatissimi, una rigorosa e austera gestione dei fondi pubblici, e molti programmi sociali. Nel 2006 si candidò per la prima volta alle presidenziali ma perse per una manciata di voti contro Felipe Calderón.
All'epoca tutti erano convinti che la sua sconfitta fosse stata provocata da una pesante frode elettorale. Così migliaia di poveri e contadini occuparono lo Zócalo, l'immensa piazza centrale di Città del Messico, e lo nominarono "presidente legittimo", con tanto di fascia e cerimonia presidenziale. La protesta andò avanti per settimane e terminò solo per sfinimento davanti al rifiuto del governo di ricontare le schede. Obrador perse anche nel 2012 e fu dopo quella sconfitta che fondò il nuovo movimento di "rigenerazione nazionale", Morena, grazie al quale oggi ha vinto.
Una spinta forte alla sua ascesa, a 64 anni e dopo due sconfitte, l'ha sicuramente data anche l'elezione di Trump e la sua guerra contro i messicani. Obrador è stato bravissimo a sfruttare la circostanza del "nemico esterno", iniziando la sua campagna tre mesi fa sulla frontiera, a Ciudad Juarez; coniando lo slogan "Prima i messicani"; e promettendo di difendere i migranti centroamericani e i milioni di suoi concittadini che vivono negli Stati Uniti. Ma le ragioni profonde della sua incredibile popolarità sono endogene, tutte interne ad un Paese sull'orlo dell'inferno, cui egli offre la rinascita, un ritorno alle origini, e una nuova rivoluzione come quella dei padri, da Pancho Villa a Emiliano Zapata.
Le promesse di Lopez Obrador in campagna elettorale sono state: vendere l'aereo presidenziale; tagliarsi lo stipendio; e trasformare il luogo dove dovrebbe vivere, la bellissima residenza di Los Pinos, in un centro culturale aperto a tutti. E poi stipendio minimo (150 dollari) per i giovani che studiano e 90 dollari per tutti gli anziani che con la riforma di Felipe Calderón hanno perso la pensione pubblica. E ancora: amnistia per i peones dei cartelli della droga. Ma anche un governo morigerato e nazionalista per combattere la corruzione di quella che ha definito "la mafia al potere". Obrador vuole cancellare l'immunità oggi concessa ai funzionari governativi. Dal sud povero, la sua base di consenso è andata crescendo tra le classi medie urbane e i giovani laureati, anche se adesso i suoi critici temono che conquistando anche la maggioranza assoluta al Congresso accentrerà troppo potere in un Paese dove le istituzioni democratiche sono deboli.
Per scongiurare questa vittoria annunciata, i suoi avversari le hanno provate tutte. "Falso profeta", "un altro Chávez", e via denigrando con la minaccia che l'economia ne soffrirà. Ma stremati da criminalità e corruzione la maggioranza dei messicani ha scelto come unica alternativa questo nuovo "Messia" che promette di risolvere tutti i problemi diventando, come farà il primo dicembre, il presidente del Messico.