Trump mina la Nato: il suo cuore batte per Putin
Federico Rampini , di FEDERICO RAMPINIIl presidente Usa conferma la fama di sfascia-alleanze evocando ritiri di truppe se gli europei non investono nella difesa. E lo fa prima del summit con lo zar
Quando perfino la rockstar Bono Vox (U2) lancia un appello accorato per difendere la Nato, capisci che sta succedendo qualcosa di strano. L’11 luglio Donald Trump andrà a Bruxelles per il summit annuale del patto atlantico e la sua fama di sfascia-alleanze lo precede. Lui non fa nulla per attenuare i timori. Anzi. Pochi giorni fa la Casa Bianca ha diramato duri avvertimenti a diversi governi alleati per rimproverargli – Germania in testa – di non mantenere gli impegni sulle spese per la difesa comune.
È una posizione che l’America ha da molto tempo. Barack Obama rivolgeva le stesse critiche agli europei, e sono fondate. Vista la prosperità di economie come quella tedesca, non si vede perché il contribuente americano debba pagare il conto della loro sicurezza. La diatriba prosegue da molti anni, è un ritornello abituale di questi vertici. Stavolta però ci sono due novità di rilievo. Anzitutto, Trump è il p…
È una posizione che l’America ha da molto tempo. Barack Obama rivolgeva le stesse critiche agli europei, e sono fondate. Vista la prosperità di economie come quella tedesca, non si vede perché il contribuente americano debba pagare il conto della loro sicurezza. La diatriba prosegue da molti anni, è un ritornello abituale di questi vertici. Stavolta però ci sono due novità di rilievo. Anzitutto, Trump è il p…
Quando perfino la rockstar Bono Vox (U2) lancia un appello accorato per difendere la Nato, capisci che sta succedendo qualcosa di strano. L’11 luglio Donald Trump andrà a Bruxelles per il summit annuale del patto atlantico e la sua fama di sfascia-alleanze lo precede. Lui non fa nulla per attenuare i timori. Anzi. Pochi giorni fa la Casa Bianca ha diramato duri avvertimenti a diversi governi alleati per rimproverargli – Germania in testa – di non mantenere gli impegni sulle spese per la difesa comune.
È una posizione che l’America ha da molto tempo. Barack Obama rivolgeva le stesse critiche agli europei, e sono fondate. Vista la prosperità di economie come quella tedesca, non si vede perché il contribuente americano debba pagare il conto della loro sicurezza. La diatriba prosegue da molti anni, è un ritornello abituale di questi vertici. Stavolta però ci sono due novità di rilievo. Anzitutto, Trump è il primo presidente a evocare esplicitamente un ritiro massiccio di truppe Usa dal continente, un segnale di disimpegno senza precedenti, ancorché coerente con l’ideologia sovranista e isolazionista di America First. Seconda novità, altrettanto dirompente: la freddezza verso la Nato viene ribadita a pochi giorni dal vertice di Helsinki con Vladimir Putin (16 luglio): è là che “batte il cuore” di Trump, il segnale è inequivocabile e inquietante.
I suoi generali cercheranno in tutti i modi di dissuaderlo dal compiere gesti irreparabili. Trump li ascolterà, ma solo fino a un certo punto. Non lo interessano i grandi discorsi sui valori comuni dell’Occidente, libertà e diritti umani e bla bla bla; per questo tycoon è più interessante il rapporto con autocrati come Putin, Xi Jinping, perfino Kim Jong-un. È più cattivo con i partner storici dell’America che con i rivali. Lo ha dimostrato sul terreno commerciale schiaffeggiando l’Unione europea e il Giappone con dazi su acciaio e alluminio, equiparando i suoi alleati alla Cina con la quale ha ben altre ragioni di rivalsa economica.
Sul piano militare, al summit di Singapore con il dittatore nordcoreano Kim, lui si è lasciato sfuggire una concessione enorme: ha annunciato che non si terrano i wargames stagionali, le manovre militari congiunte tra forze Usa e sudcoreane. Li ha definiti come una inutile «provocazione». E poi «costa troppo far volare i nostri bombardieri dall’isola di Guam». Nel frattempo Kim ha confermato la sua fama di imbroglione, i nordcoreani hanno ripreso a lavorare sull’arsenale atomico. Ma Trump ha definito il summit di Singapore un successo e ancora non risulta che si sia rimangiato la cancellazione delle manovre militari. Anche in Estremo Oriente, le sue viscere lo spingono verso il disimpegno militare. L’America trumpiana vuole curarsi solo di se stessa. È stufa di occuparsi del resto del mondo, non pensa che la proiezione globale della sua potenza attraverso un’antica rete di alleanze le stia procurando vantaggi.
Gli europei hanno ragione di preoccuparsi. Ma come reagiranno? La palla è nel loro campo. Da un lato i governi europei rischiano di vedersi scavalcati da un Trump che sopra le loro teste va a trattare con Putin, inseguendo il suo antico sogno di un direttorio fra leader delle superpotenze. Alla faccia delle sanzioni, delle condanne per l’Ucraina e per altre nefandezze come l’attentato contro un ex agente russo in Inghilterra. Proprio mentre in Europa crescono le forze russofile, con l’arrivo di Matteo Salvini al governo, la gara a chi è più gentile con Putin può ricevere un formidabile avallo dal presidente americano (che sembra infischiarsene di ciò che diranno i suoi oppositori interni: vedi inchiesta sul Russiagate).
Anche l’Europa moderata, di centro-destra e centro-sinistra, ha sempre avuto la tentazione di privilegiare le ragioni del business, di cedere alle pressioni confindustriali per revocare le sanzioni alla Russia. La tratteneva una disciplina e una coesione di cui l’America era il collante principale. Ora il collante si sta sciogliendo.
L’Europa di una volta, accarezzava il sogno di essere un’animale geopolitico di tipo nuovo: una “superpotenza erbivora”, tutta soft power civile e poco hard power militare, cioè con un’influenza internazionale legata alla ricchezza economica, al suo modello dei diritti, allo Stato sociale, alle regole ambientaliste e così via. La Germania era la più esplicita – anche per ragioni storiche – nel teorizzare un futuro da “erbivori”. Ma l’Europa di oggi è circondata da creature carnivore, Russia in testa. Sarebbe ora che fossero gli europei a decidere quanto è importante la Nato. E a pagarne il conto di conseguenza. È improbabile che lo facciano. Oltre che erbivora, questa Europa è acefala. Una preda ideale.
È una posizione che l’America ha da molto tempo. Barack Obama rivolgeva le stesse critiche agli europei, e sono fondate. Vista la prosperità di economie come quella tedesca, non si vede perché il contribuente americano debba pagare il conto della loro sicurezza. La diatriba prosegue da molti anni, è un ritornello abituale di questi vertici. Stavolta però ci sono due novità di rilievo. Anzitutto, Trump è il primo presidente a evocare esplicitamente un ritiro massiccio di truppe Usa dal continente, un segnale di disimpegno senza precedenti, ancorché coerente con l’ideologia sovranista e isolazionista di America First. Seconda novità, altrettanto dirompente: la freddezza verso la Nato viene ribadita a pochi giorni dal vertice di Helsinki con Vladimir Putin (16 luglio): è là che “batte il cuore” di Trump, il segnale è inequivocabile e inquietante.
I suoi generali cercheranno in tutti i modi di dissuaderlo dal compiere gesti irreparabili. Trump li ascolterà, ma solo fino a un certo punto. Non lo interessano i grandi discorsi sui valori comuni dell’Occidente, libertà e diritti umani e bla bla bla; per questo tycoon è più interessante il rapporto con autocrati come Putin, Xi Jinping, perfino Kim Jong-un. È più cattivo con i partner storici dell’America che con i rivali. Lo ha dimostrato sul terreno commerciale schiaffeggiando l’Unione europea e il Giappone con dazi su acciaio e alluminio, equiparando i suoi alleati alla Cina con la quale ha ben altre ragioni di rivalsa economica.
Sul piano militare, al summit di Singapore con il dittatore nordcoreano Kim, lui si è lasciato sfuggire una concessione enorme: ha annunciato che non si terrano i wargames stagionali, le manovre militari congiunte tra forze Usa e sudcoreane. Li ha definiti come una inutile «provocazione». E poi «costa troppo far volare i nostri bombardieri dall’isola di Guam». Nel frattempo Kim ha confermato la sua fama di imbroglione, i nordcoreani hanno ripreso a lavorare sull’arsenale atomico. Ma Trump ha definito il summit di Singapore un successo e ancora non risulta che si sia rimangiato la cancellazione delle manovre militari. Anche in Estremo Oriente, le sue viscere lo spingono verso il disimpegno militare. L’America trumpiana vuole curarsi solo di se stessa. È stufa di occuparsi del resto del mondo, non pensa che la proiezione globale della sua potenza attraverso un’antica rete di alleanze le stia procurando vantaggi.
Gli europei hanno ragione di preoccuparsi. Ma come reagiranno? La palla è nel loro campo. Da un lato i governi europei rischiano di vedersi scavalcati da un Trump che sopra le loro teste va a trattare con Putin, inseguendo il suo antico sogno di un direttorio fra leader delle superpotenze. Alla faccia delle sanzioni, delle condanne per l’Ucraina e per altre nefandezze come l’attentato contro un ex agente russo in Inghilterra. Proprio mentre in Europa crescono le forze russofile, con l’arrivo di Matteo Salvini al governo, la gara a chi è più gentile con Putin può ricevere un formidabile avallo dal presidente americano (che sembra infischiarsene di ciò che diranno i suoi oppositori interni: vedi inchiesta sul Russiagate).
Anche l’Europa moderata, di centro-destra e centro-sinistra, ha sempre avuto la tentazione di privilegiare le ragioni del business, di cedere alle pressioni confindustriali per revocare le sanzioni alla Russia. La tratteneva una disciplina e una coesione di cui l’America era il collante principale. Ora il collante si sta sciogliendo.
L’Europa di una volta, accarezzava il sogno di essere un’animale geopolitico di tipo nuovo: una “superpotenza erbivora”, tutta soft power civile e poco hard power militare, cioè con un’influenza internazionale legata alla ricchezza economica, al suo modello dei diritti, allo Stato sociale, alle regole ambientaliste e così via. La Germania era la più esplicita – anche per ragioni storiche – nel teorizzare un futuro da “erbivori”. Ma l’Europa di oggi è circondata da creature carnivore, Russia in testa. Sarebbe ora che fossero gli europei a decidere quanto è importante la Nato. E a pagarne il conto di conseguenza. È improbabile che lo facciano. Oltre che erbivora, questa Europa è acefala. Una preda ideale.