Lo Porto, la verità negata. Gli Usa non collaborano. E il pm: “Archiviare il caso”
Stefania Maurizi , di STEFANIA MAURIZIIl cooperante fu sequestrato in Pakistan nel 2012 e morì tre anni dopo in un raid americano. La famiglia: “Ma noi non ci arrendiamo”
ROMA - Avevano promesso la verità. Il presidente Barack Obama si era impegnato di persona davanti al mondo. E invece le autorità Usa non hanno fornito alcuna collaborazione all'inchiesta della procura di Roma sull'uccisione di Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano ucciso in Pakistan da un drone americano. E ora il pm Erminio Amelio della procura romana ha chiesto una nuova archiviazione del caso, tra le resistenze della famiglia Lo Porto, che si era già opposta a una precedente archiviazione del caso, ottenendo ragione da parte del giudice per le indagini preliminari, Anna Maria Gavoni.
Nel marzo scorso, Gavoni aveva ordinato al pm di chiedere agli Stati Uniti tutta la documentazione segreta attraverso una rogatoria: questa decisione era guardata con interesse in tutto il mondo, perché l'inchiesta italiana rappresenta una delle rare opportunità di aprire uno squarcio in una guerra segretissima com'è quella dei droni. Ameli…
Nel marzo scorso, Gavoni aveva ordinato al pm di chiedere agli Stati Uniti tutta la documentazione segreta attraverso una rogatoria: questa decisione era guardata con interesse in tutto il mondo, perché l'inchiesta italiana rappresenta una delle rare opportunità di aprire uno squarcio in una guerra segretissima com'è quella dei droni. Ameli…
ROMA - Avevano promesso la verità. Il presidente Barack Obama si era impegnato di persona davanti al mondo. E invece le autorità Usa non hanno fornito alcuna collaborazione all'inchiesta della procura di Roma sull'uccisione di Giovanni Lo Porto, il cooperante italiano ucciso in Pakistan da un drone americano. E ora il pm Erminio Amelio della procura romana ha chiesto una nuova archiviazione del caso, tra le resistenze della famiglia Lo Porto, che si era già opposta a una precedente archiviazione del caso, ottenendo ragione da parte del giudice per le indagini preliminari, Anna Maria Gavoni.
Nel marzo scorso, Gavoni aveva ordinato al pm di chiedere agli Stati Uniti tutta la documentazione segreta attraverso una rogatoria: questa decisione era guardata con interesse in tutto il mondo, perché l'inchiesta italiana rappresenta una delle rare opportunità di aprire uno squarcio in una guerra segretissima com'è quella dei droni. Amelio ha fatto la rogatoria, ma il Dipartimento della Giustizia americano ha opposto un diniego totale, adducendo come motivazione la sicurezza e altri interessi essenziali degli Stati Uniti. Posto di fronte a questo rifiuto, il pm ha ritenuto che non ci fossero altre indagini da espletare in modo proficuo e ha chiesto l'archiviazione, una scelta che, anche stavolta, la famiglia Lo Porto ha rigettato, facendo opposizione in tribunale. "Siamo determinati ad andare avanti", dice Daniele Lo Porto, fratello della vittima.
Giovanni venne rapito in Pakistan nel gennaio 2012 mentre lavorava per una Ong della Germania, insieme con un collega tedesco, poi liberato. Lui, invece, fu ucciso nel 2015, insieme al cittadino americano Warren Weinstein, in un "signature strike" contro il compound in cui venivano tenuti in ostaggio dai terroristi. I signature strike sono attacchi estremamente controversi, in cui i droni colpiscono obiettivi alla cieca. Nell'aprile 2015 Obama si scusò pubblicamente per l'uccisione di Lo Porto e Weinstein. Si tratta di un caso unico: dall'Afghanistan alla Somalia, migliaia di famiglie di vittime non hanno mai ricevuto una parola di cordoglio e men che meno scuse. Obama promise pubblicamente un risarcimento e la verità. Come rivelato da Repubblica, nel luglio del 2016 le autorità Usa hanno provveduto al pagamento di un milione e 185mila euro alla famiglia Lo Porto, ma della verità non c'è traccia. "Siamo davvero stupiti della totale chiusura delle autorità statunitensi a qualsiasi forma di collaborazione con le autorità giudiziarie italiane", dichiara l'avvocato Andrea Saccucci, che con i colleghi Giulia Borgna e Giorgio Perroni, rappresenta la famiglia Lo Porto. Saccucci spiega che questa totale chiusura "contraddice l'impegno pubblicamente assunto dall'ex presidente Obama affinché fosse fatta piena luce sull'accaduto. Sappiamo che vi è stata un'indagine interna, il cui esito è stato comunicato alla famiglia senza alcuna riserva di sicurezza nazionale. Ci chiediamo, dunque, perché non possa essere comunicato alle autorità giudiziarie italiane".
I legali dei Lo Porto sono convinti che ci siano ancora ampi margini per indagare. "Abbiamo fatto opposizione alla richiesta di archiviazione - conferma Giorgio Perroni - Ulteriori indagini si rendono ora necessarie alla luce del diniego opposto dalle autorità statunitensi". A spiegare quali è l'avvocatessa Giulia Borgna: "Ci auspichiamo che la Procura voglia esplorare altre piste investigative, a partire, ad esempio, da una richiesta di rogatoria internazionale nei confronti del Pakistan, paese in cui è avvenuto lo strike e in cui è attualmente in corso un notevole dibattito pubblico sugli attacchi con i droni".
Nel marzo scorso, Gavoni aveva ordinato al pm di chiedere agli Stati Uniti tutta la documentazione segreta attraverso una rogatoria: questa decisione era guardata con interesse in tutto il mondo, perché l'inchiesta italiana rappresenta una delle rare opportunità di aprire uno squarcio in una guerra segretissima com'è quella dei droni. Amelio ha fatto la rogatoria, ma il Dipartimento della Giustizia americano ha opposto un diniego totale, adducendo come motivazione la sicurezza e altri interessi essenziali degli Stati Uniti. Posto di fronte a questo rifiuto, il pm ha ritenuto che non ci fossero altre indagini da espletare in modo proficuo e ha chiesto l'archiviazione, una scelta che, anche stavolta, la famiglia Lo Porto ha rigettato, facendo opposizione in tribunale. "Siamo determinati ad andare avanti", dice Daniele Lo Porto, fratello della vittima.
Giovanni venne rapito in Pakistan nel gennaio 2012 mentre lavorava per una Ong della Germania, insieme con un collega tedesco, poi liberato. Lui, invece, fu ucciso nel 2015, insieme al cittadino americano Warren Weinstein, in un "signature strike" contro il compound in cui venivano tenuti in ostaggio dai terroristi. I signature strike sono attacchi estremamente controversi, in cui i droni colpiscono obiettivi alla cieca. Nell'aprile 2015 Obama si scusò pubblicamente per l'uccisione di Lo Porto e Weinstein. Si tratta di un caso unico: dall'Afghanistan alla Somalia, migliaia di famiglie di vittime non hanno mai ricevuto una parola di cordoglio e men che meno scuse. Obama promise pubblicamente un risarcimento e la verità. Come rivelato da Repubblica, nel luglio del 2016 le autorità Usa hanno provveduto al pagamento di un milione e 185mila euro alla famiglia Lo Porto, ma della verità non c'è traccia. "Siamo davvero stupiti della totale chiusura delle autorità statunitensi a qualsiasi forma di collaborazione con le autorità giudiziarie italiane", dichiara l'avvocato Andrea Saccucci, che con i colleghi Giulia Borgna e Giorgio Perroni, rappresenta la famiglia Lo Porto. Saccucci spiega che questa totale chiusura "contraddice l'impegno pubblicamente assunto dall'ex presidente Obama affinché fosse fatta piena luce sull'accaduto. Sappiamo che vi è stata un'indagine interna, il cui esito è stato comunicato alla famiglia senza alcuna riserva di sicurezza nazionale. Ci chiediamo, dunque, perché non possa essere comunicato alle autorità giudiziarie italiane".
I legali dei Lo Porto sono convinti che ci siano ancora ampi margini per indagare. "Abbiamo fatto opposizione alla richiesta di archiviazione - conferma Giorgio Perroni - Ulteriori indagini si rendono ora necessarie alla luce del diniego opposto dalle autorità statunitensi". A spiegare quali è l'avvocatessa Giulia Borgna: "Ci auspichiamo che la Procura voglia esplorare altre piste investigative, a partire, ad esempio, da una richiesta di rogatoria internazionale nei confronti del Pakistan, paese in cui è avvenuto lo strike e in cui è attualmente in corso un notevole dibattito pubblico sugli attacchi con i droni".