Francia o Croazia, la finale più pazza per il regno del calcio
Emanuela Audisio , Emanuele Gamba , Anais Ginori , Gigi Riva , di EMANUELA AUDISIO, EMANUELE GAMBA, ANAIS GINORI, GIRI RIVAChampagne o grappa, tradizione o novità. I Bleus sono stati sotto solo per 9 minuti durante tutti i Mondiali, i loro avversari invece sempre in svantaggio dagli ottavi di finale in avanti. Vezzi e vizi della partita decisiva. L'attesa nelle capitali dei due paesi.
È la finale più pazza del mondo. Tra calcio champagne e calcio loza (grappa). Tra due diversi tipi di fermentazione del pallone. Tra chi come la Francia ha grandi numeri, strutture, centri federali, programmazione, tradizione e chi come la Croazia vive sul minuscolo, sull'improvvisazione, sul talento, ma anche su un'organizzazione last minute (ct preso all'ultimo, federazione indagata). Il pallone andrà dove vuole e sempre a ragione.
Sarà una finale molto teen ager, che darà ragione a Pier Paolo Pasolini quando diceva che i maestri "vanno mangiati in salsa piccante": il francese Kylian Mbappé potrebbe diventare il secondo under 20 della storia a segnare in una finale mondiale, dopo Pelé nel 1958. Mica male, anche se a Bondy, nella banlieu parigina dov'è nato, hanno cancellato il murale a lui dedicato per metterci la pubblicità di un supermercato (ma sono pronti a ripensarci). Comunque vada Mbapp&…
Sarà una finale molto teen ager, che darà ragione a Pier Paolo Pasolini quando diceva che i maestri "vanno mangiati in salsa piccante": il francese Kylian Mbappé potrebbe diventare il secondo under 20 della storia a segnare in una finale mondiale, dopo Pelé nel 1958. Mica male, anche se a Bondy, nella banlieu parigina dov'è nato, hanno cancellato il murale a lui dedicato per metterci la pubblicità di un supermercato (ma sono pronti a ripensarci). Comunque vada Mbapp&…
È la finale più pazza del mondo. Tra calcio champagne e calcio loza (grappa). Tra due diversi tipi di fermentazione del pallone. Tra chi come la Francia ha grandi numeri, strutture, centri federali, programmazione, tradizione e chi come la Croazia vive sul minuscolo, sull'improvvisazione, sul talento, ma anche su un'organizzazione last minute (ct preso all'ultimo, federazione indagata). Il pallone andrà dove vuole e sempre a ragione.
Sarà una finale molto teen ager, che darà ragione a Pier Paolo Pasolini quando diceva che i maestri "vanno mangiati in salsa piccante": il francese Kylian Mbappé potrebbe diventare il secondo under 20 della storia a segnare in una finale mondiale, dopo Pelé nel 1958. Mica male, anche se a Bondy, nella banlieu parigina dov'è nato, hanno cancellato il murale a lui dedicato per metterci la pubblicità di un supermercato (ma sono pronti a ripensarci). Comunque vada Mbappé è il secondo under 20 più prolifico di sempre in una singola edizione dei Mondiali (tre gol), dopo lo stesso Pelé (sei reti, sempre nel 1958). Ormai a Kylian lo chiamano "37": per la velocità della sua corsa (37 km/h) attribuitagli nel gol segnato all'Argentina, anche se in realtà andava un po' più lento. A controllare se sulla pista sarebbe stato un terribile rivale oggi in tribuna ci sarà anche Usain Bolt, l'uomo più veloce del mondo, che però sfrecciava a 44 km/h.
Avviso ai viaggiatori: in ognuna delle ultime tre finali dei mondiali si sono giocati i tempi supplementari e due in ogni epoca si sono risolte ai calci di rigore (1994 e 2006). In entrambe c'era l'Italia: ricordate il rigore di Baggio, sparato fuori, e quello di Grosso, sparato dentro? Sarà una finale sbilanciata: con un ct da record, Didier Deschamps, che potrebbe diventare il terzo uomo a vincere i Mondiali prima da giocatore e poi da allenatore, dopo il brasiliano Mario Zagallo e il tedesco Franz Beckenbauer, anche perché tra i tecnici con almeno 10 gare mondiali è quello con la percentuale di vittorie più alta: 73% (otto su 11). E infatti in Francia hanno già preparato le magliette: Deshamps-Élysées. Mentre dall'altra parte, sulla panchina della Crozia, sconosciuto sia da giocatore che da allenatore (negli Emirati) siede il ct Dalic, quello con la riga in mezzo.
Sarà una finale con i vezzi e i vizi del calcio contemporaneo: il coiffeur o hair-stylist che dir si voglia Ahmad Alsanawi, parrucchiere personale di Pogba, è arrivato da Londra e per sette ore ha tagliato e sistemato i capelli a tutti i bleus, mentre Modric e compagni stavolta hanno evitato di mostrare il loro lato B e anche qualcosa di più in piscina visto che quattro anni fa in Brasile erano stati fotografati nudi e lontani dalla meta. Si dirà che su certe cose i croati non vanno per il sottile, sono la squadra con più falli (99) e con più cartellini gialli (14), ma hanno anche giocato 90' in più. Sarà proprio una finale di opposti: la Croazia è andata in svantaggio in tutte e tre le gare a eliminazione diretta mentre la Francia è rimasta sotto solo per 9'. Ultimo dato statistico e scientifico: Mick Jagger, che non ci azzecca mai, tiferà Francia. Vogliamo sfatare anche questo tabù?
Il senso dell'attesa
La Croazia è come se avesse già vinto, perché verrà portata in trionfo comunque. Anche la Francia è come se avesse già vinto, ma nel senso opposto: non esiste francese che contempli la possibilità della sconfitta. Esattamente come due anni fa agli Europei, quando dal nulla sbucò un carneade portoghese (Eder) a farla secca. Questo Dalic gli somiglia: ha vinto una supercoppa in Albania, un campionato negli Emirati eppure sembra uno che nella vita non abbia mai fatto altro che finali mondiali. "Non ho neanche guardato più di tanto il nostro avversario, giocherà chi se la sente". Deschamps ha invece le occhiaie: "Abbiamo visto e rivisto le sei partite della Croazia". Dice che le parole sono chiave sono "fiducia, concentrazione, serenità". Su fiducia e concentrazione nessun dubbio: ma tra serenità e angoscia la sfida se la sta ancora giocando.
Il senso della fatica
La Croazia è la squadra che ha giocato il Mondiale più lungo della storia, perché se già in passato c'erano state altre nazionali (Belgio 1986, Inghilterra 1990, Argentina 2014) che oltre alle sette partite di base ne avevano giocata un'ottava formata dalla somma di sei tempi supplementari, mai nessuno ha aggiunto anche due tornate di calci di rigore, che durano e consumano. La Croazia, esclusi i penalty, è stata in campo 98' in più della Francia. Modric ha giocato 643' e 23", oltre un'ora in più dei francesi più spremuti, Varane e Kanté. Però la stagione è stata più logorante per i Bleus: i 23 convocati hanno accumulato 1.052 partite contro le 891 dei croati. "Se qualcuno è stanco me lo dirà e metterò un altro: ho giocatori talmente leali che so che lo faranno, anche se è una finale". Deschamps, invece, non vede l'ora che finisca: "Abbiamo preparato tutto quello che c'era da preparare. Ma nel calcio c'è un aspetto irrazionale che sfugge a tutto", anche alla fatica. E i croati, che crescono calciatori fortissimi senza avere istruttori, strutture o piani di sviluppo, sono la quintessenza dell'irrazionalità.
Il senso del gioco
Modric e Griezmann si disputano anche il Pallone d'oro, questo pomeriggio. "A me non interessa nulla", assicura Lukita. "A me un po' sì", dice invece le Petit Diable, che all'immagine ci tiene. Sono due campioni che si somigliano pur essendo diversissimi e cuciono il gioco delle loro squadre, tanto nel club quanto in nazionale, senza essere registi. Griezmann è più attaccante, la sua specialità è dare alla palla accelerazioni improvvise. Modric è più centrocampista e il suo pregio è l'insistenza, riceve palla e la spinge in verticale, guadagnando metri a ogni passaggio. Difficile scegliere tra i due, ma di certo la trama della partita la scriveranno loro.
Il senso della tattica
Il problema della Croazia è la velocità lacerante di Mpabbé, che andrà a percuotere il lato debole della difesa croata, quello sinistro, dove difatti c'è l'unico dubbio di formazione di Dalic, indeciso tra Strinic (più difensivo, ma anche più statico e posato e anche acciaccato) e Pivaric, più rapido ma anche più episodico. La Francia tenterà di sfondare a ripetizione da quella parte là. La Croazia invece non si sa mai come prenderla, perché ci sono dei punti di riferimento assodati (Mandzukic, Perisic, Rebic) ma Rakitic e Modric non si capisce mai quale sviluppo intendano dare al gioco, quale posizione prenderanno, se preferiranno il tocco corto o l'apertura da parte a parte, il ritmo lento o la verticalizzazione immediata. Ed è questa capacità di giocare più partite diverse all'interno della stessa la grande risorsa croata. Deschamps ha organizzato gabbie difensive efficacissime su Hazard e soprattutto su Messi. Ma Modric lo lascerà andare: "Non sta mai fermo. Non avrà gli stessi colpi, ma la squadra la dirige lui". È per questo che, per una volta, la Francia proverà a comandare la partita invece che interpretarne gli sviluppi, come si conviene alla squadra più forte: questo, almeno, è quello che Deschamps ha razionalmente preventivato.
La Francia ha archiviato lo slogan "black-blanc-beur", oggi regna la prudenza, ci si accontenterebbe di vivere "le sens de la fête", il senso della festa, titolo di una popolare commedia uscita l'anno scorso. La foto simbolo di questo esorcismo è quella dei tifosi in delirio fuori dal Petit Cambodge, il café dell'undicesimo arrondissement dove il 13 novembre 2015 i terroristi uccidevano 15 persone. Schermi giganti, fan zone in tutte le grandi città, e pazienza se i capricci della tecnologia, con dirette tv e streaming online hanno provocato nelle ultime partite uno "spoiler del goal" con i tifosi che esultano in anticipo o in ritardo di qualche secondo a seconda dello schermo su cui guardano la partita.
Il motto nazionale è stato rivisitato in "Liberté-Egalité-Mbappé". Prevale il pragmatismo, nel calcio come in politica. Il gioco tecnico di Deschamps come il tecnocratico Macron. Entrambi poco empatici, esercitano un potere verticale. "È la prova che il vento del '68 non soffia più" ha scritto Philippe Ridet su le Monde. Non è più tempo di rivolte e scapestrati. "Deschamps Président", titola in copertina il settimanale Marianne, pensa a risultati e disciplina, ma ha saputo creare una squadra di "star senza ego". La Francia è pronta a idolatrare Dédé, mettendo da parte gli scandali sugli arbitri comprati quando era all'Om e il doping alla Juve. Una nazionale di bravi ragazzi, nessuna testa calda, un patriottismo all'acqua di rose come quello di Griezmann o Mbappé. "Voglio dare tutto per la Francia" dice il ragazzo di Bondy. "Toglie un sacco di problemi, una Coppa del mondo. Il paese è felice. Che sia una cassiera, il sindaco, il presidente: andranno tutti al lavoro con il sorriso". Macron sarà in tribuna, conta su un effetto Mondiali per risalire nei sondaggi come accadde vent'anni fa per Chirac. Ma anche questo paragone, predicono i politologi, rischia di non ripetersi.
Chi ha potuto è andato al mare, o almeno in campagna, la quiete prima della tempesta emotiva che ha già fatto segnare alcuni record. Il salumificio "Pik Vrnovec" ha calcolato che dall'inizio della competizione in Russia a oggi sono stati consumati nove milioni di cevapcici, le salsicce speziate (per 4,2 milioni di abitanti), nelle serate a base di calcio e grigliata. L'austriaca Erste Bank ha registrato un aumento del 30 per cento dei prelievi bancomat nei giorni delle partite. I voli verso la Russia hanno toccato quota 1500 euro, due mesi dello stipendio medio: tutti esauriti. In diversi hanno chiesto un mutuo per non perdersi la storia. Su un aereo si sono imbarcati anche gli eroi di Francia 1998 con l'allenatore di allora Miroslav Blazevic. Tutti tranne uno, Robert Prosinecki, ora ct della Bosnia, impegnato negli studi della tv come commentatore e fuori dal coro dei peana a tutti i costi se ha voluto sottolineare come tanta euforia è il contraltare di un Paese piuttosto malmesso. In linea con l'artista dei "circenses".
Rara avis. È letteralmente un impazzimento dalla punta dei piedi ai capelli se dai sandali delle ragazze spuntano unghie biancorosse e i parrucchieri offrono tagli a scacchiera colorata come la bandiera alla modica cifra di 25 kune, poco meno di quattro euro. Come non successe nel 1998 quando le ferite del conflitto erano ancora sanguinanti, stavolta c'è un popolo che non sente l'ostilità dei vicini. Almeno di una componente precisa. Aveva sturato il tappo della novità Novak Djokovic, il tennista serbo, augurandosi la vittoria croata (ricambiato ieri dai calciatori di Zlatko Dalic per il suo Wimbledon) e dando coraggio a un sentimento che covava latente. Conferma Boscia Tanjevic, montenegrino d'origine, sarajevese per cuore, anche italiano per passaporto, grande del basket, dal suo buen retiro sull'isola di Brac: "Sono per la Croazia, ovvio. Tutti i miei amici, tutti gli jugoslavisti, lo sono. È un momento eccezionale, frutto dell'intelligenza di un allenatore che ha trasmesso umiltà e valori". Conferma Nadira Sehovic, bosniaca, giornalista e traduttrice: "Come essere contro? Abbiamo vissuto con loro per tanto tempo e, al netto di quanto successo in passato, abbiamo relazioni, amicizie, memoria condivisa".
Zlatko Dizdarevic, diplomatico e scrittore, da un'altra isola croata, Lussino, usa l'ironia ma ribadisce l'assunto: "Non so quanti jugoslavisti sono rimasti, quanti non sono impazziti. Quelli che hanno conservato il cervello tifano Croazia". È felice per questa ondata di simpatia con venature jugo-nostalgiche Budimir Loncar, ultimo ministro degli esteri della fu Federazione (dal 1987 al 1991). Ha 94 anni, passa anche lui l'estate al mare, a Ugliano, e ha una memoria invidiabile se snocciola l'intera formazione dell'Italia campione nel 1938. Ma avverte: "Attenzione, il passato non torna. La Jugoslavia fu la miglior soluzione per quel determinato periodo, non è realistico immaginarne un ritorno, i tempi sono cambiati. Quanto al match con la Francia vedo favoriti loro, diciamo 60 a 40. La speranza però...".
Comunque vada, a Zagabria hanno già deciso che sarà un successo. Lunedì la squadra torna, la tv di stato ha previsto una diretta no-stop dalle 13.30 alle 17.30, dallo sbarco all'aeroporto fino alla festa in piazza Jelacic e al ricevimento dalla presidenta della Repubblica Kolinda Grabar-Kitarovic. Primi o secondi avranno comunque un'onorificenza. Perché sono i calciatori ad aver messo la Croazia sulla cartina geografica del mondo. "Prima", ancora Loncar, "eravamo solo una parte della vecchia Jugoslavia".
Sarà una finale molto teen ager, che darà ragione a Pier Paolo Pasolini quando diceva che i maestri "vanno mangiati in salsa piccante": il francese Kylian Mbappé potrebbe diventare il secondo under 20 della storia a segnare in una finale mondiale, dopo Pelé nel 1958. Mica male, anche se a Bondy, nella banlieu parigina dov'è nato, hanno cancellato il murale a lui dedicato per metterci la pubblicità di un supermercato (ma sono pronti a ripensarci). Comunque vada Mbappé è il secondo under 20 più prolifico di sempre in una singola edizione dei Mondiali (tre gol), dopo lo stesso Pelé (sei reti, sempre nel 1958). Ormai a Kylian lo chiamano "37": per la velocità della sua corsa (37 km/h) attribuitagli nel gol segnato all'Argentina, anche se in realtà andava un po' più lento. A controllare se sulla pista sarebbe stato un terribile rivale oggi in tribuna ci sarà anche Usain Bolt, l'uomo più veloce del mondo, che però sfrecciava a 44 km/h.
Avviso ai viaggiatori: in ognuna delle ultime tre finali dei mondiali si sono giocati i tempi supplementari e due in ogni epoca si sono risolte ai calci di rigore (1994 e 2006). In entrambe c'era l'Italia: ricordate il rigore di Baggio, sparato fuori, e quello di Grosso, sparato dentro? Sarà una finale sbilanciata: con un ct da record, Didier Deschamps, che potrebbe diventare il terzo uomo a vincere i Mondiali prima da giocatore e poi da allenatore, dopo il brasiliano Mario Zagallo e il tedesco Franz Beckenbauer, anche perché tra i tecnici con almeno 10 gare mondiali è quello con la percentuale di vittorie più alta: 73% (otto su 11). E infatti in Francia hanno già preparato le magliette: Deshamps-Élysées. Mentre dall'altra parte, sulla panchina della Crozia, sconosciuto sia da giocatore che da allenatore (negli Emirati) siede il ct Dalic, quello con la riga in mezzo.
Sarà una finale con i vezzi e i vizi del calcio contemporaneo: il coiffeur o hair-stylist che dir si voglia Ahmad Alsanawi, parrucchiere personale di Pogba, è arrivato da Londra e per sette ore ha tagliato e sistemato i capelli a tutti i bleus, mentre Modric e compagni stavolta hanno evitato di mostrare il loro lato B e anche qualcosa di più in piscina visto che quattro anni fa in Brasile erano stati fotografati nudi e lontani dalla meta. Si dirà che su certe cose i croati non vanno per il sottile, sono la squadra con più falli (99) e con più cartellini gialli (14), ma hanno anche giocato 90' in più. Sarà proprio una finale di opposti: la Croazia è andata in svantaggio in tutte e tre le gare a eliminazione diretta mentre la Francia è rimasta sotto solo per 9'. Ultimo dato statistico e scientifico: Mick Jagger, che non ci azzecca mai, tiferà Francia. Vogliamo sfatare anche questo tabù?
Le chiavi della partita
A guardare le facce, se fossimo francesi ci preoccuperemmo. Deschamps e il capitano Lloris sono tesi, la gola stretta in un nodo, la scimmia del pronostico accovacciata sulla spalla, mentre Dalic sembra un turista a spasso: "È il momento più bello della nostra vita: godiamocelo, e che vinca il migliore. Se poi perderemo, pazienza: è il calcio, è la vita".Il senso dell'attesa
La Croazia è come se avesse già vinto, perché verrà portata in trionfo comunque. Anche la Francia è come se avesse già vinto, ma nel senso opposto: non esiste francese che contempli la possibilità della sconfitta. Esattamente come due anni fa agli Europei, quando dal nulla sbucò un carneade portoghese (Eder) a farla secca. Questo Dalic gli somiglia: ha vinto una supercoppa in Albania, un campionato negli Emirati eppure sembra uno che nella vita non abbia mai fatto altro che finali mondiali. "Non ho neanche guardato più di tanto il nostro avversario, giocherà chi se la sente". Deschamps ha invece le occhiaie: "Abbiamo visto e rivisto le sei partite della Croazia". Dice che le parole sono chiave sono "fiducia, concentrazione, serenità". Su fiducia e concentrazione nessun dubbio: ma tra serenità e angoscia la sfida se la sta ancora giocando.
Il senso della fatica
La Croazia è la squadra che ha giocato il Mondiale più lungo della storia, perché se già in passato c'erano state altre nazionali (Belgio 1986, Inghilterra 1990, Argentina 2014) che oltre alle sette partite di base ne avevano giocata un'ottava formata dalla somma di sei tempi supplementari, mai nessuno ha aggiunto anche due tornate di calci di rigore, che durano e consumano. La Croazia, esclusi i penalty, è stata in campo 98' in più della Francia. Modric ha giocato 643' e 23", oltre un'ora in più dei francesi più spremuti, Varane e Kanté. Però la stagione è stata più logorante per i Bleus: i 23 convocati hanno accumulato 1.052 partite contro le 891 dei croati. "Se qualcuno è stanco me lo dirà e metterò un altro: ho giocatori talmente leali che so che lo faranno, anche se è una finale". Deschamps, invece, non vede l'ora che finisca: "Abbiamo preparato tutto quello che c'era da preparare. Ma nel calcio c'è un aspetto irrazionale che sfugge a tutto", anche alla fatica. E i croati, che crescono calciatori fortissimi senza avere istruttori, strutture o piani di sviluppo, sono la quintessenza dell'irrazionalità.
Il senso del gioco
Modric e Griezmann si disputano anche il Pallone d'oro, questo pomeriggio. "A me non interessa nulla", assicura Lukita. "A me un po' sì", dice invece le Petit Diable, che all'immagine ci tiene. Sono due campioni che si somigliano pur essendo diversissimi e cuciono il gioco delle loro squadre, tanto nel club quanto in nazionale, senza essere registi. Griezmann è più attaccante, la sua specialità è dare alla palla accelerazioni improvvise. Modric è più centrocampista e il suo pregio è l'insistenza, riceve palla e la spinge in verticale, guadagnando metri a ogni passaggio. Difficile scegliere tra i due, ma di certo la trama della partita la scriveranno loro.
Il senso della tattica
Il problema della Croazia è la velocità lacerante di Mpabbé, che andrà a percuotere il lato debole della difesa croata, quello sinistro, dove difatti c'è l'unico dubbio di formazione di Dalic, indeciso tra Strinic (più difensivo, ma anche più statico e posato e anche acciaccato) e Pivaric, più rapido ma anche più episodico. La Francia tenterà di sfondare a ripetizione da quella parte là. La Croazia invece non si sa mai come prenderla, perché ci sono dei punti di riferimento assodati (Mandzukic, Perisic, Rebic) ma Rakitic e Modric non si capisce mai quale sviluppo intendano dare al gioco, quale posizione prenderanno, se preferiranno il tocco corto o l'apertura da parte a parte, il ritmo lento o la verticalizzazione immediata. Ed è questa capacità di giocare più partite diverse all'interno della stessa la grande risorsa croata. Deschamps ha organizzato gabbie difensive efficacissime su Hazard e soprattutto su Messi. Ma Modric lo lascerà andare: "Non sta mai fermo. Non avrà gli stessi colpi, ma la squadra la dirige lui". È per questo che, per una volta, la Francia proverà a comandare la partita invece che interpretarne gli sviluppi, come si conviene alla squadra più forte: questo, almeno, è quello che Deschamps ha razionalmente preventivato.
Liberté-Egalité-Mbappé: le speranze di Parigi
Sono nati quando la nazionale di Aimé Jacquet sollevava la Coppa del Mondo, al potere c'era il presidente gollista Jacques Chirac. Avevano quattro anni quando il Front National arrivava al ballottaggio delle presidenziali (contro Chirac), sette anni quando scoppiava la rivolta delle banlieue, dieci quando cominciava la crisi finanziaria. A dodici anni scoprivano la vergogna dei Bleus ammutinati a Knysna. L'adolescenza è stata ritmata dalla stagione degli attentati: Charlie Hebdo, Bataclan, Nizza e non è ancora finita. Bonjour Tristesse, scriveva la giovane Françoise Sagan negli anni Cinquanta. Figli di troppe crisi e disillusioni, i giovani francesi che stasera guarderanno la finale dei Mondiali in Russia hanno avuto davvero pochi "momenti di felicità" collettiva, come ha titolato in prima pagina Le Monde, ringraziando Deschamps e i suoi ragazzi tutti ventenni o anche più giovani come Mbappé. Il serioso quotidiano della sera che ha dedicato quasi metà del giornale alla finale contro la Croazia. Le Figaro e l'Humanité, non certo sulla stessa linea politica, sono costretti a fare gli stessi editoriali. Persino Marine Le Pen e i tanti intellettuali dell'estrema destra devono tacere o allinearsi.La Francia ha archiviato lo slogan "black-blanc-beur", oggi regna la prudenza, ci si accontenterebbe di vivere "le sens de la fête", il senso della festa, titolo di una popolare commedia uscita l'anno scorso. La foto simbolo di questo esorcismo è quella dei tifosi in delirio fuori dal Petit Cambodge, il café dell'undicesimo arrondissement dove il 13 novembre 2015 i terroristi uccidevano 15 persone. Schermi giganti, fan zone in tutte le grandi città, e pazienza se i capricci della tecnologia, con dirette tv e streaming online hanno provocato nelle ultime partite uno "spoiler del goal" con i tifosi che esultano in anticipo o in ritardo di qualche secondo a seconda dello schermo su cui guardano la partita.
Il motto nazionale è stato rivisitato in "Liberté-Egalité-Mbappé". Prevale il pragmatismo, nel calcio come in politica. Il gioco tecnico di Deschamps come il tecnocratico Macron. Entrambi poco empatici, esercitano un potere verticale. "È la prova che il vento del '68 non soffia più" ha scritto Philippe Ridet su le Monde. Non è più tempo di rivolte e scapestrati. "Deschamps Président", titola in copertina il settimanale Marianne, pensa a risultati e disciplina, ma ha saputo creare una squadra di "star senza ego". La Francia è pronta a idolatrare Dédé, mettendo da parte gli scandali sugli arbitri comprati quando era all'Om e il doping alla Juve. Una nazionale di bravi ragazzi, nessuna testa calda, un patriottismo all'acqua di rose come quello di Griezmann o Mbappé. "Voglio dare tutto per la Francia" dice il ragazzo di Bondy. "Toglie un sacco di problemi, una Coppa del mondo. Il paese è felice. Che sia una cassiera, il sindaco, il presidente: andranno tutti al lavoro con il sorriso". Macron sarà in tribuna, conta su un effetto Mondiali per risalire nei sondaggi come accadde vent'anni fa per Chirac. Ma anche questo paragone, predicono i politologi, rischia di non ripetersi.
Qui Zagabria: il tifo per la Croazia degli jugo-nostalgici
Se avessero potuto, i croati avrebbero cancellato questo inutile sabato del villaggio, questa snervante attesa, perché oggi sarà sabato, domenica e ogni declinazione della settimana, il giorno più importante, dicono con enfasi, della giovane Repubblica nata 27 anni fa al prezzo di una guerra. Nella piazza Ban Jelacic, il cuore di Zagabria, davanti al maxischermo uno sparuto gruppo di tifosi belgi per l'inutile finale del terzo posto. Famiglie coi bambini nei passeggini, nel caldo umido, cercano refrigerio nei parchi. Nel gazebo di uno dei quali, lo Zrinjevac, gli altoparlanti diffondono il Paolo Conte dei "francesi che si incazzano" e non sembra una coincidenza. Su una casa della via Preradovica un irriverente artista, imputabile di attentato all'amor patrio, ha piazzato un pupazzo in maglia a scacchi biancorossi con la scritta "kruha i igara", "panem et circenses", il calcio che offusca i problemi di una nazione dalla pericolosa postura sovranista e autoritaria. Al piano terra dello stesso edificio, c'è la sede dell'Istituto francese che ha in vetrina un poster dei Bleus.Chi ha potuto è andato al mare, o almeno in campagna, la quiete prima della tempesta emotiva che ha già fatto segnare alcuni record. Il salumificio "Pik Vrnovec" ha calcolato che dall'inizio della competizione in Russia a oggi sono stati consumati nove milioni di cevapcici, le salsicce speziate (per 4,2 milioni di abitanti), nelle serate a base di calcio e grigliata. L'austriaca Erste Bank ha registrato un aumento del 30 per cento dei prelievi bancomat nei giorni delle partite. I voli verso la Russia hanno toccato quota 1500 euro, due mesi dello stipendio medio: tutti esauriti. In diversi hanno chiesto un mutuo per non perdersi la storia. Su un aereo si sono imbarcati anche gli eroi di Francia 1998 con l'allenatore di allora Miroslav Blazevic. Tutti tranne uno, Robert Prosinecki, ora ct della Bosnia, impegnato negli studi della tv come commentatore e fuori dal coro dei peana a tutti i costi se ha voluto sottolineare come tanta euforia è il contraltare di un Paese piuttosto malmesso. In linea con l'artista dei "circenses".
Rara avis. È letteralmente un impazzimento dalla punta dei piedi ai capelli se dai sandali delle ragazze spuntano unghie biancorosse e i parrucchieri offrono tagli a scacchiera colorata come la bandiera alla modica cifra di 25 kune, poco meno di quattro euro. Come non successe nel 1998 quando le ferite del conflitto erano ancora sanguinanti, stavolta c'è un popolo che non sente l'ostilità dei vicini. Almeno di una componente precisa. Aveva sturato il tappo della novità Novak Djokovic, il tennista serbo, augurandosi la vittoria croata (ricambiato ieri dai calciatori di Zlatko Dalic per il suo Wimbledon) e dando coraggio a un sentimento che covava latente. Conferma Boscia Tanjevic, montenegrino d'origine, sarajevese per cuore, anche italiano per passaporto, grande del basket, dal suo buen retiro sull'isola di Brac: "Sono per la Croazia, ovvio. Tutti i miei amici, tutti gli jugoslavisti, lo sono. È un momento eccezionale, frutto dell'intelligenza di un allenatore che ha trasmesso umiltà e valori". Conferma Nadira Sehovic, bosniaca, giornalista e traduttrice: "Come essere contro? Abbiamo vissuto con loro per tanto tempo e, al netto di quanto successo in passato, abbiamo relazioni, amicizie, memoria condivisa".
Zlatko Dizdarevic, diplomatico e scrittore, da un'altra isola croata, Lussino, usa l'ironia ma ribadisce l'assunto: "Non so quanti jugoslavisti sono rimasti, quanti non sono impazziti. Quelli che hanno conservato il cervello tifano Croazia". È felice per questa ondata di simpatia con venature jugo-nostalgiche Budimir Loncar, ultimo ministro degli esteri della fu Federazione (dal 1987 al 1991). Ha 94 anni, passa anche lui l'estate al mare, a Ugliano, e ha una memoria invidiabile se snocciola l'intera formazione dell'Italia campione nel 1938. Ma avverte: "Attenzione, il passato non torna. La Jugoslavia fu la miglior soluzione per quel determinato periodo, non è realistico immaginarne un ritorno, i tempi sono cambiati. Quanto al match con la Francia vedo favoriti loro, diciamo 60 a 40. La speranza però...".
Comunque vada, a Zagabria hanno già deciso che sarà un successo. Lunedì la squadra torna, la tv di stato ha previsto una diretta no-stop dalle 13.30 alle 17.30, dallo sbarco all'aeroporto fino alla festa in piazza Jelacic e al ricevimento dalla presidenta della Repubblica Kolinda Grabar-Kitarovic. Primi o secondi avranno comunque un'onorificenza. Perché sono i calciatori ad aver messo la Croazia sulla cartina geografica del mondo. "Prima", ancora Loncar, "eravamo solo una parte della vecchia Jugoslavia".