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(ansa)

Storie di (tre) donne che si ribellano

7 minuti di lettura

Ahed, il ritorno della ragazza ribelle eroina dei palestinesi

Aveva picchiato un soldato israeliano, da ieri è libera: "Temevo di saltare la maturità"

di Lourdes Baeza

GERUSALEMME. L'adolescente palestinese di 17 anni Ahed Tamimi ha lasciato ieri mattina il carcere israeliano di Hasharon - che si trova a Even Yehuda, nel centro di Israele - dove ha trascorso gli ultimi otto mesi, e ha raggiunto la sua casa in Cisgiordania circondata da una folla festante e dai suoi parenti, che non smettevano più di abbracciarla e di baciarla. "La resistenza continuerà fino alla fine dell'occupazione", sono state le sue prime parole sulla soglia di casa. Al polso un braccialetto con la bandiera palestinese e al collo una kefiah che si è messa non appena è scesa dal veicolo dell'esercito che l'ha accompagnata a nord ovest di Ramallah (Cisgiordania), dove l'aspettavano i suoi.
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Ahed, il ritorno della ragazza ribelle eroina dei palestinesi

Aveva picchiato un soldato israeliano, da ieri è libera: "Temevo di saltare la maturità"

di Lourdes Baeza

GERUSALEMME. L'adolescente palestinese di 17 anni Ahed Tamimi ha lasciato ieri mattina il carcere israeliano di Hasharon - che si trova a Even Yehuda, nel centro di Israele - dove ha trascorso gli ultimi otto mesi, e ha raggiunto la sua casa in Cisgiordania circondata da una folla festante e dai suoi parenti, che non smettevano più di abbracciarla e di baciarla. "La resistenza continuerà fino alla fine dell'occupazione", sono state le sue prime parole sulla soglia di casa. Al polso un braccialetto con la bandiera palestinese e al collo una kefiah che si è messa non appena è scesa dal veicolo dell'esercito che l'ha accompagnata a nord ovest di Ramallah (Cisgiordania), dove l'aspettavano i suoi.
Ahed, il ritorno della ragazza ribelle eroina dei palestinesi 
Nel pomeriggio, più tranquilla, dopo aver posato sorridente mentre mangiava un gelato, la ragazza ha risposto ai giornalisti con accanto i suoi genitori. "Sono felice, ma sarò ancora più felice quando tutte le donne palestinesi saranno liberate dalle prigioni dell'occupazione israeliana", ha detto nel cortile della sua casa. Tamimi ha raccontato che una delle sue più grandi paure, durante la prigionia, era quella di non poter sostenere gli esami di maturità. "L'idea di non potermi diplomare mi provocava un grande stress e molta tensione", ha detto. Per questo, in prigione, ha dedicato tutto il suo tempo a studiare. La ragazza ha detto tra gli applausi che "la gente è padrona del suo destino e del suo futuro". Ahed si è rifiutata di rispondere alle domande dei media israeliani presenti.

Sua madre ha sottolineato che bisogna sostenere i giovani palestinesi perché sono il futuro. "In Palestina, i bambini muoiono dentro casa loro", ha detto Nariman Tamimi. Anche lei ha scontato gli otto mesi di detenzione a cui un tribunale israeliano le aveva condannate, lo scorso marzo, per aver aggredito un soldato e incitato alla violenza.

La ragazza è diventata famosa in tutto il mondo dopo essere apparsa in un video in cui schiaffeggiava un soldato israeliano, il 15 dicembre scorso, sulla porta di casa sua. Il fatto avvenne durante una retata dell'esercito israeliano a Nabi Saleh, il villaggio palestinese in cui vive la famiglia Tamimi, in Cisgiordania. La scena, in cui si vedeva anche sua cugina, Noor Tamimi, fu trasmessa in diretta attraverso i social network da sua madre, anche lei arrestata e condannata alla stessa pena. Entrambe sono state ricevute dal presidente palestinese Mahmoud Abbas, nella Mukata, la sede del governo palestinese a Ramallah. Hanno anche reso omaggio alla tomba di Yasser Arafat, lo storico leader palestinese.

Da quando è stata rinchiusa in una struttura militare, nel dicembre del 2017, la ragazza è diventata un simbolo della resistenza palestinese, ma già da molto piccola era stata protagonista di scontri con le forze di sicurezza israeliane. In un altro video, girato quando aveva appena 12 anni, si vede Ahed che redarguisce i soldati israeliani e gli dà delle manate nel tentativo di evitare l'arresto di suo fratello, che ieri non si è separato mai da lei.

I media palestinesi hanno contribuito a forgiarne l'icona, esaltando il coraggio. Per la maggior parte degli israeliani, invece, il famoso video non è stato altro che un tentativo intenzionale delle Tamimi di provocare i soldati mentre venivano filmati. Accuse che la ragazza ha respinto durante il processo. Ha spiegato, invece, che aveva scaricato la sua ira contro i militari perché avevano sparato un proiettile di gomma in faccia a suo cugino: la sua faccia rimarrà deformata per tutta la vita.

La famiglia Tamimi è molto nota per il suo nazionalismo e la sua lotta attiva "contro l'occupazione israeliana". Il suo villaggio, Nabi Saleh, si trova nella cosiddetta zona C, la parte della Cisgiordania sotto il controllo amministrativo e militare israeliano. Diversi membri della famiglia Tamimi sono morti durante scontri con l'esercito israeliano - l'ultimo, lo scorso gennaio a Ramallah - e sono rari quelli che non sono passati per la prigione o in qualche centro di detenzione. Anche suo padre, Bassem, è stato messo in prigione più volte. Secondo fonti della famiglia, nelle prigioni israeliane ci sono ancora 15 membri del loro clan.
- © El País / LENA, Leading European Newspaper Alliance
Traduzione di Luis E. Moriones
Natalia, la "traditrice" che ha mollato Putin per unirsi alle proteste 

Natalia, la "traditrice" che ha mollato Putin per unirsi alle proteste

Un tempo era l'alfiere di Mosca in Crimea. Ora è in prima linea contro la riforma delle pensioni

dalla nostra corrispondente ROSALBA CASTELLETTI
 

MOSCA. Sono passati appena quattro anni da quando la ribelle Natalia Poklonskaja ha svestito le insegne ucraine per indossare la divisa di procuratrice generale della neo-russa Crimea che già si è macchiata di un nuovo "tradimento". E stavolta ai danni del Cremlino. Da due anni alla Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, lo scorso 19 luglio Natalia è stata l'unica deputata del partito al potere Russia Unita a votare contro la contestata riforma che prevede l'innalzamento dell'età pensionabile da 55 a 63 anni per le donne e da 60 a 65 per gli uomini. Un voto dissidente ancora più eversivo dopo che i vertici avevano avvertito che non erano ammesse critiche o diserzioni. Tanto che il capogruppo parlamentare di Russia Unita, Serghej Neverov, le ha intimato le dimissioni. "Gli elettori mi hanno scelta. I vertici mi hanno affidato un lavoro che cerco di svolgere in tutta coscienza, dunque "no"", ha risposto secca Natalia che d'altronde, in 38 anni, non si è mai distinta per obbedienza e disciplina.

Se il partito l'ha declassata a pecora nera, il popolo l'ha innalzata a sua eroina. Alle manifestazioni contro la riforma indette in tutto il Paese, sabato dal Partito comunista e ieri dalla Fondazione anti-corruzione di Aleksej Navalnyj e dal Partito libertario, non era raro vedere sbucare cartelloni con il suo volto tra gli striscioni. E dire che, solo un anno fa, Poklonskaja era oggetto di vignette di scherno perché si era messa a capo di una impopolare crociata di ultraortodossi e monarchici nostalgici contro il film Matilda - a suo dire "blasfemo" - sulla relazione tra l'ultimo zar e martire Nicola II, allora erede al trono, e una ballerina del teatro Marinskij di San Pietroburgo. Ai saliscendi della vita, del resto, Natalia è abituata.

Nata a Lugansk, oggi capoluogo di una delle due Repubbliche secessioniste dell'Est Ucraina, appena tre giorni dopo il trionfo della Rivolta in piazza Majdan a Kiev, l'allora funzionaria della Procura Generale ucraina si dimise per protestare contro quello che definì un "golpe incostituzionale". E l'11 marzo, ancor prima che l'annessione venisse sancita dal referendum, accettò l'incarico - rifiutato da ben quattro uomini - di procuratrice generale della penisola di Crimea. Bionda, occhi azzurri, fisico mozzafiato e uniforme, alla sua prima conferenza stampa conquistò cuori in tutta la Russia. E persino in Giappone, dove le dedicarono fan club, canzoni, videogame e divenne un'eroina da fumetto manga. In Ucraina, intanto, veniva incriminata e negli Stati Uniti era l'unica donna a essere iscritta nella lista nera degli "ucraini separatisti e individui russi" sotto sanzioni.

A dispetto del viso angelico, da procuratrice Poklonskaja non si è fatta scrupoli a perseguitare la minoranza tatara o a prendere parte all'arresto del regista Oleg Sentsov, oggi al 78esimo giorno di sciopero della fame in un carcere siberiano. Un'inflessibilità che nel 2016 l'è valsa il grado di generale a soli 36 anni, un record, e l'ingresso nella nuova Duma. Da quando Natalia si è trasferita a Mosca, il Paese ha però scoperto che dietro al volto sexy della cosiddetta "Primavera di Crimea" si nascondeva una fanatica religiosa dell'ultimo zar russo, Nicola II, canonizzato martire dalla Chiesa russa ortodossa. L'ex procuratrice non solo ne ha mostrato l'icona alla marcia del Reggimento Immortale nel Giorno della Vittoria sulla Germania nazista, ma per tutto il 2017 si è scagliata contro la pellicola Matilda di Aleksej Ucitel, anche dopo che il presidente Vladimir Putin è intervenuto dicendo che il film non andava censurato. Bizzarrìe che il Partito tollerò. Il voto contro, invece, non sembra disposto a condonarlo. Giovedì scorso, alla riunione della Commissione parlamentare incaricata di supervisionare i redditi dei deputati presieduta da Natalia, su 17 membri se ne sono presentati solo tre. E nessuno era di Russia Unita. Un evidente boicottaggio. La giovane deputata però non si è persa d'animo: ha già promesso che denuncerà il comportamento dei suoi compagni di partito. "Il Parlamento - ha detto - è un'organizzazione seria".

Julie Schwietert Collazo, 40 anni, con i bambini di Yeni González, migrante arrestata 

La colletta di Julie per liberare le madri dei bimbi migranti

Così Collazo, traduttrice (e mamma) di New York, ha riunito le donne incarcerate ai figli perduti

dalla nostra inviata ANNA LOMBARDI

 
NEW YORK. "Tornavo da una manifestazione in favore delle famiglie migranti: Donald Trump aveva appena fatto marcia indietro sulla tolleranza zero e la situazione al confine era nel caos. Un avvocato raccontava alla radio che la sua cliente, Yeni González, arrivata dal Guatemala con tre bambini di 10, 8 e 5 anni, era in un carcere dell'Ice, la polizia che si occupa di immigrati, in Arizona. Mentre i suoi bambini erano in un rifugio a New York. Yeni era disperata. Per tirarla fuori servivano 7.500 dollari per pagare la cauzione. Anche io ho 3 figli di quell'età. Mi sono subito immedesimata". Julie Schwietert Collazo, 40 anni, traduttrice e giornalista freelance che vive a Long Island, nel Queens, non ha avuto dubbi: quei soldi si potevano trovare. "L'avvocato stava dicendo di fatto che l'unica cosa che separava Yeni dai suoi bambini era il denaro".

Così lo scorso 28 giugno ha avviato una colletta online con l'obiettivo modesto di raccogliere almeno 10mila dollari per coprire le spese per la cauzione di Yeni e pagare il suo viaggio fino a New York. "In poche settimane", racconta a Repubblica "di dollari ne abbiamo raccolti 400 mila. La colletta è diventata un movimento, il fundrising un'organizzazione chiamata Immigrant Families Together composta da una ventina di volontarie, tutte mamme della zona". Che hanno già tirato fuori dalle carceri dell'Ice 12 madri, occupandosi di riunirle ai loro figli anche grazie a una rete di persone che le hanno trasportate gratis per mezza America, ciascuna guidando un pezzetto: visto che le donne erano state rilasciate senza alcun documento che ne provasse l'identità e quindi erano impossibilitate a salire in aereo.

Ex assistente sociale specializzata in arteterapia, specialista di America Latina - ne ha scritto per diversi giornali, dal National Geographic a Time - Collazo ha messo la sua casa a disposizione di Yeni González e dei suoi bambini: "Per lei abbiamo organizzato una manifestazione di benvenuto in piazza, a Court Square, qui a Long Island. Quando ci siamo viste ci siamo immediatamente abbracciate. Che sollievo vederla! Mi ha dato la misura di cosa avevamo messo in piedi".

Ma negli ultimi giorni, con l'amministrazione Trump nel caos, impegnata nello sforzo di rispettare la scadenza imposta dal giudice federale Dana Sabraw per rimediare ai danni della "tolleranza zero", il focus di Immigrant Families Together è man mano cambiato. Con le volontarie, Julie in testa, che si stanno occupando soprattutto di dare aiuto materiale - pannolini, cambio d'abiti - ai bimbi messi semplicemente fuori dai centri: e tanti auguri. "Il governo se ne sta lavando le mani", sostiene lei, "dicono dove sono i figli, mettono in mano un biglietto di autobus e buona fortuna: tutto qui".

Così, proprio nel giorno in cui Donald Trump minaccia un nuovo "shutdown", la serrata di tutte le attività federali se i democratici non sosterranno le sue modifiche alla legge sull'immigrazione e non si decideranno a finanziare il suo muro, la situazione delle famiglie migranti da riunificare è più che mai nel caos. Scrive il New York Times che a Port Isabel, in Texas, decine di genitori che secondo il governo sono già stati rilasciati e riunificati ai figli sono invece ancora in carcere: dimenticati. Altri hanno aspettato in strada per giorni che i loro bambini arrivassero nei luoghi dove gli era stato detto di aspettarli. Naturalmente non sono mancati i disguidi: ragazzi spediti nelle città sbagliate, ben 431 genitori rimpatriati senza di loro. Col risultato che ci sono ancora 711 minori la cui riunificazione è "difficile".

Svela il Washington Post che molto dipende dal fatto che la "tolleranza zero" è stata applicata senza un vero piano. Sui computer degli agenti di frontiera nemmeno una casella che permettesse di tener traccia delle famiglie divise. E anche quando quella casella è stata creata, nessuno ha aggiornato il database del ministero della Salute responsabile dei rifugiati. Risultato: ci sono ancora genitori introvabili - è il caso di 42 bimbi troppo piccoli per dire il loro nome. Altri sono in carcere per reati minori. E 127 famiglie devono ancora finire di affrontare il percorso di valutazione in tribunale. "La sensazione", conclude Collazo, "è che il lavoro da fare sia ancora enorme. E che la sfida già affrontata, purtroppo, è solo l'inizio del nostro lavoro".