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LeBron James presenta il Ohio il progetto per una nuova scuola pubblica (afp)

La stoppata di LeBron James al razzismo trumpiano

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Il campione di basket lancia un progetto per studenti meritevoli in difficoltà e denuncia in un’intervista la politica dell’odio del presidente
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WASHINGTON. Ci voleva una montagna d’uomo – 2 metri e tre per 115 chili di muscoli – per scalare la montagna incantata del razzismo Trumpista. LeBron James, riconosciuto dominatore del basket mondiale, accusa il presidente americano di praticare il più sporco e pericoloso dei giochi: il razzismo usato per dividere la nazione. «È sempre esistito, ma credo che il presidente oggi in carica abbia autorizzato la gente a ignorarlo... non gli importa niente, anzi te lo sbattono in faccia». Un po’ di iperbole, perché nessuno sano di mente, neppure The Donald, oserebbe “sbattere in faccia” qualcosa a un colosso muscoloso e intelligente come lui.

Con le sue parole semplici e dirette, senza pretese di predicazione o di intellettualismo, nonostante gli occhialoni quadrati da docente harvardiano anni 50 per la sua miopia, il ragazzo dell’Ohio, che lasciò il liceo delle suore di San Vicenzo a 17 anni per passare dire…
WASHINGTON. Ci voleva una montagna d’uomo – 2 metri e tre per 115 chili di muscoli – per scalare la montagna incantata del razzismo Trumpista. LeBron James, riconosciuto dominatore del basket mondiale, accusa il presidente americano di praticare il più sporco e pericoloso dei giochi: il razzismo usato per dividere la nazione. «È sempre esistito, ma credo che il presidente oggi in carica abbia autorizzato la gente a ignorarlo... non gli importa niente, anzi te lo sbattono in faccia». Un po’ di iperbole, perché nessuno sano di mente, neppure The Donald, oserebbe “sbattere in faccia” qualcosa a un colosso muscoloso e intelligente come lui.

Con le sue parole semplici e dirette, senza pretese di predicazione o di intellettualismo, nonostante gli occhialoni quadrati da docente harvardiano anni 50 per la sua miopia, il ragazzo dell’Ohio, che lasciò il liceo delle suore di San Vicenzo a 17 anni per passare direttamente al professionismo, mette il ditone nel punto più doloroso e scoperto della strategia della tensione razziale scelta da Donald Trump per vincere le elezioni e ora per mantenere compatta la falange dei propri fan: l’ansia dell’Uomo Bianco che si sente sempre più assalito e minacciato nella propria condizione di immaginaria superiorità razziale dalle orde di immigrati con la pelle bruna e, naturalmente, dai neri. «Lo sport – dice LeBron in un’intervista alla Cnn per il lancio del suo progetto “I Promise School”, per bambini meno fortunati, in collaborazione con le scuole pubbliche della città natale: “Il più importante della mia carriera” – è stato il momento di incontro, di riconoscimento reciproco e di camerateria fra bianchi e neri. Ricordo il mio stupore quando da bambino – lui cresciuto nel ghetto di una delle città industriali dell’Ohio, Akron, devastate dalle ciminiere spente – incominciai a giocare a basket con, e contro, ragazzini bianchi, scoprendo che non erano poi tanto diversi da me, come loro scoprivano che io non non ero poi tanto diverso da loro. Mettere l’accento sulla differenza di colore fra compagni di squadra vuol dire cercare di rompere quel legame naturale che si crea fra gente di colore e storia diversa».

Che questa, della incessante polarizzazione culturale fra “noi” e “loro”, della omologazione – in Italia si direbbe sdoganamento – dei comportamenti piu sfacciatamente discriminatori come fu nella tragedia di Charlottesville, in Virginia, dove Trump riconobbe anche fra i neonazi e neoklanisti «persone rispettabili», sia una delle chiavi del consenso trumpista, non è stato il top player del basket mondiale a scoprirlo. Trump non compie azioni di sfacciato razzismo, anche se nella sua Amministrazione c’è un solo, marginalissimo ministro di colore, ex neurochirgo relegato all’Edilizia pubblica. Ma la forza quasi dolorosa e tranquilla di un campione che a 33 anni non ha più nulla da chiedere in termini di successi e di danaro, con i suoi tre titoli nazionali e 36,5 milioni di dollari annui di ingaggio – più di Ronaldo – dal suo nuovo team, i Los Angeles Lakers, spoliticizza le accuse a Trump e le rende vive per milioni di fan, neri e bianchi. LeBron rifiutò di apparire alla Convention Repubblicana del 2016, che si teneva nella città dove lui giocava allora, Cleveland. È il primo a esprimere con parole, non solo gesti, l’angoscia di un “Black Man” per un presidente che sta gettando fuoco sulle braci sempre roventi del razzismo, ormai non più soltanto americano.

Trump, che si è autoproclamato «l’uomo meno razzista che sia mai esistito», ha reso, come putroppo vediamo anche in altre nazioni, legittimo l’odio razziale, senza mai ufficialmente autorizzarlo. Trovò gioco facile nella protesta di molti giocatori di football americano che si inginocchiavano durante l’esecuzione dell’inno per protesta contro le vittime afro della violenza poliziesca, visto che oltre il 70 per cento degli atleti nella lega football sono neri. L’insinuazione, neppure troppo sottile, era che quei campioni scuri di pelle fossero “unamerican”, traditori, estranei, ignorando che un soldato su tre nella US Army impegnata sui fronti delle guerre è nero.

Nel corso della campagna strizzò l’occhio a un celebre esponente del KKK che disse di non avere mai sentito nominare e il segnale simbolico fu eloquente. I Golden State Warriors, vincitori dell’ultimo campionato di basket, hanno rifiutato la visita tradizionale alla Casa Bianca preferendo un tour del museo washingtoniano sulla esperienza “black” in America, a poche centinaia di metri dalla villa presidenziale. E, per evitare un altro schiaffo, Trump ha cancellato il ricevimento per i campioni nazionali del football, le Philadelphia Eagles.

Lo sport, dopo decenni di segregazione razziale, fu il primo mondo ad abbattere il muro del colore, dopo l’esercito alla fine della guerra mondiale, ingaggiando un giocatore di baseball afroamericano, Jackie Robinson, nel ’47. Lo scandalo sconvolse il mondo tradizionalista del baseball ed è quello “scandalo” che Trump ora cerca di rinfocolare. «Usa lo sport per dividerci e questa cosa della razza è diventata dominante e non riesco a tollerarla nel mio mondo dove giochiamo nelle stesse squadre senza chiederci di che colore sia la nostra pelle. La funzione dello sport dovrebbe essere quella di unirci, non di dividerci», dice il signore dei canestri. Non sa, o preferisce non sapere, che proprio nel razzismo, mimetizzato e rivenduto dietro formule di comodo come immigrazione, antipatriottismo, sicurezza, violenza di gang, è il tragico sport che fa vincere a Trump la partita della politica nel tempo dell’odio.