Sanzioni e minacce, Trump colpisce duro sull’Iran e i suoi partner
Arturo Zampaglione , di ARTURO ZAMPAGLIONE Il presidente: "Chi farà affari con Teheran non li farà più con noi". Ue, Cina, India e Russia protestano. A novembre l'affondo finale Usa
NEW YORK. Le sanzioni americane contro l'Iran sono scattate a mezzanotte. Poco dopo, all'alba, un tweet di Donal Trump ha tolto ogni dubbio sulla natura del ricatto: "Chiunque faccia affari con Teheran - ha scritto - non farà più affari con gli Stati Uniti". Le nuove misure, infatti, che seguono la disdetta a maggio da parte di Washington dell'accordo del 2015 sul nucleare iraniano, non solo vietano ogni transazione in dollari con Teheran, non solo proibiscono le vendite all'Iran di alluminio, acciaio, carbone, aerei commerciali, auto, software, ma prevedono punizioni severe per le aziende internazionali, a cominciare da quelle europee, che violeranno l'embargo di Washington.
Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera europea, non ha perso tempo per esprimere il "profondo rammarico" sulle sanzioni trumpiane e per ricordare, in un comunciato firmato anche dai ministri degli Esteri di Fr…
NEW YORK. Le sanzioni americane contro l'Iran sono scattate a mezzanotte. Poco dopo, all'alba, un tweet di Donal Trump ha tolto ogni dubbio sulla natura del ricatto: "Chiunque faccia affari con Teheran - ha scritto - non farà più affari con gli Stati Uniti". Le nuove misure, infatti, che seguono la disdetta a maggio da parte di Washington dell'accordo del 2015 sul nucleare iraniano, non solo vietano ogni transazione in dollari con Teheran, non solo proibiscono le vendite all'Iran di alluminio, acciaio, carbone, aerei commerciali, auto, software, ma prevedono punizioni severe per le aziende internazionali, a cominciare da quelle europee, che violeranno l'embargo di Washington.
Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera europea, non ha perso tempo per esprimere il "profondo rammarico" sulle sanzioni trumpiane e per ricordare, in un comunciato firmato anche dai ministri degli Esteri di Francia, Gran Bretagna e Germania, che "la difesa dell'accordo nucleare con l'Iran rientra nel rispetto dei patti internazionali ed è una questione di sicurezza". L'Europa teme infatti che l'inversione di rotta finisca per indebolire il presidente iraniano Hassan Rouhani, un moderato, a vantaggio di esponenti più ostili all'Occidente.
Bruxelles vuole anche attivare il meccanismo del "blocking status" che, in teoria, dovrebbe proteggere le aziende europee da eventuali ritorsioni. Ma il mondo delle imprese non vuole rischiare, perché a novembre ci sarà un nuovo round di sanzioni americane ancor più severe di quelle ora introdotte, anche perché riguarderanno le esportazioni di greggio. Del resto Total, Psa, Renault e Mercedes-Benz hanno già annunciato il loro ritiro dal mercato iraniano. E all'aeroporto di Teheran, proprio prima dell'entrata in vigore delle sanzioni, sono atterrati cinque aerei Atr italo-francesi che, venduti alla Iran Air, rischiavano di essere bloccati.
Anche la Russia, la Cina e l'India (grande importatore di petrolio iraniano) hanno protestato per le sanzioni, ma la Casa Bianca non intende cambiare direzione. Trump è sempre stato ostile all'accordo nucleare, che pure è rispettato dagli iraniani, sposando l'avversione di Israele e Arabia saudita. L'obiettivo del presidente americano è di mettere in ulteriore difficoltà il regime iraniano, già alle prese con una crisi economica e le proteste dei cittadini, per costringerlo a negoziare un nuovo accordo più severo e comprensivo di quello del 2015.
A margine del recente incontro con il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte, Trump si era detto pronto a un summit "senza precondizioni" con Rouhani, anche se poi la Casa Bianca ha chiarito che l'incontro sarebbe possibile solo se Teheran interrompesse gli aiuti a Hezbollah, Hamas e Houti, a ritirasse le milizie dalla Siria e rinunciasse a ogni programma balistico o di arricchimento nucleare. Il presidente iraniano ha respinto l'offerta: non ci sarà alcun negoziato - ha detto - fin quando Washington non rispetterà l'accordo del 2015. Anche perché, secondo Rouhani, le sanzioni servono solo a confondere gli elettori americani prima del voto di midterm. Certo, gli ayatollah si rendono conto che l'offensiva trumpiana ha anche uno scopo destabilizzante. Una ipotesi che si fa strada, infatti, anche se viene smentita dalla Casa Bianca, è che la Casa Bianca punti in realtà a un cambiamento al vertice a Teheran, nella speranza che il mix di sanzioni, disoccupazione e crisi economica travolga gli ayatollah e porti, a 40 anni dalla Rivolzione islamica, a un nuovo capitolo delle relazioni Usa-Iran. Ma è un wishful thinking, ovvero un pio desiderio o una speranza mal riposta, dicono gli esperti di affari internazionali. Le sanzioni rischiano infatti di rafforzare la repressione del regime e di risvegliare l'orgoglio dei persiani.
Bruxelles vuole anche attivare il meccanismo del "blocking status" che, in teoria, dovrebbe proteggere le aziende europee da eventuali ritorsioni. Ma il mondo delle imprese non vuole rischiare, perché a novembre ci sarà un nuovo round di sanzioni americane ancor più severe di quelle ora introdotte, anche perché riguarderanno le esportazioni di greggio. Del resto Total, Psa, Renault e Mercedes-Benz hanno già annunciato il loro ritiro dal mercato iraniano. E all'aeroporto di Teheran, proprio prima dell'entrata in vigore delle sanzioni, sono atterrati cinque aerei Atr italo-francesi che, venduti alla Iran Air, rischiavano di essere bloccati.
Anche la Russia, la Cina e l'India (grande importatore di petrolio iraniano) hanno protestato per le sanzioni, ma la Casa Bianca non intende cambiare direzione. Trump è sempre stato ostile all'accordo nucleare, che pure è rispettato dagli iraniani, sposando l'avversione di Israele e Arabia saudita. L'obiettivo del presidente americano è di mettere in ulteriore difficoltà il regime iraniano, già alle prese con una crisi economica e le proteste dei cittadini, per costringerlo a negoziare un nuovo accordo più severo e comprensivo di quello del 2015.
A margine del recente incontro con il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte, Trump si era detto pronto a un summit "senza precondizioni" con Rouhani, anche se poi la Casa Bianca ha chiarito che l'incontro sarebbe possibile solo se Teheran interrompesse gli aiuti a Hezbollah, Hamas e Houti, a ritirasse le milizie dalla Siria e rinunciasse a ogni programma balistico o di arricchimento nucleare. Il presidente iraniano ha respinto l'offerta: non ci sarà alcun negoziato - ha detto - fin quando Washington non rispetterà l'accordo del 2015. Anche perché, secondo Rouhani, le sanzioni servono solo a confondere gli elettori americani prima del voto di midterm. Certo, gli ayatollah si rendono conto che l'offensiva trumpiana ha anche uno scopo destabilizzante. Una ipotesi che si fa strada, infatti, anche se viene smentita dalla Casa Bianca, è che la Casa Bianca punti in realtà a un cambiamento al vertice a Teheran, nella speranza che il mix di sanzioni, disoccupazione e crisi economica travolga gli ayatollah e porti, a 40 anni dalla Rivolzione islamica, a un nuovo capitolo delle relazioni Usa-Iran. Ma è un wishful thinking, ovvero un pio desiderio o una speranza mal riposta, dicono gli esperti di affari internazionali. Le sanzioni rischiano infatti di rafforzare la repressione del regime e di risvegliare l'orgoglio dei persiani.