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La storia di una crisi dalla quale spuntò Trump

In "Lo schianto" lo storico inglese Adam Tooze ricostruisce le vicende che poi hanno portato alla vittoria del presidente americano
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"L'eredità della grande crisi scoppiata dieci anni fa, è Donald Trump. Allora le élite salvarono se stesse, il popolo lo ha capito". Così scrive sul New York magazine Steve Bannon, il guru dell'estrema destra che fu l'influente consigliere di Trump in campagna elettorale e nel primo anno di presidenza. Forse può stupire, ma una conclusione molto simile la raggiunge uno dei più autorevoli studiosi di quella crisi, Adam Tooze, storico inglese che insegna alla Columbia University di New York. Esce in Italia il monumentale studio di Tooze, Lo schianto (Mondadori), e ad oggi non esiste una ricostruzione così completa di quegli eventi. Dei quali continuiamo a pagare le conseguenze. Con Trump e non solo.

Tooze sottolinea che il disastro economico-finanziario iniziato nel 2008 col fallimento di Lehman, ha compromesso forse in modo irrimediabile la credibilità del modello economico neoliberista, e perciò ha a…
"L'eredità della grande crisi scoppiata dieci anni fa, è Donald Trump. Allora le élite salvarono se stesse, il popolo lo ha capito". Così scrive sul New York magazine Steve Bannon, il guru dell'estrema destra che fu l'influente consigliere di Trump in campagna elettorale e nel primo anno di presidenza. Forse può stupire, ma una conclusione molto simile la raggiunge uno dei più autorevoli studiosi di quella crisi, Adam Tooze, storico inglese che insegna alla Columbia University di New York. Esce in Italia il monumentale studio di Tooze, Lo schianto (Mondadori), e ad oggi non esiste una ricostruzione così completa di quegli eventi. Dei quali continuiamo a pagare le conseguenze. Con Trump e non solo.

Tooze sottolinea che il disastro economico-finanziario iniziato nel 2008 col fallimento di Lehman, ha compromesso forse in modo irrimediabile la credibilità del modello economico neoliberista, e perciò ha accentuato in quasi tutto l'Occidente una polarizzazione politica verso le ali estreme. Di questa radicalizzazione anti-sistema, però, la destra ha saputo giovarsi molto meglio della sinistra. Anche perché un bel pezzo di sinistra "moderna" - da Bill Clinton a Tony Blair - si era legata indissolubilmente all'ideologia globalista, all'apertura delle frontiere, alla liberalizzazione degli scambi, e alla deregulation finanziaria. Altra conseguenza durevole dello "schianto", fu la caduta verticale di credibilità degli esperti. Quanti economisti avevano previsto la crisi? Pochissimi, e anche tra quei pochi c'è chi l'aveva profetizzata attribuendola ad altre cause. Se viviamo nell'èra delle fake-news e della post-verità, c'è chi se l'è cercata e se l'è meritata. Peraltro in un celebre incontro fra la regina d'Inghilterra e l'associazione degli economisti britannici, quando Elisabetta osò porre la domanda scomoda, sul perché non avessero visto arrivare la crisi, ricevette una risposta onesta: per conflitto d'interessi. Troppi economisti lavorano - direttamente o indirettamente, anche attraverso i fondi privati alle università - al servizio di quegli stessi potentati finanziari che crearono le premesse del disastro.

Rimanendo sul tema degli effetti politici dello "schianto", pesa il fatto che nella potenza leader del pianeta l'uscita dalla crisi fu governata da un leader di sinistra, Barack Obama. "Dove sono le nuove autostrade, gli ospedali che hai costruito con tutti i soldi delle mie tasse che hai speso?", lo incalza a distanza il solito Bannon. Purtroppo non ci sono. Obama si concentrò sul focolaio che minacciava un contagio sistemico e che avrebbe provocato un disastro superiore alla Grande Depressione degli anni Trenta. In parole povere: salvò le banche. E con esse, salvò i banchieri (non i bancari, licenziati a decine di migliaia in pochi mesi). Circondato e consigliato da tecnici competenti ma conservatori, Obama non riuscì neppure a limitare veramente le scandalose super-paghe dei banchieri. Fece qualcosa per i colletti blu: salvò l'industria automobilistica di Detroit. Il bilancio conclusivo, però, alla fine dei due mandati di Obama, fu che Wall Street si è salvata ma il ceto medio americano ha visto allargarsi le distanze, peggiorare le diseguaglianze. Nuove autostrade e ospedali, zero.

Tooze ha ricostruito in modo esemplare anche il terribile equivoco dell'Europa. I cui dirigenti - tedeschi in testa - finsero di essere "vittime" di una crisi fabbricata in America, mentre erano complici fin dall'inizio. "Tra il 2001 e il 2006 - spiega lo storico - Regno Unito e Francia, Irlanda e Spagna, Grecia, Finlandia, Svezia, Belgio, Danimarca, conobbero delle bolle speculative immobiliari più gravi di quella americana". E in quel settembre 2008 in cui Wall Street cominciava a tremare, il ministro delle Finanze tedesco Peer Steinbruck si ergeva a censore del "pericoloso liberismo americano", fingendo di non sapere che le banche del suo paese erano implicate nella finanza tossica perfino più delle concorrenti Usa. Quando lo "schianto" arrivò a scuotere le fondamenta della costruzione europea, i tedeschi puntarono l'indice accusatore contro le malefatte del popolo greco. E da quel momento una crisi della finanza privata si trasformò in una crisi dei debiti pubblici, distruggendo quel che restava della fiducia tra Stati membri dell'Unione europea.

L'altro grande merito di Tooze è rivelarci quanto lo "schianto" di dieci anni fa finì per avere il risultato opposto a quel che credevano tedeschi e cinesi: rafforzò la centralità del dollaro e l'influenza globale della Federal Reserve. Infatti, proprio perché tante banche europee si erano infilate nella speculazione in dollari e nel gioco sulla finanza tossica, solo la banca centrale degli Stati Uniti aveva la visione e i mezzi per salvarle. Il gioco dei "swap" che Tooze ricostruisce mirabilmente, significa che la Fed mise in campo 4.500 miliardi di aiuti alle altre banche centrali, con la Bce che ne prese la maggior parte. Fu un salvataggio mondiale ma semi-clandestino. Washington non aveva particolare interesse a farsi pubblicità. Già l'onda sovranista dell'opinione pubblica stava salendo, e il metalmeccanico del Midwest era pronto a riecheggiare l'urlo di Bannon-Trump: "4.500 miliardi, e a me cosa è rimasto?"