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Donald Trump parla ai giornalisti nella South Lawn della Casa Bianca (ansa)

American Troll, giornalismo sotto attacco

Fake news, propaganda, manipolazioni, speculazioni finanziarie: così a Austin in Texas gli stati generali dell'informazione fanno il punto sulla crisi della stampa. E lanciano la controffensiva: "Non facciamo il loro gioco"
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AUSTIN (Texas) - "Quando è il presidente in carica a chiamarci nemici del popolo siamo arrivati al fondo. Dobbiamo reagire. Adesso basta". L’appello di Amy Webb, tra i massimi esperti di innovazione tecnologica negli Stati Uniti, raccoglie la standing ovation dei giornalisti a Austin, in Texas, dove nei giorni scorsi si sono riuniti migliaia di operatori dell’informazione digitale per l’annuale conferenza dell’Online News Association. Tempi di emergenza, e di estremi rimedi — se persino colossi come il New York Times o il Washington Post si schierano con scoop politicamente mirati, come l’editoriale dell’anonima “gola profonda” anti-Trump o l’esplosivo libro di Bob Woodward sui veleni della Casa Bianca. La sensazione è che l’industria del giornalismo si trovi in prima linea, isolata ma nello stesso tempo investita di una rinnovata missione per la ricerca della verità. A meno di due mesi da…
AUSTIN (Texas) - "Quando è il presidente in carica a chiamarci nemici del popolo siamo arrivati al fondo. Dobbiamo reagire. Adesso basta". L’appello di Amy Webb, tra i massimi esperti di innovazione tecnologica negli Stati Uniti, raccoglie la standing ovation dei giornalisti a Austin, in Texas, dove nei giorni scorsi si sono riuniti migliaia di operatori dell’informazione digitale per l’annuale conferenza dell’Online News Association. Tempi di emergenza, e di estremi rimedi — se persino colossi come il New York Times o il Washington Post si schierano con scoop politicamente mirati, come l’editoriale dell’anonima “gola profonda” anti-Trump o l’esplosivo libro di Bob Woodward sui veleni della Casa Bianca. La sensazione è che l’industria del giornalismo si trovi in prima linea, isolata ma nello stesso tempo investita di una rinnovata missione per la ricerca della verità. A meno di due mesi dalle elezioni di mid-term negli Stati Uniti, sembra esserci un’unica ossessione: come superare il muro di diffidenza che si sta ergendo tra il pubblico e il giornalismo, difendersi e difendere l’opinione pubblica dagli attacchi organizzati di chi lucra e costruisce fortune politiche sulla disinformazione e come — alla fine — riportare il business del giornalismo su terreni imprenditorialmente sicuri.

L’attacco al giornalismo è specifico e deliberato, ha spiegato Danah Boyd, ricercatrice del centro studi Data&Society, portando a Austin i risultati del suo studio sulla disinformazione, "L'ossigeno dell'amplificazione". Negli ultimi anni, con il culmine nella campagna per elezioni del 2016, si è affinata una macchina di disinformazione coordinata su piattaforme conservatrici e di estrema destra, spesso parallele ai più conosciuti canali di condivisione web, che è riuscita efficacemente a costruire una narrativa parallela in cui i media mainstream (ad eccezione di Fox News) sono tutti accusati di partigianeria liberal. Sono teorie cospirazioniste che "non si basano su prove fattuali - dice Boyd - perché la realtà per loro non conta. Questo rende questa manovra così efficace. I media e le tech companies non hanno modo di provare la propria innocenza". E l'ormai comprovato diluvio di messaggi tossici, costruiti per distorcere il discorso pubblico e diffamare sia gli individui (come è accaduto a Hillary Clinton con la "campagna russa" su Facebook) sia l'intero mondo del giornalismo , rischia di ripetersi in queste elezioni. "Mai i creatori dei social media avrebbero pensato che i loro strumenti di amplificazione sarebbero stati usati come armi per radicalizzare la gente verso posizioni estreme, infiammare il pubblico o servire da veicolo di aggressioni crudeli".
 
Le motivazioni che spingono questi cospiratori ad agire e organizzarsi sono in parte politiche, in parte di profitto: una pubblicità politica pagata su Facebook 16 centesimi può essere vista da oltre centomila persone per la raffinatezza e la precisione con cui vengono selezionati gli utenti a cui viene indirizzata e che contribuiscono a diffonderla. Ma il problema più grosso riguarda la diffusione dei contenuti costruiti come notizie e del tutto falsificati. Uno studio della Hewlett Foundation di prossima pubblicazione indica che il 90% delle fake news in Usa sono state indirizzate e diffuse dall'1% degli utenti, in grande maggioranza maschi bianchi, over 65 anni. "Un pubblico tecnologicamente illetterato e più soggetto a manipolazioni", spiega Joan Donovan, ricercatrice sulla manipolazione dei media di Data&Society.
 
Il business delle "fake news"
Nell'esperienza di Craig Silverman, giornalista di Buzzfeed specializzato nello scoprire e spiegare i meccanismi della disinformazione, le cose stanno cambiando rispetto alla campagna del 2016 che ha portato all'elezione di Trump. "Allora vedevamo materiale falso di propaganda diffuso sui siti, sulle pagine Facebook e sui gruppi conservatori americani, e poi abbiamo scoperto che in Macedonia c'erano dei ragazzi che ne avevano fatto un business. Erano esattamente gli stessi contenuti, mirati a dividere le persone. E questo perché è stato dimostrato che i contenuti più infiammati, rabbiosi e divisivi sono quelli che hanno più successo sui social e dunque potenzialmente più redditizi. Si erano formati dei piccoli business specializzati nel confezionamento di titolazioni incendiarie, che spesso non avevano nulla a che fare con il corpo del testo, e che si replicavano uguali ovunque. Ora Facebook sta cercando di limitare questa diffusione. E se allora un ragazzo in California poteva guadagnare centinaia di migliaia di dollari al mese con la sua pagina "American News" da 5 milioni e mezzo di follower, ora l'ha affittata a un tizio in India per cinquemila dollari al mese. E il tizio in India non è contento di come vanno gli affari e la mollerà presto. Dunque il modello di business è in declino, ma queste pagine sono ancora lì, funzionanti, e avranno un peso nelle elezioni".
 
L'amplificazione dell'odio
Il meccanismo di propagazione della disinformazione si basa anche e in gran parte sull'involontario megafono da parte dei media: "I giornalisti hanno sempre meno accesso alle fonti originali, da dove partono i cicli di disinformazione  - spiega Donovan - Quel che abbiamo visto sorgere nella campagna del 2016 con siti come Breitbart e poi Infowars di Alex Jones è un gioco di propagazione di materiali ideologicamente divisivi e incendiari, principalmente diffusi online e saltuariamente ripresi dai media mainstream. Tipicamente questi cicli partono in occasione di breaking news, ad esempio le sparatorie di massa". L'esperta, che passa ore a scandagliare i siti razzisti e suprematisti, racconta il caso di una recente sparatoria a Jacksonville: "Ho assistito in diretta a un gruppo di troll che si è organizzato su 8Chan (sito dove si posta anonimamente materiale di ogni genere, diventato canale favorito della propaganda di destra e suprematista, ndr) per addossare la responsabilità a un individuo che non c'entrava niente. Hanno cominciato a diffondersi su diverse piattaforme, e a intervenire sugli account dei giornalisti che cercavano informazioni su Twitter, dicendo di essere presenti alla sparatoria, di sapere chi era il colpevole, di poter dare interviste. E alcuni gli hanno dato corda". Quando poi un sito di informazione serio cade nella trappola, loro collezionano i titoli come un trofeo, ci fanno collage e li diffondono online. "Dobbiamo cominciare a riflettere seriamente su come raccogliamo, verifichiamo e diffondiamo notizie in rete. E non ci sono strumenti sufficienti a proteggerci, l'unico modo è rallentare, coordinarsi, prendersi il tempo di verificare. So che ci perderete qualcosa ma in un certo senso vi ritroverete a condurre il gioco dell'informazione".
 
La trappola della parola chiave
"Rallentare", non cedere ai ritmi e alle narrazioni imposti dai nuovi padroni dello "spin" - negli Usa è il caso di Trump - è un'ancora di salvezza. Ma c'è un ampio campo di azione che i giornalisti devono considerare per evitare di fare il gioco dei cospirazionisti. "Innanzi tutto, non diffondere passivamente le parole chiave. Se vedete girare sui social all'improvviso un termine nuovo, particolare, è molto probabile che sia stato messo lì come esca - spiega Boyd - Voi ne scrivete, la gente ne rimarrà incuriosita e andrà a fare ricerche su Google. E lì finirà su siti manipolatori, probabilmente su Youtube, dove con il sistema dei video incatenati gli uni agli altri è molto facile - soprattutto per gli utenti giovanissimi che sono il pubblico del social dei video - propagare materiale falsificato e diffamatorio. Quindi: scrivete pure di un fenomeno, ma fate attenzione a non usare le parole chiave. Ai tempi del Ku Klux Klan nessuno si sarebbe sognato di pubblicare il loro numero di telefono. Perché oggi dobbiamo pubblicare i loro biglietti da visita digitali?". L'obiettivo dei manipolatori "sono i giornalisti, non gli algoritmi". E' grazie ai media, dunque, magari alla loro ingenuità, o avidità e rincorsa della notizia sensazionale, che si diffondono le fake news fabbricate ad arte per essere amplificate. 
 
Un'altra trappola è la creazione dei cosiddetti "crisis actor", ovvero gli attori della crisi. Quando ad esempio il parente di una vittima di una sparatoria di massa viene intervistato, parte una campagna diffamatoria, con manipolazione della sua immagine, per dimostrare che è un finto parente, un attore appunto pagato dai giornali per far leva sulle emozioni, già comparso in altri teatri di crisi. La manipolazione cerca di trascinare a sé le ricerche su Google, i trending topic, e alla fine costringere i giornalisti a negare, a difendere l'autenticità dei loro testimoni, creando un frame di per sé inquinato che depotenzia ogni altro possibile racconto.
 
Il caso italiano
Se negli Usa un tema di disinformazione è la libertà di girare armati, in Italia - ci dice Boyd - il tema dell'immigrazione fa leva sul disagio economico: "Quando hai un alto livello di insicurezza economica vai a cercare qualcuno a cui addossare la colpa e c'è tutta una nuova politica che capitalizza su questo per assumere e mantenere il potere. Il problema per i giornalisti è come affrontare queste paure. Uno dei modi è mettere le persone una di fronte all'altra a parlare. Ricominciare a intrecciare il tessuto sociale mettendosi in un ruolo attivo, tornando nelle comunità. Riportare il tema dell'immigrazione al livello delle persone, delle singole storie, per disinnescare le paure".
 
Il giornalista tra la gente
La necessità di tornare a farsi conoscere e riconoscere dal pubblico, è un punto critico. In un'era di crisi e di tagli, ma anche di distanza "digitale", sono sempre meno le forze impiegabili sul terreno e si è perso il rapporto di prossimità con la comunità che ha sempre garantito la reciproca fiducia tra reporter e pubblico. I dati sulla sfiducia del pubblico sono allarmanti anche perché - secondo una ricerca Gallup-Knight Foundation presentata ad Austin - sono i giovani sotto i 30 anni a mostrarsi più diffidenti verso i media, e a dichiarare di ricavare le proprie informazioni quasi totalmente dai social media e dai siti internet.

Un'emergenza, quella del modello di business, che negli Stati Uniti ha numeri spaventosi, soprattutto per i giornali locali che continuano a passare di proprietà, a finire nelle mani di gruppi speculatori che ne spolpano i beni immobiliari per poi chiudere le redazioni: sono almeno 1800 i giornali locali che hanno chiuso i battenti o sono stati sottoposti a fusioni dal 2004, secondo uno studio della North Carolina University. Negli ultimi 15 anni il 35% dei giornalisti locali ha perso il lavoro, la circolazione dei giornali è calata del 30%. Una perdita non solo di lavoratori nel campo dei media, ma anche per le comunità e le autorità locali: l'aumento del deficit dei consigli comunali è più alto nei luoghi dove ha chiuso il giornale locale, segno che la mancanza di un "osservatorio" diretto danneggia l'efficienza della politica.
 
Gli interventi.
Il mantra è il ritorno al giornalismo come "servizio pubblico", come tale meritevole di interventi straordinari anche non necessariamente legati a un modello di profitto. Alla conferenza dell'Ona, dove è già molto potente la presenza di fondazioni di studio e università come fonti di finanziamento per borse di studio, progetti e prodotti legati al giornalismo, si sono visti alcuni segni di grande vitalità. C'è il modello non profit, come quello del Texas Tribune, giornale online fondato nel 2009 dal venture capitalist John Thornton con un milione di dollari suoi e altri 3 raccolti da investitori, che oggi impiega 50 persone, ha un budget di oltre un milione e mezzo di dollari e oltre tremila donatori. Si finanzia con sottoscrizioni, rapporto diretto con la comunità locale tramite newsletter ed eventi pubblici. Il sito fa parte di un progetto più ambizioso, l'American Journalism Project, che con 50 milioni di investimento filantropico vuole avviare l'attività di una trentina di "community news organizations", giornali senza fini di lucro, in tutto il Paese. Sulla stessa traccia l'iniziativa di Google di Report for America: mille giornalisti in redazioni locali nei prossimi 5 anni, il cui salario sarà pagato per metà dalla fondazione e per metà da donatori privati. E poi ci sono esperimenti più futuristici, legati in gran parte alla tecnologia del blockchain, che permette l'archiviazione, salvataggio, permanenza dei dati (dunque anche di contenuti giornalistici) su piattaforme "decentralizzate" (dunque non legate a un server centrale, ma accessibili ai membri della comunità). Una sorta di "rete alternativa" dove far ripartire il giornalismo. Un esempio è la piattaforma Civil, che il 18 settembre ha avviato la sua campagna di vendita dei "tagliandi" per accedere alla rete di giornali online che si sono finora consorziati, aderendo a un codice di condotta e di standard giornalistici continuamente verificato e verificabile. Dall'iperlocale all'iperglobale, il giornalismo prova a reinventarsi.

Craig Silverman 
Craig Silverman: “Così in Italia tra vaccini e falsi siti i partiti violano la realtà”

dalla nostra inviata RAFFAELLA MENICHINI
AUSTIN (Texas) - Craig Silverman, media editor di Buzzfeed esperto di manipolazione dei media e fake news, è stato il primo, due anni fa, a individuare il legame tra il Movimento 5 Stelle e alcuni siti “indipendenti” che propagavano disinformazione. Gli chiediamo come valuta la fase attuale in Italia.

L’ultimo governo in Italia sta praticando con grande determinazione la disintermediazione: sia Lega che 5Stelle puntano ad allontanare il pubblico dai media, per far passare direttamente il loro messaggio. E’ un trend che riconosce?
"E’ una tendenza globale da parte dei partiti politici: tagliare fuori i media tradizionali dalla conversazione e rivolgersi direttamente al pubblico, ma anche creare un proprio universo mediatico parallelo. La speranza finale è di arrivare al punto di sostituire i media professionali nell’attenzione del pubblico. Non c’è una soluzione precisa a questo ma si può cominciare con l’esporre quel che accade. Quando il Movimento 5 stelle aveva connessioni con una rete di siti di clickbait che diffondevano finta informazione, è stato importante che il pubblico in Italia venisse a sapere che questi siti non erano separati, che c’era una connessione con il partito. Qui negli Stati Uniti, in questa campagna elettorale, stiamo già vedendo fenomeni simili, con candidati che hanno messo su dei siti che non portano il loro nome e non sono ufficialmente legati a loro, e appaiono in tutto e per tutto come siti di informazione, diffondendo false notizie".
 
Questo richiede un cambio di atteggiamento da parte dei giornalisti.
"E’ importante fare questo lavoro di mostrare i collegamenti, indicare quello che non è vero e chiedere conto a chi ne è responsabile. L’altro modo di contrastare questo fenomeno è che i giornalisti tornino ad essere presenti nelle comunità. Il fatto che puntiamo tutto sull’online ci sta facendo perdere di vista l’importanza di essere fisicamente negli incontri, nei luoghi di aggregazione, di far vedere alle persone che siamo esseri umani reali".
 
Uno degli attacchi frontali, oltre all’immigrazione, è quello sui vaccini. Perché pensa che si scelga di fare disinformazione su un tema come questo?
"L’esempio dei vaccini è indicativo di questo tipo di costruzioni. Lo puoi montare dal punto di vista della libera scelta: lo Stato non dovrebbe dirci cosa fare con i nostri bambini. E questo fa sembrare che la gente acquisisca potere sulle proprie scelte. Ma quello che ottengono è il potere di far ammalare, e potenzialmente morire, i propri bambini e altri membri della loro comunità. L’altro potente motore è il fatto che i vaccini riguardano la salute e la sicurezza dei propri figli: nessun genitore vuole sentirsi dire che una cosa può far star male il proprio figlio, e la propaganda sui rischi dei vaccini è molto efficace perché fa leva su questa paura e insieme sulla diffidenza ora generalizzata verso le istituzioni e l’autorità. Di solito si deve arrivare alla prova estrema, la morte e la malattia delle persone, per convincere queste persone della realtà delle loro scelte".
 
Come si può far passare un’informazione scientifica, basata sui dati, in questo clima di false informazioni?
"La strategia dovrebbe essere inserire le informazioni reali, scientifiche, nei canali dove questa disinformazione viene diffusa. Tipicamente chi diffonde queste fake news lo fa affiancandole a notizie vere e col tempo trascinando le persone sul loro fronte. Si deve usare la stessa strategia e andare sulle piattaforme dove questi flussi passano e contrastarli punto per punto, non convincerai tutti subito ma con il passare del tempo questa opera di resistenza potrebbe riportare la gente indietro".
Dan Rather parla ai giornalisti dell'Ona a Austin 

Dan Rather: "La speranza è il nostro fuoco civile"

di DAN RATHER
Il giornalista 87enne, volto storico della tv americana Cbs e autore di reportage celebri dall'assassinio di Kennedy a Dallas alla presidenza Nixon con il Watergate, ha tenuto questo discorso a margine della Conferenza Ona

Forse essere ispirati nel giornalismo non è mai stato così semplice come in questo momento. Stiamo attraversando un periodo pericoloso per gli Stati Uniti e per il mondo. In questi momenti è facile sentirsi sconfortati, ma non è solo il mio ottimismo a farmi dire che noi, l’America, supereremo questo periodo. Potrà persino diventare più duro e oscuro di come è adesso, ma alla fine ne usciremo migliori. Come persone, come paese, come società e anche come giornalisti. Dovreste sentirvi onorati di essere giornalisti in un paese che ha il ruolo e il diritto di informazione incardinati nella Costituzione. E dovremmo essere onorati di poter fare il lavoro che siamo stati ispirati a fare: fare informazione come servizio pubblico per gli americani e per l’umanità in tutto il mondo. Non dovremmo dimenticare che è un privilegio essere al servizio del pubblico.

Chiediamoci perché facciamo questo lavoro. Certo c’è il senso di avventura. Ma per molti di noi è il desiderio di essere parte di qualcosa di più grande di noi, che ha importanza, che conta. Non dimentichiamolo, soprattutto in tempi come questo, di totale frenesia del giornalismo. Non voglio fare il vecchio trombone qui. Ma quando ho cominciato io a fare il giornalista, c’era una deadline, la sera, per il giornale, o una volta a settimana per i magazine. E poi sono andato alla radio e alla tv e magari le scadenze era due al giorno. Poi sono arrivate le tv via cavo e avevamo deadline ogni ora o due. Oggi, dobbiamo lavorare su notizie da diffondere ogni nanosecondo. E ai giornalisti viene richiesto non solo di coprire la loro area di specializzazione, ma di avere un blog, postare su Twitter e Facebook, essere in tv. Questa accelerazione rischia di far dimenticare le basi del giornalismo. Non lasciate che accada. Quel che contava ieri conta oggi e conterà domani.

Non ho idea di dove tutto ciò ci porterà, su quali piattaforme saremo ma ci sarà sempre un pubblico per il giornalismo integro, sul campo, associato a una scrittura chiara. Non troppo tempo fa le televisioni e gran parte dei giornali operavano sì per il profitto, ma per offrire l’informazione come servizio pubblico. E questa è ancora la nostra missione, non dimentichiamocelo. Oggi i reporter si trovano sotto il tiro di attacchi al vetriolo e coordinati, “fake news”, “nemici del popolo!”.  E questa retorica autoritaria sta danneggiando il nostro paese. La gente è divisa, in troppi rimangono in un silenzio complice. Questi attacchi sono la prova che la stampa esercita un controllo sull’abuso di potere. Non è garantito che quel che conosciamo come libertà di stampa continui per sempre, ogni generazione dovrà impegnarsi a mantenerla in vita. Gli storici certo scriveranno volumi su questo periodo di pericoli per la libertà d’espressione e sta a ciascuno di noi far sì che emerga un’informazione libera e indipendente da questo incubo.

Cosa possono fare i giornalisti per difendere le istituzioni - non solo il giornalismo ma la separazione dei poteri, tra l’esecutivo e gli altri poteri? Il problema oggi per i media è economico, ovvero il modello di business con la rivoluzione digitale. E’ una questione che riguarda soprattutto i giornali locali. Come sostenere la spina dorsale del giornalismo, ovvero un robusto giornalismo investigativo, una copertura internazionale completa, una spiegazione approfondita delle questioni complesse come la scienza, un lavoro costante di cronaca anche ai livelli più locali del governo? Sappiamo tutti che con i tagli che ci sono stati i consigli comunali e anche le sedute dei governi statali non vengono più seguite dai giornalisti. Come creare modelli di business sostenibili nell’era digitale, garantire un buon giornalismo che non sia succube della logica dei click? Non ci sono risposte certe ma vi posso dare qualche consiglio. Quando un giornalista che fa un buon lavoro finisce sotto attacco, difendiamolo. C’è bisogno di solidarietà tra di noi. E poi dobbiamo fare in modo che le grandi piattaforme, Facebook, Apple, Google, che fanno profitti stratosferici grazie al lavoro dei giornalisti, condividano parte di questi profitti con la comunità dei media. E poi chi investe nell’informazione deve tornare a intenderla come un servizio pubblico, oltre che come fonte di profitto.
 
Nella mia lunga vita di giornalista al seguito di sindaci, governatori, e presidenti ne ho incontrati alcuni capaci di ispirare davvero, ed erano sempre quelli che hanno un fuoco dentro, da Eisenhower a Kennedy, a Obama: tutti i presidente americani di successo avevano questo fuoco. Se avete il fuoco, il desiderio ardente di fare il giornalismo che conta, di enfatizzare la necessità di una verità oggettiva, ricordatevi: i cuori possono ispirare altri cuori con il fuoco.

Vi lascio dicendovi questo: il Paese e il mondo hanno bisogno del vostro lavoro. Adesso più che mai. Dobbiamo trovare e comunicare quel che sta succedendo, davvero. E in questo ruolo di stabilire i fatti e raccontare la verità, non dovete avere esitazioni o paure, non potete essere sottoposti a intimidazioni o farvi distrarre. Il vostro è un lavoro centrale e nobile.