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(ap)

Ma Putin e Netanyahu non vogliono lo scontro

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Il «dolore» di Benjamin Netanyahu per le vittime russe. La «tragica catena di eventi» citata da Vladimir Putin per spiegare la morte di 15 dei suoi uomini. Se servissero due espressioni per spiegare perché l’abbattimento del velivolo di ricognizione russo ieri non scatenerà una crisi simile a quella che contrappose Russia e Turchia dopo un incidente simile nel 2015, basterebbero le parole usate dai due leader.

In questi due anni, con una progressiva intensificazione negli ultimi mesi, Putin e Netanyahu si sono dimostrati alleati di ferro in Siria: la condivisione di interessi, dimostrata dai numerosi viaggi a Mosca del premier israeliano, è stato uno degli assi principali intorno a cui ha ruotato la crisi. La pressione di Mosca ha costretto Iran e Hezbollah a retrocedere dal confine sud della Siria, quello più vicino a Israele, e disinnescato la tensione provocata dall’abbattimento di un velivolo israeliano da parte dell…
Il «dolore» di Benjamin Netanyahu per le vittime russe. La «tragica catena di eventi» citata da Vladimir Putin per spiegare la morte di 15 dei suoi uomini. Se servissero due espressioni per spiegare perché l’abbattimento del velivolo di ricognizione russo ieri non scatenerà una crisi simile a quella che contrappose Russia e Turchia dopo un incidente simile nel 2015, basterebbero le parole usate dai due leader.

In questi due anni, con una progressiva intensificazione negli ultimi mesi, Putin e Netanyahu si sono dimostrati alleati di ferro in Siria: la condivisione di interessi, dimostrata dai numerosi viaggi a Mosca del premier israeliano, è stato uno degli assi principali intorno a cui ha ruotato la crisi. La pressione di Mosca ha costretto Iran e Hezbollah a retrocedere dal confine sud della Siria, quello più vicino a Israele, e disinnescato la tensione provocata dall’abbattimento di un velivolo israeliano da parte della contraerea siriana a febbraio.

Non solo: da anni Mosca chiude gli occhi di fronte alle incursioni degli aerei con la stella di David — almeno 200 secondo le analisi — in territorio siriano: scopo delle operazioni, secondo Netanyahu, distruggere armi destinate agli Hezbollah libanesi. Israele da parte sua non colpisce mai senza prima avvertire i russi.
Un meccanismo rodato che difficilmente subirà modifiche profonde, nonostante le accuse lanciate dal ministero della Difesa russo agli israeliani, ritenuti responsabili della morte dei 15 uomini, nonostante il missile che ha abbattuto l’areo sia stato lanciato dai siriani.

La realtà è che Netanyahu e Putin hanno troppo bisogno l’uno dell’altro: il primo per contenere l’arcinemico iraniano, il secondo per garantire e trasmettere all’esterno l’immagine di nuovo artefice dei destini del Medio Oriente costruita negli ultimi anni. «La fiducia fra i militari potrà subire un colpo, ma i due Paesi hanno troppi interessi comuni nell’area per metterli in discussione», sintetizza l’analista russo Andrei Kortunov.

Piuttosto quello che potrebbe cambiare è la totale libertà di azione che Israele si è concessa finora nei cieli siriani. Ieri i caccia avevano puntato un obiettivo non lontano da Latakia, sede della principale base russa nella regione. Scelta anomala, proprio perché gli israeliani finora erano rimasti alla larga il più possibile dalle zone ad alta presenza russa: quale obiettivo giustificava il rischio? E simili target potranno ancora essere perseguiti ora? Domande che ieri sera campeggiavano sulla stampa israeliana.