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Renée Zellweger interpreta Bridget Jones  

Bridget Jones ritorna dalla parte delle donne

Il personaggio rivive in un capitolo extra scritto da Helen Fielding. E ora appare in un libro dedicato al femminismo dopo il #MeToo
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"Ma che cosa ho sopportato, senza sapere che avevo il diritto di non sopportarlo?". Comincia così quello che si potrebbe definire un nuovo capitolo del Diario di Bridget Jones, il bestseller seriale di Helen Fielding da cui sono stati tratti altrettanti film diventati un cult. Solo che questo non è un sequel, casomai un flashback. E non è un romanzo, sebbene ne abbia la forma letteraria, bensì un saggio, parte di un libro intitolato Feminists don't wear pink - and other lies ("Le femministe non si vestono di rosa - e altre balle"), curato da Scarlett Curtis, direttrice dell'inserto Style del Sunday Times. Un volume sui diritti e le lotte delle donne nell'era del #MeToo, con 52 contributi tra cui le attrici Keira Knightley, Saoirse Ronan, Emma Watson, la cofondatrice di Black Lives Matter Alicia Garza, la fondatrice di MuslimGirls Amani Al-Khatahbeth, l'attivista per le campagne contro gli abusi sessuali Trisha Shetty.

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"Ma che cosa ho sopportato, senza sapere che avevo il diritto di non sopportarlo?". Comincia così quello che si potrebbe definire un nuovo capitolo del Diario di Bridget Jones, il bestseller seriale di Helen Fielding da cui sono stati tratti altrettanti film diventati un cult. Solo che questo non è un sequel, casomai un flashback. E non è un romanzo, sebbene ne abbia la forma letteraria, bensì un saggio, parte di un libro intitolato Feminists don't wear pink - and other lies ("Le femministe non si vestono di rosa - e altre balle"), curato da Scarlett Curtis, direttrice dell'inserto Style del Sunday Times. Un volume sui diritti e le lotte delle donne nell'era del #MeToo, con 52 contributi tra cui le attrici Keira Knightley, Saoirse Ronan, Emma Watson, la cofondatrice di Black Lives Matter Alicia Garza, la fondatrice di MuslimGirls Amani Al-Khatahbeth, l'attivista per le campagne contro gli abusi sessuali Trisha Shetty.

E poi, appunto, la creatrice del personaggio impersonato sul grande schermo da Renée Zellweger. Il cui racconto, una riflessione sui comportamenti della sua eroina, rivisti alla luce della maggiore consapevolezza odierna, viene in parte anticipato dal Sunday Times di Londra. Bridget Jones nacque in un'epoca differente: nel 1995, in una rubrica di Helen Fielding sul quotidiano Independent, in principio nemmeno firmata, tanto che il suo "diario" sembrava scritto da una persona reale. Poi è diventato un libro, un film e un termine proverbiale per descrivere una single di poco più di trent'anni in una grande città come Londra che cerca di dare un senso alla vita tra carriera e amore con l'aiuto di una "famiglia urbana surrogata" di amici. Inizialmente era una presa in giro delle giovani donne ossessionate da riviste femminili come Cosmopolitan e dalla ricerca del partner giusto (il seduttore Hugh Grant o il bravo ragazzo Colin Firth, nella trasposizione cinematografica). Nel capitolo pubblicato in Feminists don't wear pink, Fielding/Bridget è a casa con figli e marito, rilegge vecchie pagine del suo diario, inorridisce di fronte a vecchi pregiudizi ("per una donna di 40 anni è statisticamente più probabile essere derubata che trovare marito") e si confronta con le previsioni dii due decenni or sono: "Oggi i maschi ci maltrattano perché siamo una generazione di pioniere ma fra vent'anni li terremo in appositi canili". Vent'anni sono passati, osserva Bridget, "i maschi non sono tenuti in canili, ma tutto è cambiato e non cambiato al tempo stesso".