Effetto Kavanaugh e #MeToo, Warren vuole sfidare Trump
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINILa senatrice liberal fa un passo avanti verso le elezioni 2020 per la Casa Bianca: “Ho visto l’audizione del giudice e uomini potenti aiutare un uomo potente, ora una donna al vertice”
NEW YORK - «Ho guardato l’audizione del giudice Kavanaugh per la Corte suprema, ho visto uomini potenti che aiutano un uomo potente a diventarlo ancora di più. Mi sono detta: è ora che le donne vadano a Washington a risanare la nostre istituzioni malate. Questo include una donna al vertice». Così Elizabeth Warren ha rotto gli indugi, preannunciando la sua candidatura alla nomination democratica per la Casa Bianca nel 2020. Non è ancora una discesa in campo formale, solo perché la Warren deve prima farsi rieleggere al Senato, il 6 novembre. Ma è quasi certo che vincerà un nuovo mandato, nello Stato progressista del Massachussetts che fu il bastione della famiglia Kennedy. La Warren sarebbe la prima candidata alla nomination presidenziale a cavalcare il movimento #MeToo, la rivolta delle donne contro le molestie sessuali. Potrebbe non essere l’unica, tra le potenziali rivali c’è la senatrice dell…
NEW YORK - «Ho guardato l’audizione del giudice Kavanaugh per la Corte suprema, ho visto uomini potenti che aiutano un uomo potente a diventarlo ancora di più. Mi sono detta: è ora che le donne vadano a Washington a risanare la nostre istituzioni malate. Questo include una donna al vertice». Così Elizabeth Warren ha rotto gli indugi, preannunciando la sua candidatura alla nomination democratica per la Casa Bianca nel 2020. Non è ancora una discesa in campo formale, solo perché la Warren deve prima farsi rieleggere al Senato, il 6 novembre. Ma è quasi certo che vincerà un nuovo mandato, nello Stato progressista del Massachussetts che fu il bastione della famiglia Kennedy. La Warren sarebbe la prima candidata alla nomination presidenziale a cavalcare il movimento #MeToo, la rivolta delle donne contro le molestie sessuali. Potrebbe non essere l’unica, tra le potenziali rivali c’è la senatrice della California Kamala Harris, molto più giovane (la Warren a 69 anni è quasi coetanea di Hillary Clinton).
La candidatura della Warren unirebbe diverse correnti di rinnovamento del partito democratico. Prima ancora del femminismo, la sua storia è legata al movimento Occupy Wall Street che contestava le diseguaglianze e i danni sociali della crisi. Giurista di Harvard, fu la paladina delle riforme contro la speculazione finanziaria, nemica giurata della lobby bancaria. Per le sue posizioni radicali sull’economia è l’erede ideale di Bernie Sanders, anche se nel 2016 lei preferì appoggiare la Clinton. Donald Trump l’ha sempre considerata una potenziale rivale, al punto da incollarle il nomignolo “Pocahontas”: un’allusione beffarda al fatto che la Warren avrebbe sfruttato una lontana discendenza da nativi americani per un accesso agevolato all’università.
«Subito dopo l’elezione del 6 novembre, rifletterò seriamente alla possibilità di correre per la Casa Bianca. Possiamo dare una sterzata a questo paese». Toccherebbe a lei rilanciare la sfida di Hillary, rompere “il soffitto di cristallo”, metafora sulla barriera invisibile che preclude alle donne la presidenza degli Stati Uniti. L’ala sinistra del partito è pronta a mobilitarsi e si sta convincendo che il voto femminile potrebbe essere galvanizzato da #MeToo. Quel voto tradì Hillary: nel 2016 la maggioranza delle donne bianche preferì Trump nonostante gli scandali sessuali che lo circondano.
La sorpresa delle donne pro-Trump nel 2016 deve consigliare prudenza. I media progressisti hanno celebrato troppe “rivoluzioni decisive”, che poi hanno avuto vita breve e non hanno spostato gli equilibri nel paese. Occupy Wall Street durò poco e il populismo economico favorì la destra. #BlackLivesMatter che denuncia gli abusi della polizia contro i neri, non ha avuto alcuna incidenza politica finora; lo stesso forse sta accadendo al movimento dei giovani contro le armi.
“La battaglia su Kavanaugh mostra la forza, e i limiti, di #MeToo”. Il titolo del New York Times in prima restituisce l’ambiguità con cui l’America sta vivendo questa vicenda. Tutto il movimento #MeToo esprime la sua influenza all’interno della cultura e dei media di sinistra, mentre l’America conservatrice è rimasta poco coinvolta e ancor meno convinta. Metà del paese interpreta la battaglia contro Kavanaugh come l’ennesimo capitolo di una resa dei conti infinita, che risale almeno all’era Clinton-Lewinski, in cui la morale è usata come una clava contro l’avversario politico di turno. Un passaggio-chiave dell’autodifesa di Kavanaugh al Senato è stato quando ha denunciato “la sete di vendetta dei Clinton” (il giudice lavorò al fianco di Kenneth Starr, inquirente nel procedimento d’impeachment contro Bill Clinton).
Tutto questo può avere un effetto sorprendente sul voto. L’arringa auto-difensiva di Kavanaugh è stata una chiamata a raccolta dell’elettorato repubblicano. Il controllo della Corte suprema è uno dei temi più capaci di mobilitare la base della destra. Già sono tornati in campo i protestanti evangelici, che sostengono Kavanaugh in quanto anti-abortista. Potrebbe essere proprio lui a “salvare” in extremis il controllo del Senato per i repubblicani, anche se la Camera andrà ai democratici.
La candidatura della Warren unirebbe diverse correnti di rinnovamento del partito democratico. Prima ancora del femminismo, la sua storia è legata al movimento Occupy Wall Street che contestava le diseguaglianze e i danni sociali della crisi. Giurista di Harvard, fu la paladina delle riforme contro la speculazione finanziaria, nemica giurata della lobby bancaria. Per le sue posizioni radicali sull’economia è l’erede ideale di Bernie Sanders, anche se nel 2016 lei preferì appoggiare la Clinton. Donald Trump l’ha sempre considerata una potenziale rivale, al punto da incollarle il nomignolo “Pocahontas”: un’allusione beffarda al fatto che la Warren avrebbe sfruttato una lontana discendenza da nativi americani per un accesso agevolato all’università.
«Subito dopo l’elezione del 6 novembre, rifletterò seriamente alla possibilità di correre per la Casa Bianca. Possiamo dare una sterzata a questo paese». Toccherebbe a lei rilanciare la sfida di Hillary, rompere “il soffitto di cristallo”, metafora sulla barriera invisibile che preclude alle donne la presidenza degli Stati Uniti. L’ala sinistra del partito è pronta a mobilitarsi e si sta convincendo che il voto femminile potrebbe essere galvanizzato da #MeToo. Quel voto tradì Hillary: nel 2016 la maggioranza delle donne bianche preferì Trump nonostante gli scandali sessuali che lo circondano.
La sorpresa delle donne pro-Trump nel 2016 deve consigliare prudenza. I media progressisti hanno celebrato troppe “rivoluzioni decisive”, che poi hanno avuto vita breve e non hanno spostato gli equilibri nel paese. Occupy Wall Street durò poco e il populismo economico favorì la destra. #BlackLivesMatter che denuncia gli abusi della polizia contro i neri, non ha avuto alcuna incidenza politica finora; lo stesso forse sta accadendo al movimento dei giovani contro le armi.
“La battaglia su Kavanaugh mostra la forza, e i limiti, di #MeToo”. Il titolo del New York Times in prima restituisce l’ambiguità con cui l’America sta vivendo questa vicenda. Tutto il movimento #MeToo esprime la sua influenza all’interno della cultura e dei media di sinistra, mentre l’America conservatrice è rimasta poco coinvolta e ancor meno convinta. Metà del paese interpreta la battaglia contro Kavanaugh come l’ennesimo capitolo di una resa dei conti infinita, che risale almeno all’era Clinton-Lewinski, in cui la morale è usata come una clava contro l’avversario politico di turno. Un passaggio-chiave dell’autodifesa di Kavanaugh al Senato è stato quando ha denunciato “la sete di vendetta dei Clinton” (il giudice lavorò al fianco di Kenneth Starr, inquirente nel procedimento d’impeachment contro Bill Clinton).
Tutto questo può avere un effetto sorprendente sul voto. L’arringa auto-difensiva di Kavanaugh è stata una chiamata a raccolta dell’elettorato repubblicano. Il controllo della Corte suprema è uno dei temi più capaci di mobilitare la base della destra. Già sono tornati in campo i protestanti evangelici, che sostengono Kavanaugh in quanto anti-abortista. Potrebbe essere proprio lui a “salvare” in extremis il controllo del Senato per i repubblicani, anche se la Camera andrà ai democratici.