Il grido di un profugo dal muro australiano
Francesca Caferri , di Francesca CaferriIl professore di filosofia Omid Tofighian ha raccolto il racconto di Behrouz Boochani recluso a Manus, isola prigione in Papua-Nuova Guinea. Il libro fa luce sui metodi adottati contro chi cerca di entrare nel Paese
Un autore rinchiuso nell’isola prigione in un angolo remoto di mondo, un luogo dove non arrivano giornali né troupe televisive a raccontare quello che accade. Un professore universitario che divide il suo tempo fra Sidney e il Cairo e che si è dato una missione: far conoscere al mondo il dramma dei migranti e lavorare per migliorare le loro condizioni di vita. Un rapporto che nasce seguendo lo stile dei tempi, con un contatto via social network che si trasforma poi in un’amicizia segnata dagli audio e dai messaggi di Whatsapp: e che infine sfocia in una delle forme di comunicazione più antiche, un libro.
È questa, in poche righe, la storia di No friend but the mountains: writings from Manus prison, (Nessun amico se non le montagne: scritti dalla prigione di Manus), opera a quattro mani scritta da Behrouz Boochani, migrante che dall’Iran avrebbe voluto raggiungere l’Australia, ma prima ancora giornalista e poeta curdo di nazionalit&a…
È questa, in poche righe, la storia di No friend but the mountains: writings from Manus prison, (Nessun amico se non le montagne: scritti dalla prigione di Manus), opera a quattro mani scritta da Behrouz Boochani, migrante che dall’Iran avrebbe voluto raggiungere l’Australia, ma prima ancora giornalista e poeta curdo di nazionalit&a…
Un autore rinchiuso nell’isola prigione in un angolo remoto di mondo, un luogo dove non arrivano giornali né troupe televisive a raccontare quello che accade. Un professore universitario che divide il suo tempo fra Sidney e il Cairo e che si è dato una missione: far conoscere al mondo il dramma dei migranti e lavorare per migliorare le loro condizioni di vita. Un rapporto che nasce seguendo lo stile dei tempi, con un contatto via social network che si trasforma poi in un’amicizia segnata dagli audio e dai messaggi di Whatsapp: e che infine sfocia in una delle forme di comunicazione più antiche, un libro.
È questa, in poche righe, la storia di No friend but the mountains: writings from Manus prison, (Nessun amico se non le montagne: scritti dalla prigione di Manus), opera a quattro mani scritta da Behrouz Boochani, migrante che dall’Iran avrebbe voluto raggiungere l’Australia, ma prima ancora giornalista e poeta curdo di nazionalità irachena, e di Omid Tofighian, professore di filosofia dell’università di Sidney. Uscito qualche mese fa per Pan Macmillan — Picador, è diventato un caso editoriale nel mondo di lingua anglosassone e ha contribuito ad accendere i riflettori sull’isola-carcere di Manus, luogo sperduto nell’arcipelago della Nuova Papa Guinea dove l’Australia rinchiude i rifugiati che tentano di raggiungere il Paese.
Il libro è la trascrizione dei messaggi, dei racconti e delle riflessioni che il giornalista-profugo ha inviato per anni all’amico accademico e ha fatto guadagnare a Boochani il premio giornalistico Anna Politkovskaja, voluto dalla rivista Internazionale per ricordare la giornalista russa uccisa a Mosca. Oggi alla consegna, in occasione dell’apertura del festival di Internazionale a Ferrara, Boochani non potrà essere presente. A ricevere il riconoscimento ci sarà al suo posto Tofighian: spetterà a lui pronunciare il discorso di apertura dell’evento in nome di quello che definisce «un pensatore e uno scrittore eccezionale».
«Siamo entrati in contatto per la prima volta nel febbraio 2016», racconta Tofighian, «Behrouz aveva accesso a Internet tramite il suo cellulare, io avevo letto un suo post su Facebook e gli ho mandato un messaggio: così abbiamo cominciato a parlare di come rendere pubblico il sistema di detenzione a cui l’Australia sottopone i rifugiati. Mi ha chiesto di aiutarlo a tradurre quello che scriveva in inglese…e così è nato tutto». Nel giro di qualche mese l’intervento di Tofighian, con la sua capacità di tradurre in inglese i pensieri che Boochani scriveva in farsi, ha portato la vicenda del giornalista curdo e dei suoi compagni di detenzione all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: ed è arrivata la proposta del libro.
«Behrouz è uno scrittore», prosegue il suo traduttore, «aveva già scritto racconti prima di dedicarsi al giornalismo in Iran. Ha iniziato a scrivere appena arrivato a Manus: quando abbiamo cominciato a lavorare sul libro, di fatto aveva già dei capitoli in bozza. Poi sono arrivato io, e il lavoro di scrittura si è intensificato». Così, per mesi, i due si sono scambiati messaggi audio, testi brevi o lunghi via Whatsapp: direttamente o tramite un’amica di Boochani, anche lei traduttrice. «Mi inviava file Pdf», ricorda Tofighian, «non c’erano né capoversi né capitoli: facevo l’editing e la formattazione. Spesso Behrouz mi mandava aggiunte e discutevamo insieme possibili cambiamenti. Ogni settimana incontravo amici curdi e leggevo loro il lavoro per discutere dei termini e dei passaggi più complicati. Alla fine, nel 2017, fui in grado di raggiungere Behrouz sull’isola per qualche giorno e finalmente riuscimmo a lavorare insieme sul libro».
Da lì in avanti, nonostante i numerosi sequestri del cellulare di Behrouz e le tante minacce che le guardie dell’isola gli rivolgevano, il libro ha preso forma ed è diventato il successo che è oggi. Il racconto delle torture fisiche e psicologiche subite dai profughi, il crudo resoconto della morte di tanti reclusi, il dolore di un’umanità a cui è negata un’esistenza degna. Testi e pensieri che hanno varcato i confini di Stati e nazioni, con il paradosso di un autore che non ha potuto accompagnarle, perché da cinque anni la sua vita è congelata a Manus: «La sua vita è molto difficile», spiega Tofighian, «è stato spostato dalla prigione originaria ma non può muoversi dall’isola. Non sa quale sarà il suo futuro e intorno a lui non c’è nessun tipo di aiuto per i tanti bloccati come lui: persone che soffrono di problemi fisici, psicologici ed emotivi a causa della situazione. Il libro lo ha reso più forte: vuole che quanta più gente possibile sappia quello che accade ai rifugiati. La sua situazione forse non cambierà ma almeno avrà creato un’eredità intellettuale: e fatto sentire la sua voce in un modo che nessuno fino ad oggi aveva mai fatto».
È questa, in poche righe, la storia di No friend but the mountains: writings from Manus prison, (Nessun amico se non le montagne: scritti dalla prigione di Manus), opera a quattro mani scritta da Behrouz Boochani, migrante che dall’Iran avrebbe voluto raggiungere l’Australia, ma prima ancora giornalista e poeta curdo di nazionalità irachena, e di Omid Tofighian, professore di filosofia dell’università di Sidney. Uscito qualche mese fa per Pan Macmillan — Picador, è diventato un caso editoriale nel mondo di lingua anglosassone e ha contribuito ad accendere i riflettori sull’isola-carcere di Manus, luogo sperduto nell’arcipelago della Nuova Papa Guinea dove l’Australia rinchiude i rifugiati che tentano di raggiungere il Paese.
Il libro è la trascrizione dei messaggi, dei racconti e delle riflessioni che il giornalista-profugo ha inviato per anni all’amico accademico e ha fatto guadagnare a Boochani il premio giornalistico Anna Politkovskaja, voluto dalla rivista Internazionale per ricordare la giornalista russa uccisa a Mosca. Oggi alla consegna, in occasione dell’apertura del festival di Internazionale a Ferrara, Boochani non potrà essere presente. A ricevere il riconoscimento ci sarà al suo posto Tofighian: spetterà a lui pronunciare il discorso di apertura dell’evento in nome di quello che definisce «un pensatore e uno scrittore eccezionale».
«Siamo entrati in contatto per la prima volta nel febbraio 2016», racconta Tofighian, «Behrouz aveva accesso a Internet tramite il suo cellulare, io avevo letto un suo post su Facebook e gli ho mandato un messaggio: così abbiamo cominciato a parlare di come rendere pubblico il sistema di detenzione a cui l’Australia sottopone i rifugiati. Mi ha chiesto di aiutarlo a tradurre quello che scriveva in inglese…e così è nato tutto». Nel giro di qualche mese l’intervento di Tofighian, con la sua capacità di tradurre in inglese i pensieri che Boochani scriveva in farsi, ha portato la vicenda del giornalista curdo e dei suoi compagni di detenzione all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: ed è arrivata la proposta del libro.
«Behrouz è uno scrittore», prosegue il suo traduttore, «aveva già scritto racconti prima di dedicarsi al giornalismo in Iran. Ha iniziato a scrivere appena arrivato a Manus: quando abbiamo cominciato a lavorare sul libro, di fatto aveva già dei capitoli in bozza. Poi sono arrivato io, e il lavoro di scrittura si è intensificato». Così, per mesi, i due si sono scambiati messaggi audio, testi brevi o lunghi via Whatsapp: direttamente o tramite un’amica di Boochani, anche lei traduttrice. «Mi inviava file Pdf», ricorda Tofighian, «non c’erano né capoversi né capitoli: facevo l’editing e la formattazione. Spesso Behrouz mi mandava aggiunte e discutevamo insieme possibili cambiamenti. Ogni settimana incontravo amici curdi e leggevo loro il lavoro per discutere dei termini e dei passaggi più complicati. Alla fine, nel 2017, fui in grado di raggiungere Behrouz sull’isola per qualche giorno e finalmente riuscimmo a lavorare insieme sul libro».
Da lì in avanti, nonostante i numerosi sequestri del cellulare di Behrouz e le tante minacce che le guardie dell’isola gli rivolgevano, il libro ha preso forma ed è diventato il successo che è oggi. Il racconto delle torture fisiche e psicologiche subite dai profughi, il crudo resoconto della morte di tanti reclusi, il dolore di un’umanità a cui è negata un’esistenza degna. Testi e pensieri che hanno varcato i confini di Stati e nazioni, con il paradosso di un autore che non ha potuto accompagnarle, perché da cinque anni la sua vita è congelata a Manus: «La sua vita è molto difficile», spiega Tofighian, «è stato spostato dalla prigione originaria ma non può muoversi dall’isola. Non sa quale sarà il suo futuro e intorno a lui non c’è nessun tipo di aiuto per i tanti bloccati come lui: persone che soffrono di problemi fisici, psicologici ed emotivi a causa della situazione. Il libro lo ha reso più forte: vuole che quanta più gente possibile sappia quello che accade ai rifugiati. La sua situazione forse non cambierà ma almeno avrà creato un’eredità intellettuale: e fatto sentire la sua voce in un modo che nessuno fino ad oggi aveva mai fatto».