Il coraggio di Macron, l’eroe solitario del fronte europeista
Bernardo Valli , di Bernardo ValliIl voto di primavera sarà decisivo. L’Unione lotterà per la propria sopravvivenza. Benché impopolare in patria, il leader francese è il capofila dei sostenitori di una società aperta
PARIGI. Nonostante perda ministri e consensi in patria e scarseggi di seguaci in Europa, Emmanuel Macron, è il principale punto di riferimento per coloro che sono in favore di un rilancio del processo di integrazione dei ventisette Paesi appartenenti all’Unione. Autoproclamatosi “progressista”, il presidente liberale francese si oppone apertamente al fronte di cui Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, è l’eroe “illiberale”, sovranista e anti-immigranti. Le ostilità tra i due campi danno un’impronta precisa alle elezioni europee del maggio prossimo. Il conflitto è stato dichiarato apertamente in agosto. Ricevendo il primo ministro ungherese, Matteo Salvini ha definito in quell’occasione Emmanuel Macron come il capo del partito pro-migranti, e così l’ha indicato come il suo principale avversario in vista del voto della primavera ’19. Il presidente francese non ha tardato a reagire:…
PARIGI. Nonostante perda ministri e consensi in patria e scarseggi di seguaci in Europa, Emmanuel Macron, è il principale punto di riferimento per coloro che sono in favore di un rilancio del processo di integrazione dei ventisette Paesi appartenenti all’Unione. Autoproclamatosi “progressista”, il presidente liberale francese si oppone apertamente al fronte di cui Viktor Orbán, il primo ministro ungherese, è l’eroe “illiberale”, sovranista e anti-immigranti. Le ostilità tra i due campi danno un’impronta precisa alle elezioni europee del maggio prossimo. Il conflitto è stato dichiarato apertamente in agosto. Ricevendo il primo ministro ungherese, Matteo Salvini ha definito in quell’occasione Emmanuel Macron come il capo del partito pro-migranti, e così l’ha indicato come il suo principale avversario in vista del voto della primavera ’19. Il presidente francese non ha tardato a reagire: se mi vedono come il loro principale oppositore hanno ragione.
Infatti lui vorrebbe varare nuove iniziative comunitarie. Le sue ambizioni per l’Europa, elencate un anno fa in un discorso alla Sorbona, sono numerose: un bilancio per l’eurozona; convergenza fiscale e sociale; una difesa comune; la gestione dell’asilo ai migranti; una tassa sulle transazioni finanziarie; integrazione fiscale dei mercati francese e tedesco come esempio per il resto del continente; la cessazione delle sovvenzioni ai paesi che non rispettano lo stato di diritto. Appunto come l’Ungheria di Orbán. Il quale vuole invece ridurre l’Europa a un’organizzazione intergovernativa incaricata di garantire la libertà di circolazione, di chiudere le frontiere ai migranti e di versare i fondi strutturali. Per realizzare i progetti — da un lato la castrazione dell’Unione secondo Orbán dall’altro la sua espansione secondo Macron — è necessario avere il maggior numero di eurodeputati. Il voto di primavera sarà dunque decisivo per l’Europa, che deve lottare per la propria sopravvivenza.
Il divario crescente tra i paesi occidentali e quelli centro — orientali accentua le incomprensioni e i rancori. Ma lo scontro tra euroscettici ed europeisti è aspro anche all’interno di tutte le società. A Ovest come a Est. La divisione tra i due fronti non è netta. L’Italia della Lega e di Cinque stelle è un esempio. L’alleato più vistoso dell’ungherese Orbán è Matteo Salvini. Le elezioni europee di primavera più che un confronto destra-sinistra, tra conservatori e socialdemocratici, sarà uno scontro tra euroscettici ed europeisti. Da un lato i sostenitori di una chiusura identitaria, dall’altro quelli di una società aperta.
Il conflitto è dichiarato e il capo fila degli europeisti è Emmanuel Macron, malgrado la sua impopolarità in patria e nonostante non possa più contare sull’aperto e indispensabile sostegno di Angela Merkel. La quale, al suo quarto mandato, vive tempi agitati, stenta a tenere le redini del governo, e la sua libertà d’azione come cancelliere non è più quella di una volta. Il suo eccezionale prestigio si è logorato. Tra i suoi stessi ministri non mancano gli ammiratori di Orbán. Le istituzioni della Quinta Repubblica danno al presidente francese la possibilità di affrontare nel corso del mandato di cinque anni un’impopolarità che nei sistemi parlamentari sarebbe difficile da affrontare. Egli non dipende da palazzo Borbone, sede della Camera dei deputati, mentre Merkel respira col Bundenstag. Cosi l’asse franco-tedesca si è annebbiato nell’Europa populista e nazionalista.
L’impopolarità di Emmanuel Macron (soltanto tre francesi su dieci si dichiarano soddisfatti del presidente), secondo i sondaggi sarebbe dovuto alla stagnazione del potere d’acquisto ma anche al suo stile, che molti trovano altezzoso, Distante dalla gente. Le riforme che ha fatto sono state giudicate “in favore dei ricchi”. Ha ritoccato quel labirinto che era il codice del lavoro. Ha abolito lo statuto speciale dei ferrovieri delle ferrovie, che per i suoi predecessori era una fortezza inespugnabile, la cui esistenza influiva sul mondo sindacale. Ha soppresso alcune tasse e facilitato l’apprendistato dei giovani. Ha anche definito il francese “resistente ai cambiamenti”, e gli è capitato di definirlo “pigro”.
Al quarantenne Macron non è mancato il coraggio, e forse questo coraggio ha contribuito ad accorciare la luna di miele concessa ai neoeletti alla presidenza nella Quinta Repubblica. Durante una visita in Algeria, prima della sua elezione, ha definito il colonialismo un crimine contro l’umanità, e più tardi, da presidente, ha ammesso che l’esercito francese durante la guerra in Algeria applicava la tortura. Ed è stato riconosciuto che un giovane militante contro quella guerra, Maurice Audin, morì nel 1957 in seguito al trattamento subito come prigioniero dei militari. Il riconoscimento di alcune pagine non edificanti della storia patria da parte delle massime autorità della Repubblica provoca sempre reazioni contrastanti. A chi si dichiara soddisfatto perché infine diventa ufficiale la verità si oppone chi giudica quella verità offensiva, anti-patriottica. Il collaborazionismo durante l’occupazione tedesca e il colonialismo sono sempre stati temi scottanti. Emmanuel Macron ha seguito l’esempio di Jacques Chirac che nel 1995 riconobbe la responsabilità francese per il rastrellamento del “Vel d’hiv”, che portò nel 1942 all’arresto degli ebrei poi finiti nei campi di sterminio. I francesi consegnarono gli ebrei francesi ai tedeschi.
Nessun presidente, nel passato mezzo secolo, prima di Chirac, aveva osato tanto. Il giovane, altezzoso, Emmanuel Macron sa essere audace. Tutti i paesi tendono a nascondere alcuni capitoli non esemplari della loro storia. Accettare ufficialmente la verità scomoda è un atto di dignità. Anche quando affianca la bandiera europea al tricolore, come ha fatto durante la campagna elettorale e continua a fare, Macron urta molti potenziali elettori euroscettici. E li dissuade da dargli il loro consenso quando predice un’Europa più integrata. Questo comportamento fa di lui il leader del fronte europeista. Il più autorevole. La sua ribalta, la Francia, è prestigiosa, ma è anche in larga parte euroscettica.
Infatti lui vorrebbe varare nuove iniziative comunitarie. Le sue ambizioni per l’Europa, elencate un anno fa in un discorso alla Sorbona, sono numerose: un bilancio per l’eurozona; convergenza fiscale e sociale; una difesa comune; la gestione dell’asilo ai migranti; una tassa sulle transazioni finanziarie; integrazione fiscale dei mercati francese e tedesco come esempio per il resto del continente; la cessazione delle sovvenzioni ai paesi che non rispettano lo stato di diritto. Appunto come l’Ungheria di Orbán. Il quale vuole invece ridurre l’Europa a un’organizzazione intergovernativa incaricata di garantire la libertà di circolazione, di chiudere le frontiere ai migranti e di versare i fondi strutturali. Per realizzare i progetti — da un lato la castrazione dell’Unione secondo Orbán dall’altro la sua espansione secondo Macron — è necessario avere il maggior numero di eurodeputati. Il voto di primavera sarà dunque decisivo per l’Europa, che deve lottare per la propria sopravvivenza.
Il divario crescente tra i paesi occidentali e quelli centro — orientali accentua le incomprensioni e i rancori. Ma lo scontro tra euroscettici ed europeisti è aspro anche all’interno di tutte le società. A Ovest come a Est. La divisione tra i due fronti non è netta. L’Italia della Lega e di Cinque stelle è un esempio. L’alleato più vistoso dell’ungherese Orbán è Matteo Salvini. Le elezioni europee di primavera più che un confronto destra-sinistra, tra conservatori e socialdemocratici, sarà uno scontro tra euroscettici ed europeisti. Da un lato i sostenitori di una chiusura identitaria, dall’altro quelli di una società aperta.
Il conflitto è dichiarato e il capo fila degli europeisti è Emmanuel Macron, malgrado la sua impopolarità in patria e nonostante non possa più contare sull’aperto e indispensabile sostegno di Angela Merkel. La quale, al suo quarto mandato, vive tempi agitati, stenta a tenere le redini del governo, e la sua libertà d’azione come cancelliere non è più quella di una volta. Il suo eccezionale prestigio si è logorato. Tra i suoi stessi ministri non mancano gli ammiratori di Orbán. Le istituzioni della Quinta Repubblica danno al presidente francese la possibilità di affrontare nel corso del mandato di cinque anni un’impopolarità che nei sistemi parlamentari sarebbe difficile da affrontare. Egli non dipende da palazzo Borbone, sede della Camera dei deputati, mentre Merkel respira col Bundenstag. Cosi l’asse franco-tedesca si è annebbiato nell’Europa populista e nazionalista.
L’impopolarità di Emmanuel Macron (soltanto tre francesi su dieci si dichiarano soddisfatti del presidente), secondo i sondaggi sarebbe dovuto alla stagnazione del potere d’acquisto ma anche al suo stile, che molti trovano altezzoso, Distante dalla gente. Le riforme che ha fatto sono state giudicate “in favore dei ricchi”. Ha ritoccato quel labirinto che era il codice del lavoro. Ha abolito lo statuto speciale dei ferrovieri delle ferrovie, che per i suoi predecessori era una fortezza inespugnabile, la cui esistenza influiva sul mondo sindacale. Ha soppresso alcune tasse e facilitato l’apprendistato dei giovani. Ha anche definito il francese “resistente ai cambiamenti”, e gli è capitato di definirlo “pigro”.
Al quarantenne Macron non è mancato il coraggio, e forse questo coraggio ha contribuito ad accorciare la luna di miele concessa ai neoeletti alla presidenza nella Quinta Repubblica. Durante una visita in Algeria, prima della sua elezione, ha definito il colonialismo un crimine contro l’umanità, e più tardi, da presidente, ha ammesso che l’esercito francese durante la guerra in Algeria applicava la tortura. Ed è stato riconosciuto che un giovane militante contro quella guerra, Maurice Audin, morì nel 1957 in seguito al trattamento subito come prigioniero dei militari. Il riconoscimento di alcune pagine non edificanti della storia patria da parte delle massime autorità della Repubblica provoca sempre reazioni contrastanti. A chi si dichiara soddisfatto perché infine diventa ufficiale la verità si oppone chi giudica quella verità offensiva, anti-patriottica. Il collaborazionismo durante l’occupazione tedesca e il colonialismo sono sempre stati temi scottanti. Emmanuel Macron ha seguito l’esempio di Jacques Chirac che nel 1995 riconobbe la responsabilità francese per il rastrellamento del “Vel d’hiv”, che portò nel 1942 all’arresto degli ebrei poi finiti nei campi di sterminio. I francesi consegnarono gli ebrei francesi ai tedeschi.
Nessun presidente, nel passato mezzo secolo, prima di Chirac, aveva osato tanto. Il giovane, altezzoso, Emmanuel Macron sa essere audace. Tutti i paesi tendono a nascondere alcuni capitoli non esemplari della loro storia. Accettare ufficialmente la verità scomoda è un atto di dignità. Anche quando affianca la bandiera europea al tricolore, come ha fatto durante la campagna elettorale e continua a fare, Macron urta molti potenziali elettori euroscettici. E li dissuade da dargli il loro consenso quando predice un’Europa più integrata. Questo comportamento fa di lui il leader del fronte europeista. Il più autorevole. La sua ribalta, la Francia, è prestigiosa, ma è anche in larga parte euroscettica.