Brasile: la lotta degli indios ha il volto di Joênia, prima indigena in Parlamento
Daniele Mastrogiacomo , di DANIELE MASTROGIACOMOL'avvocata 43enne è stata eletta per rappresentare le comunità etniche della regione di Roraima, nel nord del Paese. Dovrà affrontare latifondisti e grandi compagnie minerarie e del legname per far rispettare l'ambiente e i diritti delle popolazioni locali
RIO DE JANEIRO - "All'inizio non ci credevo. I numeri dei voti erano scarsi. Sapevo che si trattava di una missione impossibile, che non ce la potevo fare. Ho iniziato a pregare, a ballare, a recitare la Parixara, la nostra nenia tradizionale per controllare l'ansia. Poi, è successo il miracolo. La gente attorno a me, i giovani e gli anziani, i rappresentanti delle altre tribù hanno cominciato a gridare, a toccarmi, ad abbracciarmi. Ho avuto la forza di guardare lo schermo dove i dati del conteggio venivano aggiornati. Sono scoppiata a piangere. Ci ero riuscita. Anzi:avevano vinto tutti noi, insieme".
Joênia Batista de Carvalho è un'avvocata tutta speciale. Perché da quando ha 20 anni (oggi ne ha 43) difende le comunità etniche della regione di Roraima, nel nord del Brasile, al confine con il Venezuela; perché è la prima donna indigena a entrare come deputato federale al Congresso. Il suo viso tondo e …
Joênia Batista de Carvalho è un'avvocata tutta speciale. Perché da quando ha 20 anni (oggi ne ha 43) difende le comunità etniche della regione di Roraima, nel nord del Brasile, al confine con il Venezuela; perché è la prima donna indigena a entrare come deputato federale al Congresso. Il suo viso tondo e …
RIO DE JANEIRO - "All'inizio non ci credevo. I numeri dei voti erano scarsi. Sapevo che si trattava di una missione impossibile, che non ce la potevo fare. Ho iniziato a pregare, a ballare, a recitare la Parixara, la nostra nenia tradizionale per controllare l'ansia. Poi, è successo il miracolo. La gente attorno a me, i giovani e gli anziani, i rappresentanti delle altre tribù hanno cominciato a gridare, a toccarmi, ad abbracciarmi. Ho avuto la forza di guardare lo schermo dove i dati del conteggio venivano aggiornati. Sono scoppiata a piangere. Ci ero riuscita. Anzi:avevano vinto tutti noi, insieme".
Joênia Batista de Carvalho è un'avvocata tutta speciale. Perché da quando ha 20 anni (oggi ne ha 43) difende le comunità etniche della regione di Roraima, nel nord del Brasile, al confine con il Venezuela; perché è la prima donna indigena a entrare come deputato federale al Congresso. Il suo viso tondo e largo è disegnato da righe rosse, a simboleggiare la sua tribù. I capelli sono sostenuti da una corona di lunghe piume che le coprono parte degli immensi orecchini a cerchio. I suoi collaboratori raccolgono le centinaia di richieste di interviste che sono piovute da tutto il paese. Lei si concede a tutti. Gli occhi, vispi e neri, brillano di felicità. Non si esalta. Sa che il suo compito non sarà facile. Soprattutto in Parlamento: quasi completamente rinnovato, con una maggioranza di destra e estrema destra legata a Bolsonaro e alla potente classe dei "rurales", il blocco agrario pronto a riprendersi ciò che, rivendica, gli appartiene di diritto.
Territori contesi
Le terre. Distese fitte di prati e boschi dove far pascolare le mandrie, tagliare alberi, riconvertire nelle coltivazioni intensive. Territori da sempre appartenuti alle 240 tribù che popolano il gigante dell'America Latina. All'inizio erano 2.000. La maggioranza è sparita, decimata da malattie, emarginazione, massacri. Con l'arrivo dei portoghesi nel 1500, sono state conquistate e affidate come premio ai pionieri della colonizzazione. Oggi gli indigeni sono 900 mila, sparpagliati tra il nord, nord ovest e l'Amazzonia, rinchiusi in aere protette che fanno gola a proprietari e holding internazionali del legno e delle miniere. La contesa dei confini e i continui cambi nelle sentenze e i ricorsi aveva spinto più volte migliaia di indigeni ad andare a Brasilia per far sentire le loro ragioni. A volte erano rimasti parcheggiati giorni senza essere ricevuti; altre volte si erano scontrati con la polizia a colpi di frecce e lance. Ma erano stati sempre respinti.
Nel settembre del 2008, Joênia, che ama farsi chiamare Wapichana, il nome della sua etnia, venne ricevuta finalmente al Congresso. Nervosa e preoccupata, affrontò una commissione del Tribunale Superiore Federale che si occupava delle contese sui confini delle terre degli indigeni e della continua loro demarcazione nella regione di Raposa Serra do Sol e di Roraima. "Quattordici milioni di reais (circa 3,5 milioni di euro) circolano ogni anno nella nostra riserva", spiegò a nome di cinque tribù della zona. "Ma la nostra economia, il pil che produciamo, non viene contata. Siamo calunniati e discriminati all'interno della stessa nostra terra".
Il voto favorevole
Alternando il portoghese al suo dialetto indigeno ha raccontato la serie di violenze a cui erano sottoposti. Alla fine la Commissione si pronunciò a suo favore. Il ricorso venne accolto e Joênia divenne un'eroina per le tribù del Nord. Undici anni dopo, su nomina dell'Assemblea generale delle popolazioni indigene di Roraima, è stata scelta come candidata alle elezioni politiche e presidenziali. "Non avevo mai fatto politica", ricorda la donna che appartiene alla tribù Truaru de Cabeceira, nella zona di Boa Vista, "e non era mia ambizione farla. Sono un avvocato, difendevo i diritti del mio popolo. Avevo studiato duro per questo. Ma poi mi hanno convinto e io stessa ho pensato che valeva la pena tentare".
Due giorni prima del voto, i sondaggi attribuivano alla Rete, il partito con cui si era candidata, quello di Marina Silva, la posizione 14. In ballo c'erano 8 seggi e Joênia sapeva di avere pochissime possibilità. La folla che si era radunata dentro e fuori la casa dove si seguiva lo spoglio ha cominciato a pregare e a cantare. Sempre più forte. "Ho chiesto aiuto ai miei antenati", dice ancora emozionata, "e mi hanno ascoltato". Alle 22 passate di domenica scorsa, con il 98 per cento dei voti scrutinati, è arrivato il risultato: la prima donna indigena era stata eletta come deputata con 8.434 voti. Nel villaggio è esplosa la festa. Pianti e urla di felicità, ancora danze e altre preghiere, questa volta di ringraziamento.
Joênia si è già messa la lavoro. Sa di dover affrontare continue battaglie. Per frenare le richieste di riappropriazione dei latifondisti e agrari, difendere i diritti e la sicurezza degli indigeni. Il Brasile ha il più alto numero di vittime al mondo tra attivisti sociali, ambientalisti e difensori delle comunità contadine e etniche. La nuova deputata si batterà per far rispettare semplicemente la Costituzione. Quella che garantisce ai discendenti degli uomini e delle donne che da sempre hanno popolato queste terre un'esistenza dignitosa. Sarà sola, l'onorevole Joênia Wapichana. Ma con lei avranno voce anche gli ultimi e i dimenticati.
Joênia Batista de Carvalho è un'avvocata tutta speciale. Perché da quando ha 20 anni (oggi ne ha 43) difende le comunità etniche della regione di Roraima, nel nord del Brasile, al confine con il Venezuela; perché è la prima donna indigena a entrare come deputato federale al Congresso. Il suo viso tondo e largo è disegnato da righe rosse, a simboleggiare la sua tribù. I capelli sono sostenuti da una corona di lunghe piume che le coprono parte degli immensi orecchini a cerchio. I suoi collaboratori raccolgono le centinaia di richieste di interviste che sono piovute da tutto il paese. Lei si concede a tutti. Gli occhi, vispi e neri, brillano di felicità. Non si esalta. Sa che il suo compito non sarà facile. Soprattutto in Parlamento: quasi completamente rinnovato, con una maggioranza di destra e estrema destra legata a Bolsonaro e alla potente classe dei "rurales", il blocco agrario pronto a riprendersi ciò che, rivendica, gli appartiene di diritto.
Territori contesi
Le terre. Distese fitte di prati e boschi dove far pascolare le mandrie, tagliare alberi, riconvertire nelle coltivazioni intensive. Territori da sempre appartenuti alle 240 tribù che popolano il gigante dell'America Latina. All'inizio erano 2.000. La maggioranza è sparita, decimata da malattie, emarginazione, massacri. Con l'arrivo dei portoghesi nel 1500, sono state conquistate e affidate come premio ai pionieri della colonizzazione. Oggi gli indigeni sono 900 mila, sparpagliati tra il nord, nord ovest e l'Amazzonia, rinchiusi in aere protette che fanno gola a proprietari e holding internazionali del legno e delle miniere. La contesa dei confini e i continui cambi nelle sentenze e i ricorsi aveva spinto più volte migliaia di indigeni ad andare a Brasilia per far sentire le loro ragioni. A volte erano rimasti parcheggiati giorni senza essere ricevuti; altre volte si erano scontrati con la polizia a colpi di frecce e lance. Ma erano stati sempre respinti.
Nel settembre del 2008, Joênia, che ama farsi chiamare Wapichana, il nome della sua etnia, venne ricevuta finalmente al Congresso. Nervosa e preoccupata, affrontò una commissione del Tribunale Superiore Federale che si occupava delle contese sui confini delle terre degli indigeni e della continua loro demarcazione nella regione di Raposa Serra do Sol e di Roraima. "Quattordici milioni di reais (circa 3,5 milioni di euro) circolano ogni anno nella nostra riserva", spiegò a nome di cinque tribù della zona. "Ma la nostra economia, il pil che produciamo, non viene contata. Siamo calunniati e discriminati all'interno della stessa nostra terra".
Il voto favorevole
Alternando il portoghese al suo dialetto indigeno ha raccontato la serie di violenze a cui erano sottoposti. Alla fine la Commissione si pronunciò a suo favore. Il ricorso venne accolto e Joênia divenne un'eroina per le tribù del Nord. Undici anni dopo, su nomina dell'Assemblea generale delle popolazioni indigene di Roraima, è stata scelta come candidata alle elezioni politiche e presidenziali. "Non avevo mai fatto politica", ricorda la donna che appartiene alla tribù Truaru de Cabeceira, nella zona di Boa Vista, "e non era mia ambizione farla. Sono un avvocato, difendevo i diritti del mio popolo. Avevo studiato duro per questo. Ma poi mi hanno convinto e io stessa ho pensato che valeva la pena tentare".
Due giorni prima del voto, i sondaggi attribuivano alla Rete, il partito con cui si era candidata, quello di Marina Silva, la posizione 14. In ballo c'erano 8 seggi e Joênia sapeva di avere pochissime possibilità. La folla che si era radunata dentro e fuori la casa dove si seguiva lo spoglio ha cominciato a pregare e a cantare. Sempre più forte. "Ho chiesto aiuto ai miei antenati", dice ancora emozionata, "e mi hanno ascoltato". Alle 22 passate di domenica scorsa, con il 98 per cento dei voti scrutinati, è arrivato il risultato: la prima donna indigena era stata eletta come deputata con 8.434 voti. Nel villaggio è esplosa la festa. Pianti e urla di felicità, ancora danze e altre preghiere, questa volta di ringraziamento.
Joênia si è già messa la lavoro. Sa di dover affrontare continue battaglie. Per frenare le richieste di riappropriazione dei latifondisti e agrari, difendere i diritti e la sicurezza degli indigeni. Il Brasile ha il più alto numero di vittime al mondo tra attivisti sociali, ambientalisti e difensori delle comunità contadine e etniche. La nuova deputata si batterà per far rispettare semplicemente la Costituzione. Quella che garantisce ai discendenti degli uomini e delle donne che da sempre hanno popolato queste terre un'esistenza dignitosa. Sarà sola, l'onorevole Joênia Wapichana. Ma con lei avranno voce anche gli ultimi e i dimenticati.