Da Tommie Smith a Kaepernick, l’eredità dei pugni neri
Vittorio Zucconi , di VITTORIO ZUCCONI
Ogni maledetta domenica, quando l'inno nazionale rimbomba negli stadi del football americano, la guerra fra Trump e il mondo dello sport ricomincia. Sotto lo sguardo freddo delle telecamere e l'occhio incollerito del Presidente, atleti di colore rifutano di mettere la manona destra sul petto per onorare il patriottismo di maniera. Si inginocchiano per testimoniare la solidarietà alle vittime della brutalità poliziesca contro i citttadini di colore. Trump esplode raffiche di tweet, gli atleti rispondono, i padroni del club tremano, l'audience tv cala, la guerra si estende ad altri sport e la finzione della separazione fra sport e politica perde, se ancora ne avesse, altri pezzi. Non c'è nulla di nuovo nella strumentalizzazione dello sport come mezzo di propaganda politica, ma la novità è la reazione del potere politico. Dal primo segno di protesta, manifestato dal quarterback, il giocatore pilota del football, dei San Francisco 49ers, …
Ogni maledetta domenica, quando l'inno nazionale rimbomba negli stadi del football americano, la guerra fra Trump e il mondo dello sport ricomincia. Sotto lo sguardo freddo delle telecamere e l'occhio incollerito del Presidente, atleti di colore rifutano di mettere la manona destra sul petto per onorare il patriottismo di maniera. Si inginocchiano per testimoniare la solidarietà alle vittime della brutalità poliziesca contro i citttadini di colore. Trump esplode raffiche di tweet, gli atleti rispondono, i padroni del club tremano, l'audience tv cala, la guerra si estende ad altri sport e la finzione della separazione fra sport e politica perde, se ancora ne avesse, altri pezzi. Non c'è nulla di nuovo nella strumentalizzazione dello sport come mezzo di propaganda politica, ma la novità è la reazione del potere politico. Dal primo segno di protesta, manifestato dal quarterback, il giocatore pilota del football, dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick che si ingiocchiò provocando la richiesta di licenziamento lanciata da Trump, ai vincitori Nba, i Warriors di Oakland, che hanno respinto il tradizionale invito alla Casa Bianca, la guerra si estende e si inasprisce.
LeBron James, il cestista più pagato, con un quadriennale di 154 milioni a Los Angeles, ha osato accusare Trump di "dividere l'America" e si è beccato l'etichetta di cretino dal Presidente, in un tweet. "Mi meraviglio che un uomo che ha tanto da fare come lui, trovi il tempo di occuparsi di me" ha subito controribattuto LeBron, aggiugendo: "Trump vorrebbe che ci limitassimo a palleggiare e a non parlare", ha chiuso per ora "KingJames", come è stato soprannominato da tempo, toccando un nervo dolente: il sentimento, condiviso da quegli atleti neri che sono ormai l'80 per cento delle squadre di football e basket, di essere ben retribuiti gladiatori destinati all'intrattenimento dell'uomo bianco.
Al fondo di questa guerra c'è sempre, visibilmente, il razzismo, o come vuole oggi l'eufemismo politicamente corretto dei razzisti, l'etnia dei campioni. Da Jackie Robinson il primo "negro", ammesso a giocare nel campionato nazionale di baseball nel 1947, a King James, nessum pacco di milioni può sanare la ferita dell'odio.
Non guadagnava nulla Toni Smith, ragazza ventenne che giocava nella squadra di basket di un college minore, quando, nel 2003 voltò la schiena durante l'esecuzione dell'inno per protestare contro l'invasione dell'Iraq. Dovette uscire dal piccolo ginnasio scortata dalla polizia, fra lanci di scarpe, di lattine, di urla "traditrice", "infame" e naturalmente, trattandosi di una donna "puttana". Quindici anni dopo, ha avuto ragione lei.
LeBron James, il cestista più pagato, con un quadriennale di 154 milioni a Los Angeles, ha osato accusare Trump di "dividere l'America" e si è beccato l'etichetta di cretino dal Presidente, in un tweet. "Mi meraviglio che un uomo che ha tanto da fare come lui, trovi il tempo di occuparsi di me" ha subito controribattuto LeBron, aggiugendo: "Trump vorrebbe che ci limitassimo a palleggiare e a non parlare", ha chiuso per ora "KingJames", come è stato soprannominato da tempo, toccando un nervo dolente: il sentimento, condiviso da quegli atleti neri che sono ormai l'80 per cento delle squadre di football e basket, di essere ben retribuiti gladiatori destinati all'intrattenimento dell'uomo bianco.
Al fondo di questa guerra c'è sempre, visibilmente, il razzismo, o come vuole oggi l'eufemismo politicamente corretto dei razzisti, l'etnia dei campioni. Da Jackie Robinson il primo "negro", ammesso a giocare nel campionato nazionale di baseball nel 1947, a King James, nessum pacco di milioni può sanare la ferita dell'odio.
Non guadagnava nulla Toni Smith, ragazza ventenne che giocava nella squadra di basket di un college minore, quando, nel 2003 voltò la schiena durante l'esecuzione dell'inno per protestare contro l'invasione dell'Iraq. Dovette uscire dal piccolo ginnasio scortata dalla polizia, fra lanci di scarpe, di lattine, di urla "traditrice", "infame" e naturalmente, trattandosi di una donna "puttana". Quindici anni dopo, ha avuto ragione lei.