L'una del mattino di giovedì, scene da nottambuli nella hall dell'hotel Amigo. Giuseppe Conte scambia una giornalista per un membro del suo staff. "Tenga la borsa, per cortesia. Sente il peso che mi porto dietro?". Accenti crepuscolari, mentre l'esecutivo sembra sbriciolarsi come il sogno del premier spuntato dal nulla. "Ma il presidente sono io, venerdì torno a Roma e risolvo tutto". Preso a sberle a Bruxelles, ignorato in patria dai suoi vice che sul condono parlano come non ci fosse, esorcizza la paura. E per due volte in un giorno deve minacciare apertamente le dimissioni. Anche se a sera poi le smentirà per salvare il salvabile.
Un passo indietro, le 23 di mercoledì. Conte è chiuso da un'ora e mezza in una stanza del Consiglio europeo. Telefona ai due azionisti giallo-verdi, parla con il Colle. Cerca di ricucire squarci romani. A un certo punto, riferiscono, riserva a Luigi Di Maio un acuto mai sperimentato p…
Un passo indietro, le 23 di mercoledì. Conte è chiuso da un'ora e mezza in una stanza del Consiglio europeo. Telefona ai due azionisti giallo-verdi, parla con il Colle. Cerca di ricucire squarci romani. A un certo punto, riferiscono, riserva a Luigi Di Maio un acuto mai sperimentato p…
L'una del mattino di giovedì, scene da nottambuli nella hall dell'hotel Amigo. Giuseppe Conte scambia una giornalista per un membro del suo staff. "Tenga la borsa, per cortesia. Sente il peso che mi porto dietro?". Accenti crepuscolari, mentre l'esecutivo sembra sbriciolarsi come il sogno del premier spuntato dal nulla. "Ma il presidente sono io, venerdì torno a Roma e risolvo tutto". Preso a sberle a Bruxelles, ignorato in patria dai suoi vice che sul condono parlano come non ci fosse, esorcizza la paura. E per due volte in un giorno deve minacciare apertamente le dimissioni. Anche se a sera poi le smentirà per salvare il salvabile.
Un passo indietro, le 23 di mercoledì. Conte è chiuso da un'ora e mezza in una stanza del Consiglio europeo. Telefona ai due azionisti giallo-verdi, parla con il Colle. Cerca di ricucire squarci romani. A un certo punto, riferiscono, riserva a Luigi Di Maio un acuto mai sperimentato prima. "Se non decido io, a cosa vi servo? Piuttosto mi faccio da parte". Dirà lo stesso anche ieri, per cercare di frenare Matteo Salvini. "Se non posso convocare il Consiglio dei ministri, perché restare? Piuttosto mi dimetto".
Non lascia, anche se il Carroccio certo non lo lega alla poltrona. Ma il massacro a cui lo sottopongono i colleghi europei lo fiacca come mai prima d'ora. E infatti c'è scoramento nei suoi occhi, quando incassa una doppietta mica male: lettera di ammonimento della Commissione sulla manovra, dichiarazione di Salvini che annulla consigli dei ministri come fosse lui il premier. "È chiaro che nei prossimi dieci giorni si decide il destino del governo - profetizza in privato Conte prima di scendere in conferenza stampa - Se non cadiamo adesso, andiamo avanti per anni". Il rischio è talmente chiaro che con la stampa neanche nega del tutto questo epilogo: "Una crisi? Scenario futuribile, improbabile...".
Non è facile assistere ai tuoi vice che parlano come se non esistesse un presidente del Consiglio e, nel frattempo, fronteggiare l'assalto coordinato di ventisette Paesi su ventisette. Quando a metà mattina finalmente ottiene il bilaterale chiesto ad Emmanuel Macron - e per il quale era stato messo in fastidiosa lista d'attesa - scopre che i margini di trattativa sono davvero inesistenti. Il presidente francese gli concede un faccia di appena cinque minuti cinque. Non lo fa nemmeno accomodare nella saletta a sua disposizione. Lo lascia in piedi, nella caffetteria dei leader. Non gli lascia il tempo di piegare la manovra, regala risposte poco rassicuranti sulla cooperazione italo-francese in Libia e congeda l'avvocato degli italiani.
Un massacro iniziato mercoledì, come detto. La cena inaugurale dei capi di Stato e di governo ruota attorno alla Brexit, ma Conte deve fronteggiare una crisi interna senza precedenti. Messaggia, telefona, triangola col suo staff. Rischia di perdere il filo di un dibattito delicatissimo. La compagnia si riaggiorna, il presidente del Consiglio resta sigillato nella sede del Consiglio. Per la prima volta minaccia un passo indietro. Negli stessi minuti, il premier lussemburghese e quello belga invitano Macron e Merkel a bere un drink nella hall dell'Amigo. Ma quando scoprono dai cronisti che lì alloggia pure Conte, cambiano programma e si ritrovano in un locale della Grand Place.
È solo l'antipasto, ieri è andata addirittura peggio. Nel chiuso del summit prima l'Italia non tocca palla sui migranti, sconfitta sulla solidarietà obbligatoria nella redistribuzione nonostante i proclami di giugno. Poi l'olandese Rutte apre ufficialmente il caso sui nostri conti: "Sono preoccupato per la legge di stabilità italiana, Roma deve rispettare le regole". Il premier coglie l'occasione per spiegare finalmente la "manovra molto bella", come da giorni annunciava agli italiani. Parla parecchio. "L'Italia - giura - diventerà il Paese più avanzato del mondo nella lotta alla corruzione". Cala il silenzio, nessuno si schiera con lui, la lettera della Commissione già incombe. Rompe il ghiaccio Macron, poi il premier finlandese Sipila. Nel modo più stringato dicono: "Le regole vanno rispettate". Quindi sentenzia Merkel: "Noi appoggiamo la Commissione". La pratica è chiusa: "Caro Giuseppe - tira le somme Juncker - evidentemente abbiamo una visione diversa dalla tua". E invita tutti i presenti a tenere toni bassi perché l'Italia è "market sensitive", cioè anello debole dell'eurozona.
Mentre si chiude il summit, lo spread torna a esplorare cime antiche: 327. A Roma lo scontro si trasforma in pre-crisi. E dal podio della conferenza stampa l'avvocato degli italiani affronta il suo destino: "Il presidente del Consiglio sono io".
Un passo indietro, le 23 di mercoledì. Conte è chiuso da un'ora e mezza in una stanza del Consiglio europeo. Telefona ai due azionisti giallo-verdi, parla con il Colle. Cerca di ricucire squarci romani. A un certo punto, riferiscono, riserva a Luigi Di Maio un acuto mai sperimentato prima. "Se non decido io, a cosa vi servo? Piuttosto mi faccio da parte". Dirà lo stesso anche ieri, per cercare di frenare Matteo Salvini. "Se non posso convocare il Consiglio dei ministri, perché restare? Piuttosto mi dimetto".
Non lascia, anche se il Carroccio certo non lo lega alla poltrona. Ma il massacro a cui lo sottopongono i colleghi europei lo fiacca come mai prima d'ora. E infatti c'è scoramento nei suoi occhi, quando incassa una doppietta mica male: lettera di ammonimento della Commissione sulla manovra, dichiarazione di Salvini che annulla consigli dei ministri come fosse lui il premier. "È chiaro che nei prossimi dieci giorni si decide il destino del governo - profetizza in privato Conte prima di scendere in conferenza stampa - Se non cadiamo adesso, andiamo avanti per anni". Il rischio è talmente chiaro che con la stampa neanche nega del tutto questo epilogo: "Una crisi? Scenario futuribile, improbabile...".
Non è facile assistere ai tuoi vice che parlano come se non esistesse un presidente del Consiglio e, nel frattempo, fronteggiare l'assalto coordinato di ventisette Paesi su ventisette. Quando a metà mattina finalmente ottiene il bilaterale chiesto ad Emmanuel Macron - e per il quale era stato messo in fastidiosa lista d'attesa - scopre che i margini di trattativa sono davvero inesistenti. Il presidente francese gli concede un faccia di appena cinque minuti cinque. Non lo fa nemmeno accomodare nella saletta a sua disposizione. Lo lascia in piedi, nella caffetteria dei leader. Non gli lascia il tempo di piegare la manovra, regala risposte poco rassicuranti sulla cooperazione italo-francese in Libia e congeda l'avvocato degli italiani.
Un massacro iniziato mercoledì, come detto. La cena inaugurale dei capi di Stato e di governo ruota attorno alla Brexit, ma Conte deve fronteggiare una crisi interna senza precedenti. Messaggia, telefona, triangola col suo staff. Rischia di perdere il filo di un dibattito delicatissimo. La compagnia si riaggiorna, il presidente del Consiglio resta sigillato nella sede del Consiglio. Per la prima volta minaccia un passo indietro. Negli stessi minuti, il premier lussemburghese e quello belga invitano Macron e Merkel a bere un drink nella hall dell'Amigo. Ma quando scoprono dai cronisti che lì alloggia pure Conte, cambiano programma e si ritrovano in un locale della Grand Place.
È solo l'antipasto, ieri è andata addirittura peggio. Nel chiuso del summit prima l'Italia non tocca palla sui migranti, sconfitta sulla solidarietà obbligatoria nella redistribuzione nonostante i proclami di giugno. Poi l'olandese Rutte apre ufficialmente il caso sui nostri conti: "Sono preoccupato per la legge di stabilità italiana, Roma deve rispettare le regole". Il premier coglie l'occasione per spiegare finalmente la "manovra molto bella", come da giorni annunciava agli italiani. Parla parecchio. "L'Italia - giura - diventerà il Paese più avanzato del mondo nella lotta alla corruzione". Cala il silenzio, nessuno si schiera con lui, la lettera della Commissione già incombe. Rompe il ghiaccio Macron, poi il premier finlandese Sipila. Nel modo più stringato dicono: "Le regole vanno rispettate". Quindi sentenzia Merkel: "Noi appoggiamo la Commissione". La pratica è chiusa: "Caro Giuseppe - tira le somme Juncker - evidentemente abbiamo una visione diversa dalla tua". E invita tutti i presenti a tenere toni bassi perché l'Italia è "market sensitive", cioè anello debole dell'eurozona.
Mentre si chiude il summit, lo spread torna a esplorare cime antiche: 327. A Roma lo scontro si trasforma in pre-crisi. E dal podio della conferenza stampa l'avvocato degli italiani affronta il suo destino: "Il presidente del Consiglio sono io".