LONDRA. E meno male che c'è stato un preside bacchettone e antipatico come Mr. Kibblewhite. Chi?, anzi Who, la leggendaria band di Sir Roger Daltrey, che senza quel professore al liceo nella Londra del Dopoguerra non sarebbe "mai diventato quello che poi sono stato. Un giorno a scuola mi disse "Tu, Daltrey, non andrai da nessuna parte". Senza di lui, avrei avuto una vita totalmente diversa". Parole sue, di Roger Daltrey, che a 74 anni si è confessato al London Literature Festival (Southbank Centre) davanti ai fan e a qualche giornalista, srotolando con la sua rude schiettezza aneddoti, ricordi e dolori. L'occasione è stata l'uscita della sua autobiografia in lingua inglese Thanks a lot, Mr Kibblewhite: My Story (Blink Publishing). Episodio chiave il rimbrotto offensivo "di quel preside sadico a 14 anni". "Da quel momento", spiega il cantante degli Who, "sono entrato in modalità combattimento", at…
LONDRA. E meno male che c'è stato un preside bacchettone e antipatico come Mr. Kibblewhite. Chi?, anzi Who, la leggendaria band di Sir Roger Daltrey, che senza quel professore al liceo nella Londra del Dopoguerra non sarebbe "mai diventato quello che poi sono stato. Un giorno a scuola mi disse "Tu, Daltrey, non andrai da nessuna parte". Senza di lui, avrei avuto una vita totalmente diversa". Parole sue, di Roger Daltrey, che a 74 anni si è confessato al London Literature Festival (Southbank Centre) davanti ai fan e a qualche giornalista, srotolando con la sua rude schiettezza aneddoti, ricordi e dolori. L'occasione è stata l'uscita della sua autobiografia in lingua inglese Thanks a lot, Mr Kibblewhite: My Story (Blink Publishing). Episodio chiave il rimbrotto offensivo "di quel preside sadico a 14 anni". "Da quel momento", spiega il cantante degli Who, "sono entrato in modalità combattimento", atteggiamento che lo ha contraddistinto poi negli anni. "Mi hanno chiamato spesso bullo, ma non lo sono mai stato. Volevo solo proteggere me stesso". Il racconto di Daltrey, rockstar ribelle e senza tempo anche oggi che tifa Brexit, è partito dalle origini, tragiche ma tempranti. "Sono nato nel 1944 nella parte occidentale di Londra, tra le bombe V1 dei nazisti che ci cadevano addosso, io e la mia famiglia ci rifugiavamo a Earl's Court", ricorda. "Erano tempi molto duri, certo, ma c'era un senso di comunità e di umanità fortissimo, che non ho più visto nel corso della mia vita". Se l'arte si nutre del disagio e delle tragedie, Daltrey ne è la prova vivente. "A quei tempi la vita era fatta di poche cose e una di queste era la gente che cantava: lo facevano tutti, ovunque, anche in strada. Paradossalmente, nonostante le difficoltà, è stata un'epoca meravigliosa per crescere. Senza di essa non ci sarebbero stati gli Who".
Ecco, gli Who. L'incontro con Pete Townshend, "uno con talento raro. La nostra alchimia, la mia vita hanno fatto sì che fossimo una banda inimitabile". E quando avete capito di essere unici? "All'inizio degli anni 60 facevo l'operaio di giorno e suonavo di notte, con il mio compagno di scuola John Entwistle e Pete ci esibivamo ai matrimoni o spesso a Bayswater (un quartiere
di Londra, ndr) dove c'erano molti americani che volevano soltanto Johnny Cash, James Brown o brani Motown", continua Daltrey. "Alcuni pezzi neanche li conoscevamo, ma questo ci costrinse ad allargare gli orizzonti. Pete sviluppò un feedback straordinario alla chitarra e in quel momento siamo diventati telepatici. Ognuno, anche Keith Moon (il batterista poi morto nel '78 a 32 anni, ndr), sentiva l'altro". Di lì a poco i capolavori: My generation, I can see for miles, il live a Woodstock, eccetera. Poi, i problemi: le risse con gli altri componenti per cui venne cacciato ("Una volta ho picchiato Pete e pensavo di averlo ucciso, mentre Keith era uno troppo strano") anche a causa dei problemi di droga della band ("mi spiace per quelle volte che non ho potuto dare il massimo"), la morte di Moon e le divisioni con Townshend, la reunion, il rifiuto della tecnologia. Daltrey non ha uno smartphone: "Twitter tira fuori il peggio dell'umanità", dice, "mi terrorizza vedervi con la testa verso il basso, non guardate più il mondo. Ma dove credete di andare?". E se lo dice lui.
Ecco, gli Who. L'incontro con Pete Townshend, "uno con talento raro. La nostra alchimia, la mia vita hanno fatto sì che fossimo una banda inimitabile". E quando avete capito di essere unici? "All'inizio degli anni 60 facevo l'operaio di giorno e suonavo di notte, con il mio compagno di scuola John Entwistle e Pete ci esibivamo ai matrimoni o spesso a Bayswater (un quartiere
di Londra, ndr) dove c'erano molti americani che volevano soltanto Johnny Cash, James Brown o brani Motown", continua Daltrey. "Alcuni pezzi neanche li conoscevamo, ma questo ci costrinse ad allargare gli orizzonti. Pete sviluppò un feedback straordinario alla chitarra e in quel momento siamo diventati telepatici. Ognuno, anche Keith Moon (il batterista poi morto nel '78 a 32 anni, ndr), sentiva l'altro". Di lì a poco i capolavori: My generation, I can see for miles, il live a Woodstock, eccetera. Poi, i problemi: le risse con gli altri componenti per cui venne cacciato ("Una volta ho picchiato Pete e pensavo di averlo ucciso, mentre Keith era uno troppo strano") anche a causa dei problemi di droga della band ("mi spiace per quelle volte che non ho potuto dare il massimo"), la morte di Moon e le divisioni con Townshend, la reunion, il rifiuto della tecnologia. Daltrey non ha uno smartphone: "Twitter tira fuori il peggio dell'umanità", dice, "mi terrorizza vedervi con la testa verso il basso, non guardate più il mondo. Ma dove credete di andare?". E se lo dice lui.