RIO DE JANEIRO. Il silenzio dopo una campagna di fuoco. Niente più comizi, niente folla esaltata che invade vie e piazze inneggiando al nuovo Messia. Niente discussioni animate, risse, aggressioni. Silenzio anche sui social e sulle messaggerie, nuovi canali di consenso e condizionamento di massa. Adesso si vota. Si sceglie il presidente del Brasile. Quello che governerà per i prossimi 4 anni. Resta il clima, pesantissimo, delle ultime bordate. Attacchi duri, diretti. Come forse non era mai avvenuto. L’ultimo è contro i media tradizionali. Una consuetudine per chi incarna i regimi forti e fa capire già da adesso che cosa potrebbe accadere. Il protagonista è sempre lui, l’Uomo nero, Jair Bolsonaro.
La Folha de São Paulo, quotidiano della capitale finanziaria del Paese, ha indagato per tre mesi sulla pioggia di messaggi che invadevano la Rete. Soprattutto WhatsApp che qui in Brasile è usata da 120 milioni di utenti. Messaggi s…
La Folha de São Paulo, quotidiano della capitale finanziaria del Paese, ha indagato per tre mesi sulla pioggia di messaggi che invadevano la Rete. Soprattutto WhatsApp che qui in Brasile è usata da 120 milioni di utenti. Messaggi s…
RIO DE JANEIRO. Il silenzio dopo una campagna di fuoco. Niente più comizi, niente folla esaltata che invade vie e piazze inneggiando al nuovo Messia. Niente discussioni animate, risse, aggressioni. Silenzio anche sui social e sulle messaggerie, nuovi canali di consenso e condizionamento di massa. Adesso si vota. Si sceglie il presidente del Brasile. Quello che governerà per i prossimi 4 anni. Resta il clima, pesantissimo, delle ultime bordate. Attacchi duri, diretti. Come forse non era mai avvenuto. L’ultimo è contro i media tradizionali. Una consuetudine per chi incarna i regimi forti e fa capire già da adesso che cosa potrebbe accadere. Il protagonista è sempre lui, l’Uomo nero, Jair Bolsonaro.
La Folha de São Paulo, quotidiano della capitale finanziaria del Paese, ha indagato per tre mesi sulla pioggia di messaggi che invadevano la Rete. Soprattutto WhatsApp che qui in Brasile è usata da 120 milioni di utenti. Messaggi spesso falsi, vere fake, che lo staff informatico di Bolsonaro postava e faceva condividere rendendoli virali. Sono stati oltre 100 milioni. Una massa enorme. Sospetta. I 4 giornalisti investigativi hanno scoperto che venivano rilanciati, tramite contratti ben retribuiti, da noti gruppi industriali tramite i numeri di cellulare dei loro database, a volte anche stranieri. Un volano.
La legge brasiliana è chiara in materia elettorale: ogni contributo deve essere denunciato e non si può usare quello di terzi. Violare la norma significa commettere un reato. L’indagine pubblicata ha avuto riscontri e ha spinto il Tribunale Superiore Federale a sollecitare un’inchiesta. Stessa cosa ha chiesto la Procura Generale. La polizia ha già fatto sapere che sarà impossibile ottenere i dati dall’applicazione.
Respinta e bollata subito come un falso dallo stesso Bolsonaro, la Rete occulta rischia di trasformarsi in un boomerang per il leader della destra estrema. Il voto del primo turno potrebbe essere inficiato e annullato. L’ipotesi è improbabile. Tempi troppo stretti. Verrebbe letta come una provocazione. La protervia della destra è andata oltre. Il figlio di Bolsonaro, Eduardo, eletto al Senato con il più alto numero di voti, si è scagliato contro la Corte Suprema dicendo che per fermarla bastava «un soldato o staccare un cavo».
Il padre, con il ruolo del moderato assunto negli ultimi tempi che fa lanciare il sasso da altri e poi interviene, ha definito la frase «da psichiatra». Ma ha subito attaccato il quotidiano di San Paolo. «L’attacco della Folha», ha twittato, «finirà in un buco. Ma non si tratta di censura. No!». Per poi aggiungere: «Finirà il denaro pubblico che ottengono e con questo le informazioni false che pubblicano, assieme alle copie e alla credibilità che hanno perso». È stato come dare fuoco alle micce. La giornalista Patrícia Campos Mello, tra gli autori dell’inchiesta, è stata travolta da 200.000 messaggi ingiuriosi sul suo profilo Facebook e da altri 50mila sul suo account Twitter. La sua applicazione WhatsApp è stata hackerata e usata per rilanciare video e testi falsi contro il Pt e Haddad. Nei primi 10 mesi dell’anno 137 giornalisti sono stati vittime di aggressioni.
La Folha de São Paulo, quotidiano della capitale finanziaria del Paese, ha indagato per tre mesi sulla pioggia di messaggi che invadevano la Rete. Soprattutto WhatsApp che qui in Brasile è usata da 120 milioni di utenti. Messaggi spesso falsi, vere fake, che lo staff informatico di Bolsonaro postava e faceva condividere rendendoli virali. Sono stati oltre 100 milioni. Una massa enorme. Sospetta. I 4 giornalisti investigativi hanno scoperto che venivano rilanciati, tramite contratti ben retribuiti, da noti gruppi industriali tramite i numeri di cellulare dei loro database, a volte anche stranieri. Un volano.
La legge brasiliana è chiara in materia elettorale: ogni contributo deve essere denunciato e non si può usare quello di terzi. Violare la norma significa commettere un reato. L’indagine pubblicata ha avuto riscontri e ha spinto il Tribunale Superiore Federale a sollecitare un’inchiesta. Stessa cosa ha chiesto la Procura Generale. La polizia ha già fatto sapere che sarà impossibile ottenere i dati dall’applicazione.
Respinta e bollata subito come un falso dallo stesso Bolsonaro, la Rete occulta rischia di trasformarsi in un boomerang per il leader della destra estrema. Il voto del primo turno potrebbe essere inficiato e annullato. L’ipotesi è improbabile. Tempi troppo stretti. Verrebbe letta come una provocazione. La protervia della destra è andata oltre. Il figlio di Bolsonaro, Eduardo, eletto al Senato con il più alto numero di voti, si è scagliato contro la Corte Suprema dicendo che per fermarla bastava «un soldato o staccare un cavo».
Il padre, con il ruolo del moderato assunto negli ultimi tempi che fa lanciare il sasso da altri e poi interviene, ha definito la frase «da psichiatra». Ma ha subito attaccato il quotidiano di San Paolo. «L’attacco della Folha», ha twittato, «finirà in un buco. Ma non si tratta di censura. No!». Per poi aggiungere: «Finirà il denaro pubblico che ottengono e con questo le informazioni false che pubblicano, assieme alle copie e alla credibilità che hanno perso». È stato come dare fuoco alle micce. La giornalista Patrícia Campos Mello, tra gli autori dell’inchiesta, è stata travolta da 200.000 messaggi ingiuriosi sul suo profilo Facebook e da altri 50mila sul suo account Twitter. La sua applicazione WhatsApp è stata hackerata e usata per rilanciare video e testi falsi contro il Pt e Haddad. Nei primi 10 mesi dell’anno 137 giornalisti sono stati vittime di aggressioni.