I titoli hi-tech crollano a Wall Street
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINIAmazon ha perso il 7,7%, Google il 2,2%. Nel terzo trimestre il Pil americano è cresciuto del 3,5 %, vola l'import nonostante la politica dei dazi
NEW YORK - Prosegue la corsa dell'economia americana: il Pil è cresciuto del 3,5% nel terzo trimestre. Dato leggermente superiore alle attese, senza dubbio eccellente. Conforta a pochi giorni dalle legislative la campagna elettorale di Trump, che se ne attribuisce il merito. A sostenere questa crescita è soprattutto la spesa di consumo (+4%), il che conferma l'ottimismo delle famiglie e il recupero di potere d'acquisto. Una contraddizione e un neo, però, giustificano la reazione negativa della Borsa.
Peggiora il deficit commerciale, com'è naturale quando un paese consuma più di quanto risparmia; questo però indica che Trump non è riuscito a intervenire sugli squilibri con l'estero (e lo renderà ancora più aggressivo verso Cina e Ue, si presume). Inoltre una crescita così vigorosa dà ragione alla Federal Reserve nella sua politica di rialzo dei tassi, che non piace a Trump perché pr…
Peggiora il deficit commerciale, com'è naturale quando un paese consuma più di quanto risparmia; questo però indica che Trump non è riuscito a intervenire sugli squilibri con l'estero (e lo renderà ancora più aggressivo verso Cina e Ue, si presume). Inoltre una crescita così vigorosa dà ragione alla Federal Reserve nella sua politica di rialzo dei tassi, che non piace a Trump perché pr…
NEW YORK - Prosegue la corsa dell'economia americana: il Pil è cresciuto del 3,5% nel terzo trimestre. Dato leggermente superiore alle attese, senza dubbio eccellente. Conforta a pochi giorni dalle legislative la campagna elettorale di Trump, che se ne attribuisce il merito. A sostenere questa crescita è soprattutto la spesa di consumo (+4%), il che conferma l'ottimismo delle famiglie e il recupero di potere d'acquisto. Una contraddizione e un neo, però, giustificano la reazione negativa della Borsa.
Peggiora il deficit commerciale, com'è naturale quando un paese consuma più di quanto risparmia; questo però indica che Trump non è riuscito a intervenire sugli squilibri con l'estero (e lo renderà ancora più aggressivo verso Cina e Ue, si presume). Inoltre una crescita così vigorosa dà ragione alla Federal Reserve nella sua politica di rialzo dei tassi, che non piace a Trump perché prima o poi può segnare la fine del boom. Un po' più nascosto, ma osservato con inquietudine dai mercati azionari, c'è un rallentamento degli investimenti delle aziende. Dà l'impressione che ci sia una sfasatura tra la percezione dei consumatori - beneficiati dalla lieve ripresa dei salari - e le imprese che cominciano a temere il vento contrario: tra tassi in aumento e penuria di manodopera che fa salire il costo del lavoro, le performance dei profitti potranno risentirne.
Un altro fattore che un po' contribuisce a "drogare" questa crescita è l'aumento della spesa pubblica: +3,3%. Sorprendente a prima vista, considerando che i repubblicani controllano da due anni la Casa Bianca e il Congresso. Ma Trump ha rovesciato l'ortodossia repubblicana, che era a favore di un pareggio di bilancio. Questo presidente dal lato della spesa ha premuto l'acceleratore con il budget militare (+4,6%), dal lato delle entrate ha creato le premesse di una caduta del gettito con il calo dei prelievi sugli utili societari. Va detto che la spesa pubblica aumenta anche a livello locale: tipico andamento ciclico in un'annata di elezioni in cui un terzo dei governatori degli Stati Usa vogliono essere riconfermati. Il tema del disavanzo commerciale è spinoso. Il vigoroso aumento dei consumi si travasa in parte all'estero, perché quello americano resta il mercato più aperto del mondo.
Le importazioni sono cresciute quasi a un ritmo triplo rispetto al Pil, del 9,1%. E' anche possibile che ci sia un effetto scorte: acquisti anticipati, per riempirsi i magazzini prima dell'entrata in vigore dei dazi. Per il resto del mondo questo significa che la locomotiva americana ha "trainato" ancora nell'ultimo trimestre, ma la sua generosità potrebbe essere agli sgoccioli. Su Wall Street continua a pesare la disaffezione dai titoli hi-tech. Dopo anni in cui alcune Cassandre autorevolissime denunciavano le quotazioni irrealistiche di Amazon, Apple, Google, Facebook, o di Alibaba e Tencent in Cina, per non parlare dei tanti "unicorni" di recente collocamento, ora gli investitori sembrano convincersi che la bolla deve sgonfiarsi, e alleggeriscono i portafogli (-7,7% per Amazon, -2,2% per Google).
Tra le tante incognite all'orizzonte figurano anche l'Italia in lite con l'Europa; e la Cina che per salvaguardare i suoi ritmi di crescita potrebbe svalutare. Sopra tutto rimane la politica monetaria. Già i rincari dei tassi americani hanno rallentato il mercato dell'auto che dipende molto dai pagamenti rateali e quindi dal costo del credito. Altra mina vagante sono i debiti studenteschi: in un'America dove l'istruzione è sempre più cara, e gli universitari si pagano gli studi con grossi mutui, il rischio di insolvenze riguarda anche loro.
Peggiora il deficit commerciale, com'è naturale quando un paese consuma più di quanto risparmia; questo però indica che Trump non è riuscito a intervenire sugli squilibri con l'estero (e lo renderà ancora più aggressivo verso Cina e Ue, si presume). Inoltre una crescita così vigorosa dà ragione alla Federal Reserve nella sua politica di rialzo dei tassi, che non piace a Trump perché prima o poi può segnare la fine del boom. Un po' più nascosto, ma osservato con inquietudine dai mercati azionari, c'è un rallentamento degli investimenti delle aziende. Dà l'impressione che ci sia una sfasatura tra la percezione dei consumatori - beneficiati dalla lieve ripresa dei salari - e le imprese che cominciano a temere il vento contrario: tra tassi in aumento e penuria di manodopera che fa salire il costo del lavoro, le performance dei profitti potranno risentirne.
Un altro fattore che un po' contribuisce a "drogare" questa crescita è l'aumento della spesa pubblica: +3,3%. Sorprendente a prima vista, considerando che i repubblicani controllano da due anni la Casa Bianca e il Congresso. Ma Trump ha rovesciato l'ortodossia repubblicana, che era a favore di un pareggio di bilancio. Questo presidente dal lato della spesa ha premuto l'acceleratore con il budget militare (+4,6%), dal lato delle entrate ha creato le premesse di una caduta del gettito con il calo dei prelievi sugli utili societari. Va detto che la spesa pubblica aumenta anche a livello locale: tipico andamento ciclico in un'annata di elezioni in cui un terzo dei governatori degli Stati Usa vogliono essere riconfermati. Il tema del disavanzo commerciale è spinoso. Il vigoroso aumento dei consumi si travasa in parte all'estero, perché quello americano resta il mercato più aperto del mondo.
Le importazioni sono cresciute quasi a un ritmo triplo rispetto al Pil, del 9,1%. E' anche possibile che ci sia un effetto scorte: acquisti anticipati, per riempirsi i magazzini prima dell'entrata in vigore dei dazi. Per il resto del mondo questo significa che la locomotiva americana ha "trainato" ancora nell'ultimo trimestre, ma la sua generosità potrebbe essere agli sgoccioli. Su Wall Street continua a pesare la disaffezione dai titoli hi-tech. Dopo anni in cui alcune Cassandre autorevolissime denunciavano le quotazioni irrealistiche di Amazon, Apple, Google, Facebook, o di Alibaba e Tencent in Cina, per non parlare dei tanti "unicorni" di recente collocamento, ora gli investitori sembrano convincersi che la bolla deve sgonfiarsi, e alleggeriscono i portafogli (-7,7% per Amazon, -2,2% per Google).
Tra le tante incognite all'orizzonte figurano anche l'Italia in lite con l'Europa; e la Cina che per salvaguardare i suoi ritmi di crescita potrebbe svalutare. Sopra tutto rimane la politica monetaria. Già i rincari dei tassi americani hanno rallentato il mercato dell'auto che dipende molto dai pagamenti rateali e quindi dal costo del credito. Altra mina vagante sono i debiti studenteschi: in un'America dove l'istruzione è sempre più cara, e gli universitari si pagano gli studi con grossi mutui, il rischio di insolvenze riguarda anche loro.