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Sumo Girls, donne nell’arena: così il Giappone rompe il tabù della tradizione

In Giappone alle donne è rigorosamente vietato mettere piede al centro dell’arena dove si combatte lo sport più antico del Paese. Ma un’apertura di genere è all’orizzonte. Grazie anche ad alcuni eclatanti incidenti mediatici. E a una palestra di Tokyo che allena grandi lottatrici 
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Soltanto nel sumo si vede il vero spirito nipponico, dice un anziano davanti all'ingresso dell'arena più famosa del Giappone, quella all'interno del controverso santuario Yasukuni. Qui almeno due volte l'anno si celebra il più antico sport nazionale, la lotta tradizionale dei giganti del sumo. Il torneo di primavera, in particolare, è carico di significati ancestrali, perché serve a celebrare la raccolta del riso e ingraziarsi gli dèi. Durante il resto dell'anno, accanto a quella stessa arena l'anziano signore prepara gli okonomiyaki, le frittelle di cavolo e verza, per i pellegrini che cercano ristoro dopo una lunga passeggiata spirituale. Perché lo shintoismo più che una religione è una filosofia, e di regole ce ne sono poche. Quelle che esistono, però, riguardano quasi esclusivamente le donne.

Siamo nel quartiere di Chiyoda, la zona più formale e spirituale di Tokyo, immersa nel verde e s…

Soltanto nel sumo si vede il vero spirito nipponico, dice un anziano davanti all'ingresso dell'arena più famosa del Giappone, quella all'interno del controverso santuario Yasukuni. Qui almeno due volte l'anno si celebra il più antico sport nazionale, la lotta tradizionale dei giganti del sumo. Il torneo di primavera, in particolare, è carico di significati ancestrali, perché serve a celebrare la raccolta del riso e ingraziarsi gli dèi. Durante il resto dell'anno, accanto a quella stessa arena l'anziano signore prepara gli okonomiyaki, le frittelle di cavolo e verza, per i pellegrini che cercano ristoro dopo una lunga passeggiata spirituale. Perché lo shintoismo più che una religione è una filosofia, e di regole ce ne sono poche. Quelle che esistono, però, riguardano quasi esclusivamente le donne.

Siamo nel quartiere di Chiyoda, la zona più formale e spirituale di Tokyo, immersa nel verde e stranamente silenziosa. Poco più a sud, i palazzi del potere: la residenza del primo ministro, il Parlamento, la Corte suprema. Arrivando dalla Waseda Dori, il santuario Yasukuni si apre dopo un lungo viale annunciato da un mastodontico torii, la porta dei luoghi sacri per lo shintoismo. Poco distante, seguendo il fiume, si entra nel parco dov'è la residenza dell'imperatore e il Budokan, il tempio delle arti marziali. I luoghi più importanti della tradizione nipponica sono tutti qui, in questa dozzina di chilometri quadrati.


Eppure, è in un angolo un po' nascosto del santuario Yasukuni che si svela la difficoltà di conciliare la contemporaneità con la tradizione, lo sport e il rito, le istanze occidentali di inclusività e parità dei sessi con le differenze di genere, le consuetudini e l'etichetta che lo spirito nipponico prevede. L'arena di sumo del santuario Yasukuni è tra le più sacre del Giappone, perché qui riposano le anime dei soldati (e degli animali) che hanno perso la vita mentre servivano l'imperatore, e fino al periodo Edo, tra 1600 e 1800, le donne non potevano assistere ai tornei, neanche pagando il biglietto, e figuriamoci diventare rikishi, lottatrici. Nessuno sa esattamente il perché di questa consuetudine a tenere lontane le femmine dalla lotta - regola che non esisteva per esempio tra i samurai, dove le onna bugeisha erano valide combattenti dell'aristocrazia. Secondo una leggenda gli dèi dei raccolti, chiamati ad assistere ai combattimenti di sumo, si sarebbero ingelositi della presenza femminile e si sarebbero vedicati sulle coltivazioni. E quindi ancora oggi la federazione giapponese resta fedele alle tradizioni, custode delle antiche regole. Ma c'è chi assicura che, lentamente, qualcosa stia cambiando.

Ufficialmente per le donne è severamente vietato mettere piede nel dohyo, il cerchio delimitato dalla paglia che rappresenta la vera zona di combattimento del sumo. È la parte più sacra, e infatti i lottatori la purificano prima di entrare spargendo il sale. Su ogni dohyo, in alto, c'è una specie di tetto a baldacchino, che ricorda quello di un tempio shintoista, come a confermare che si tratta di un rito religioso, più che sportivo. Ma la verità è che in Giappone il sumo non solo è seguitissimo dal sesso femminile, è anche praticato. A Mizuho, prefettura di Gifu, c'è la palestra della Asahi University, una delle più celebri dell'ambiente per il modo in cui le donne vengono allenate allo stesso modo degli uomini. L'unica differenza è nell'abbigliamento tradizionale: le donne indossano maglietta e pantaloncini sotto al mawashi, la cintura dei lottatori.


Il club dell'Asahi è nato una decina d'anni fa, e non è il solo: ce ne sono almeno sei in tutto il Paese. In fondo la trasformazione pop del sumo sta già avvenendo. A luglio è uscito nelle sale giapponesi il film The Chrysanthemum and the Guillotine, diretto da Takahisa Zeze, su una squadra di sumo femminile degli anni Venti che combatte per giustizia ed egualitarismo: la rivoluzione delle lottatrici.

Qualche anno fa, il dibattito sull'apertura alle donne nel sumo si era acceso per la prima volta perché a Fusae Ota, governatrice donna della prefettura di Osaka, era stato impedito di consegnare la coppa al vincitore di un torneo. Secondo le classifiche internazionali il Giappone è uno dei paesi più arretrati quando si tratta di gender equality, anche in politica, ed era sembrato un controsenso derogare alla tradizione della consegna del trofeo da parte dell'autorità pubblica pur di preservare la "purezza" declinata al maschile dell'arena. Per non parlare della scorsa primavera, quando lo scandalo mediatico ha fatto tremare l'establishment dell'arte tradizionale della lotta.

A Maizuru, cittadina nella prefettura di Kyoto, sta per iniziare un torneo, gli spalti sono pieni di spettatori. Il sindaco Ryozo Tatami entra nel dohyo e prende la parola per inaugurare il torneo. Dopo qualche secondo si accascia a terra, privo di sensi. Un gruppo di uomini in vestiti tradizionali accorre, lo scuote, ma lui non risponde. Una donna, seduta tra gli spalti, si avvicina e dice: Sono un medico. Scansa i soccorritori improvvisati e inizia il massaggio cardiaco. Tra il pubblico si sente un moto di sorpresa. Nel caos generale, altre due donne si avvicinano per aiutare. A quel punto l'arbitro dice al microfono: "Per favore, le donne vadano fuori dall'area". Lo ripete varie volte. Le tre si alzano, preoccupate, e infine fanno qualche passo indietro. Il video della vicenda è naturalmente finito online nel giro di poche ore, e a oggi è stato visualizzato un milione e mezzo di volte,  ricevendo l'attenzione di mezzo mondo. Soprattutto le risposte indignate delle femministe: può il rispetto di una tradizione maschilista essere più importante della vita di un uomo?, è il commento ricorrente.

Sui giornali occidentali il torneo di Maizuru si è trasformato nel simbolo della cultura maschilista nipponica, ma dall'altra parte del Pacifico, in realtà, la questione è più complessa, ed è stata sviscerata sul piano della storia, della religione e della tradizione, che è altra cosa rispetto alla cultura machista e maschiocentrica combattuta dal movimento #metoo. Nobuyoshi Hakkaku, presidente dell'Associazione giapponese di sumo, giorni dopo l'incidente è stato costretto a scrivere una lettera scusandosi per l'accaduto: "In una situazione che avrebbe potuto mettere a rischio la vita di una persona, abbiamo dato una risposta inadeguata. Ci scusiamo con le persone e ringraziamo le donne che hanno salvato il sindaco".


Fuori dal Giappone e dal sumo professionale, al quale le donne non hanno accesso, molti Paesi iniziano a darsi regole proprie per aumentare la popolarità dello sport. È il caso di Russia e Mongolia, che hanno una lunga tradizione di lottatrici donne, e ormai superano i giapponesi anche nelle competizioni internazionali. La mongola Bum-Erdene Tuvshinjargal, 17 anni, è un'icona delle pari opportunità in Asia. Eppure Jenelle Hamilton, membro della nazionale americana di sumo femminile, ha una visione della faccenda più articolata: "Negli Stati Uniti esistono circa 15 club di sumo, ma a differenza del sumo giapponese professionale qui tutti i club sono aperti alle donne. Il problema, semmai, è nel reclutare donne interessate a questo tipo di sport".

Non esiste discriminazione nel mondo del sumo americano? "Credo che le donne dovrebbero poter partecipare a qualunque disciplina. Tuttavia, bisogna continuare ad apprezzare la cultura e la storia giapponese che sono fondamentali per il sumo. Via via che il tempo scorre, ogni cosa si evolve. Il risultato di questa naturale trasformazione del sumo bisogna ancora vederla", dice Hamilton. Dopo l'episodio di Maizuru, quando poi altri media hanno domandato al board dell'Associazione se qualcosa sarebbe cambiato rispetto alle regole dell'ingresso delle donne all'interno dell'arena, la risposta è stata chiara: nulla. Almeno per ora. ?