Il ritorno di Obama, duellante-capo contro Trump
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINIL'ex presidente in campo come mai era accaduto con i suoi predecessori. Obiettivo: riportare gli elettori democratici alle urne
NEW YORK - Lo schermo diviso in due: è l’accorgimento che usa la Cnn per raccontare uno sviluppo inedito di questa campagna elettorale giunta alle ultime ore. Da una parte dello schermo vedi Donald Trump, dall’altra Barack Obama. Non è un confronto storico tra epoche diverse: no, i due vanno in onda letteralmente in sumultanea. Tutti e due in giro per il Paese a fare comizi negli stessi giorni e stessi orari (con particolare attenzione a Stati-chiave in bilico, come la Florida).
Non è la prima volta che un ex-presidente si presta a tornare in scena, su richiesta dei suoi compagni di partito, per appoggiare qualche candidato. Mai però c’era stato un impegno così sistematico da parte di un ex. Obama sta facendo gli straordinari. Sembra perfino ringiovanito (a qualcuno la pensione fa bene) e il suo carisma è intatto, la sua popolarità nella base democratica pure.
Il tema-guida dei suoi comizi: “C’è ch…
Non è la prima volta che un ex-presidente si presta a tornare in scena, su richiesta dei suoi compagni di partito, per appoggiare qualche candidato. Mai però c’era stato un impegno così sistematico da parte di un ex. Obama sta facendo gli straordinari. Sembra perfino ringiovanito (a qualcuno la pensione fa bene) e il suo carisma è intatto, la sua popolarità nella base democratica pure.
Il tema-guida dei suoi comizi: “C’è ch…
NEW YORK - Lo schermo diviso in due: è l’accorgimento che usa la Cnn per raccontare uno sviluppo inedito di questa campagna elettorale giunta alle ultime ore. Da una parte dello schermo vedi Donald Trump, dall’altra Barack Obama. Non è un confronto storico tra epoche diverse: no, i due vanno in onda letteralmente in sumultanea. Tutti e due in giro per il Paese a fare comizi negli stessi giorni e stessi orari (con particolare attenzione a Stati-chiave in bilico, come la Florida).
Non è la prima volta che un ex-presidente si presta a tornare in scena, su richiesta dei suoi compagni di partito, per appoggiare qualche candidato. Mai però c’era stato un impegno così sistematico da parte di un ex. Obama sta facendo gli straordinari. Sembra perfino ringiovanito (a qualcuno la pensione fa bene) e il suo carisma è intatto, la sua popolarità nella base democratica pure.
Il tema-guida dei suoi comizi: “C’è chi usa una propaganda fatta per dividerci, impaurirci, renderci rabbiosi. Ma voi martedì potete dire basta con questi comportamenti”. La differenza di stile e di sostanza col suo avversario è notevole, Obama predilige il pensiero positivo, vuole ispirare e galvanizzare. “Voi potete scegliere una visione più generosa dell’America, dove l’amore, la speranza hanno la meglio sull’odio”. Raramente nomina Trump in modo esplicito, però quando lo fa non esita a colpire duro: “Un bugiardo”.
Obama è in campo anche per difendere la più importante delle sue riforme, quella che i repubblicani stessi hanno ribattezzato incollandogli il suo nome: la riforma sanitaria detta appunto Obamacare. Contestatissima dalla destra, fu uno dei “carburanti” politici all’origine del Tea Party Movement, l’antesignano del fenomeno Trump.
Col passare degli anni, però, e soprattutto dopo che è stato sventato al Congresso il tentativo di Trump di cancellare quella riforma, Obamacare ha visto salire la sua popolarità. Chiamare al voto per eleggere una maggioranza democratica serve anche a impedire futuri assalti a quella riforma. Molto imperfetta ma pur sempre migliore del sistema precedente.
Obama ha una preoccupazione più generale, sullo stato di salute della democrazia americana. E' un tema al quale dedica gli sforzi della sua neonata Fondazione, con sedi a Chicago e a New York nel nuovo campus della Columbia University creato da Renzo Piano. Lì Obama sta formando una nuova classe dirigente, giovani che vogliono impegnarsi in responsabilità politiche e di governo. Sta anche indirizzando energie e risorse umane a indagare i mali oscuri della liberaldemocrazia occidentale, tutto ciò che ha consentito il fenomeno Trump.
La sfida numero uno che l’ex presidente affronta nei comizi, e che giustifica un suo ritorno in scena così vistoso, è l’affluenza alle urne. E' il tallone d’Achille della sinistra americana: la sproporzione tra la sua presenza nei media o sulle piazze, e l’assenza di tanti suoi elettori al momento più cruciale e decisivo.
C’è un dato impressionante che Obama conosce bene. Da anni è il partito democratico quello che vede scendere l’affluenza alle urne. Solo tra la prima elezione di Obama (2008) e la seconda (2012), sono scomparsi sei milioni di elettori democratici; poi tra la sua rielezione e il voto del 2016, altri tre milioni di democratici hanno preferito starsene a casa anziché votare per Hillary.
Nove milioni spariti nel nulla in otto anni. Una nazione delle dimensioni del Belgio e dell’Olanda, che si è chiamata fuori dalla democrazia. Nulla di simile è accaduto a destra, dove l’elettorato è più disciplinato e più consapevole della posta in gioco, anche per elezioni “noiose” come sono solitamente le legislative, prive del glamour fornito dal duello fra due personalità.
Può Obama contribuire a far risalire la partecipazione elettorale tra i suoi, come gli riuscì nel 2008? Basterebbe poco, in certe circoscrizioni il margine di distanza tra i candidati dei due partiti è minimo, anche un modesto ritorno alle urne di democratici assenteisti può fare la differenza. Giovani, neri, ispanici, sono tra le categorie che in passato hanno spesso deluso.
Qualche segnale positivo i democratici lo hanno avvistato negli ultimi giorni. L’impressione di un’elezione legislativa di mid-term meno “noiosa” del solito viene da 27 Stati dove il voto anticipato o per corrispondenza avrebbe già superato di molto l’ultimo del 2014. La drammatizzazione dello scontro, la personalità polarizzante di Trump, possono avere risvegliato gli elettori distratti o disillusi. Si tratta di verificare se questo effetto premia la sinistra o se c’è anche un compattamento dei repubblicani.
Non è la prima volta che un ex-presidente si presta a tornare in scena, su richiesta dei suoi compagni di partito, per appoggiare qualche candidato. Mai però c’era stato un impegno così sistematico da parte di un ex. Obama sta facendo gli straordinari. Sembra perfino ringiovanito (a qualcuno la pensione fa bene) e il suo carisma è intatto, la sua popolarità nella base democratica pure.
Il tema-guida dei suoi comizi: “C’è chi usa una propaganda fatta per dividerci, impaurirci, renderci rabbiosi. Ma voi martedì potete dire basta con questi comportamenti”. La differenza di stile e di sostanza col suo avversario è notevole, Obama predilige il pensiero positivo, vuole ispirare e galvanizzare. “Voi potete scegliere una visione più generosa dell’America, dove l’amore, la speranza hanno la meglio sull’odio”. Raramente nomina Trump in modo esplicito, però quando lo fa non esita a colpire duro: “Un bugiardo”.
Obama è in campo anche per difendere la più importante delle sue riforme, quella che i repubblicani stessi hanno ribattezzato incollandogli il suo nome: la riforma sanitaria detta appunto Obamacare. Contestatissima dalla destra, fu uno dei “carburanti” politici all’origine del Tea Party Movement, l’antesignano del fenomeno Trump.
Col passare degli anni, però, e soprattutto dopo che è stato sventato al Congresso il tentativo di Trump di cancellare quella riforma, Obamacare ha visto salire la sua popolarità. Chiamare al voto per eleggere una maggioranza democratica serve anche a impedire futuri assalti a quella riforma. Molto imperfetta ma pur sempre migliore del sistema precedente.
Obama ha una preoccupazione più generale, sullo stato di salute della democrazia americana. E' un tema al quale dedica gli sforzi della sua neonata Fondazione, con sedi a Chicago e a New York nel nuovo campus della Columbia University creato da Renzo Piano. Lì Obama sta formando una nuova classe dirigente, giovani che vogliono impegnarsi in responsabilità politiche e di governo. Sta anche indirizzando energie e risorse umane a indagare i mali oscuri della liberaldemocrazia occidentale, tutto ciò che ha consentito il fenomeno Trump.
La sfida numero uno che l’ex presidente affronta nei comizi, e che giustifica un suo ritorno in scena così vistoso, è l’affluenza alle urne. E' il tallone d’Achille della sinistra americana: la sproporzione tra la sua presenza nei media o sulle piazze, e l’assenza di tanti suoi elettori al momento più cruciale e decisivo.
C’è un dato impressionante che Obama conosce bene. Da anni è il partito democratico quello che vede scendere l’affluenza alle urne. Solo tra la prima elezione di Obama (2008) e la seconda (2012), sono scomparsi sei milioni di elettori democratici; poi tra la sua rielezione e il voto del 2016, altri tre milioni di democratici hanno preferito starsene a casa anziché votare per Hillary.
Nove milioni spariti nel nulla in otto anni. Una nazione delle dimensioni del Belgio e dell’Olanda, che si è chiamata fuori dalla democrazia. Nulla di simile è accaduto a destra, dove l’elettorato è più disciplinato e più consapevole della posta in gioco, anche per elezioni “noiose” come sono solitamente le legislative, prive del glamour fornito dal duello fra due personalità.
Può Obama contribuire a far risalire la partecipazione elettorale tra i suoi, come gli riuscì nel 2008? Basterebbe poco, in certe circoscrizioni il margine di distanza tra i candidati dei due partiti è minimo, anche un modesto ritorno alle urne di democratici assenteisti può fare la differenza. Giovani, neri, ispanici, sono tra le categorie che in passato hanno spesso deluso.
Qualche segnale positivo i democratici lo hanno avvistato negli ultimi giorni. L’impressione di un’elezione legislativa di mid-term meno “noiosa” del solito viene da 27 Stati dove il voto anticipato o per corrispondenza avrebbe già superato di molto l’ultimo del 2014. La drammatizzazione dello scontro, la personalità polarizzante di Trump, possono avere risvegliato gli elettori distratti o disillusi. Si tratta di verificare se questo effetto premia la sinistra o se c’è anche un compattamento dei repubblicani.