Potrebbe nascere in Libia lo Stato Islamico 2.0
Giampaolo Cadalanu , GIAMPAOLO CADALANUGli analisti della Rand Corporation: "Il caos del Paese offre una situazione parallela al 2009, quando si è affermata Al Qaeda nella penisola arabica"
Guerra per bande, minacce alle installazioni energetiche, traffico di esseri umani, migrazioni senza controllo: ovvio che il disordine della Libia sia una preoccupazione grave per tutta l’area del Mediterraneo, e per l’Italia in particolare. Ma allo scenario già noto va affiancata una riflessione ancora più inquietante.
La filiale libica dell’Isis, secondo gli analisti della Rand Corporation, è quella che ha le maggiori possibilità di riguadagnare sul terreno libico quello che l’organizzazione ha perso in Iraq e Siria. In altre parole: se le diverse coalizioni impegnate contro il sedicente Stato islamico ne hanno ormai spazzato via il radicamento territoriale, il nucleo fondante dell’organizzazione guidata da Abubakr al Baghdadi è ancora vivo, appare capace di ripartire con l’attività terroristica e la Libia sembra il posto ideale per questa rinascita.
La situazione presenta caratteristiche parallele a que…
La filiale libica dell’Isis, secondo gli analisti della Rand Corporation, è quella che ha le maggiori possibilità di riguadagnare sul terreno libico quello che l’organizzazione ha perso in Iraq e Siria. In altre parole: se le diverse coalizioni impegnate contro il sedicente Stato islamico ne hanno ormai spazzato via il radicamento territoriale, il nucleo fondante dell’organizzazione guidata da Abubakr al Baghdadi è ancora vivo, appare capace di ripartire con l’attività terroristica e la Libia sembra il posto ideale per questa rinascita.
La situazione presenta caratteristiche parallele a que…
Guerra per bande, minacce alle installazioni energetiche, traffico di esseri umani, migrazioni senza controllo: ovvio che il disordine della Libia sia una preoccupazione grave per tutta l’area del Mediterraneo, e per l’Italia in particolare. Ma allo scenario già noto va affiancata una riflessione ancora più inquietante.
La filiale libica dell’Isis, secondo gli analisti della Rand Corporation, è quella che ha le maggiori possibilità di riguadagnare sul terreno libico quello che l’organizzazione ha perso in Iraq e Siria. In altre parole: se le diverse coalizioni impegnate contro il sedicente Stato islamico ne hanno ormai spazzato via il radicamento territoriale, il nucleo fondante dell’organizzazione guidata da Abubakr al Baghdadi è ancora vivo, appare capace di ripartire con l’attività terroristica e la Libia sembra il posto ideale per questa rinascita.
La situazione presenta caratteristiche parallele a quella che fra il 2009 e il 2015 ha visto l’affermazione, fra le diverse branche di Al Qaeda, di Aqap, “Al Qaeda nella penisola arabica”, nata dalla fusione delle filiali yemenita e saudita una decina d’anno dopo che la sezione centrale della rete di Osama Bin Laden era stata costretta a fuggire dall’Afghanistan. Negli anni di cui si parla, Aqap era riuscita a colpire pesantemente l’Occidente, mentre la sezione centrale doveva difendersi dall’offensiva americana.
Altra similitudine è la capacità comunicativa, che Aqap doveva alla popolarità dell’imam americano-yemenita Anwar al-Awlaki, capace di diffondere i messaggi d’odio anche dopo la propria morte, grazie alla rete Internet. In più, Aqap aveva l’abitudine di tener d’occhio le realtà locali dei militanti, ma allo stesso tempo puntava a colpire all’estero, come negli attentati di Parigi del 2015.
Così come in quegli anni era lo Yemen, oggi è la Libia ad avere le potenzialità per diventare a breve una pericolosa roccaforte per gruppi del terrore, dicono alla Rand: il territorio è colmo di armi, non c’è un governo riconosciuto né un’autorità sovrana. In più, l’ex Jamahiriya è un punto di riferimento e di passaggio fondamentale per ogni jihadista, vista la vicinanza alle coste europee.
E la sezione libica dell’Isis sembra avere le carte in regola per diventare un punto di riferimento del jihadismo internazionale: può vantare un ruolo negli attentati al mercato natalizio di Berlino nel 2016 e al concerto di Manchester nel 2017, due fra gli attacchi più sanguinosi sul Vecchio continente. In più, è considerata responsabile delle stragi in Tunisia, l’attacco al museo del Bardo e la strage di turisti sulla spiaggia di Sousse. Le informazioni trapelate dall’intelligence parlano di un alto livello organizzativo, con una “Brigata del deserto” e addirittura un “Ufficio immigrazione”, che sarebbe specializzato in attentati all’estero.
Insomma, l’allarme è reale, e riguarda soprattutto la parte Sud dell’Europa, con l’Italia in prima fila. Se non si avvia la stabilizzazione della Libia, dicono gli esperti, il rischio non è solo la fondazione di un nuovo Califfato, ma la creazione di un centro per operazioni terroristiche globali.
La filiale libica dell’Isis, secondo gli analisti della Rand Corporation, è quella che ha le maggiori possibilità di riguadagnare sul terreno libico quello che l’organizzazione ha perso in Iraq e Siria. In altre parole: se le diverse coalizioni impegnate contro il sedicente Stato islamico ne hanno ormai spazzato via il radicamento territoriale, il nucleo fondante dell’organizzazione guidata da Abubakr al Baghdadi è ancora vivo, appare capace di ripartire con l’attività terroristica e la Libia sembra il posto ideale per questa rinascita.
La situazione presenta caratteristiche parallele a quella che fra il 2009 e il 2015 ha visto l’affermazione, fra le diverse branche di Al Qaeda, di Aqap, “Al Qaeda nella penisola arabica”, nata dalla fusione delle filiali yemenita e saudita una decina d’anno dopo che la sezione centrale della rete di Osama Bin Laden era stata costretta a fuggire dall’Afghanistan. Negli anni di cui si parla, Aqap era riuscita a colpire pesantemente l’Occidente, mentre la sezione centrale doveva difendersi dall’offensiva americana.
Altra similitudine è la capacità comunicativa, che Aqap doveva alla popolarità dell’imam americano-yemenita Anwar al-Awlaki, capace di diffondere i messaggi d’odio anche dopo la propria morte, grazie alla rete Internet. In più, Aqap aveva l’abitudine di tener d’occhio le realtà locali dei militanti, ma allo stesso tempo puntava a colpire all’estero, come negli attentati di Parigi del 2015.
Così come in quegli anni era lo Yemen, oggi è la Libia ad avere le potenzialità per diventare a breve una pericolosa roccaforte per gruppi del terrore, dicono alla Rand: il territorio è colmo di armi, non c’è un governo riconosciuto né un’autorità sovrana. In più, l’ex Jamahiriya è un punto di riferimento e di passaggio fondamentale per ogni jihadista, vista la vicinanza alle coste europee.
E la sezione libica dell’Isis sembra avere le carte in regola per diventare un punto di riferimento del jihadismo internazionale: può vantare un ruolo negli attentati al mercato natalizio di Berlino nel 2016 e al concerto di Manchester nel 2017, due fra gli attacchi più sanguinosi sul Vecchio continente. In più, è considerata responsabile delle stragi in Tunisia, l’attacco al museo del Bardo e la strage di turisti sulla spiaggia di Sousse. Le informazioni trapelate dall’intelligence parlano di un alto livello organizzativo, con una “Brigata del deserto” e addirittura un “Ufficio immigrazione”, che sarebbe specializzato in attentati all’estero.
Insomma, l’allarme è reale, e riguarda soprattutto la parte Sud dell’Europa, con l’Italia in prima fila. Se non si avvia la stabilizzazione della Libia, dicono gli esperti, il rischio non è solo la fondazione di un nuovo Califfato, ma la creazione di un centro per operazioni terroristiche globali.