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(reuters)

Riad dopo la notte

Dall'estero, con il brutale omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi, la leadership del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman sembra in discussione. Ma in patria nessuno ha voglia di tornare indietro sulle riforme. Qualunque sia il prezzo da pagare
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Al park mall di Riad ci sono aree dove non filtra mai la luce del giorno: quella con le macchinine a scontro, i trenini elettrici e i videogiochi è un antro buio, illuminato solo dalle lampadine colorate e dalle scritte luminose. A pochi metri di distanza c'è l'ingresso del Vox, il cinema più grande della città e del Paese. Gli hollywoodiani Goosebump e First Man sono i titoli del momento, con un paio di blockbuster egiziani. C'è voglia di distrarsi in attesa dell'arrivo del fine settimana, che qui inizia di giovedì. Non ci sarebbe nulla di strano se questa non fosse la capitale dell'Arabia Saudita, un luogo in cui ancora due anni fa la musica in pubblico era vietata e fino all'aprile scorso i cinema erano banditi. 

Siamo in un Paese che nelle ultime settimane si è ritrovato sotto attacco da parte della stampa e delle cancellerie occidentali come non accadeva dai tempi dell'11 settembre 2001. Il casus b…
Al park mall di Riad ci sono aree dove non filtra mai la luce del giorno: quella con le macchinine a scontro, i trenini elettrici e i videogiochi è un antro buio, illuminato solo dalle lampadine colorate e dalle scritte luminose. A pochi metri di distanza c'è l'ingresso del Vox, il cinema più grande della città e del Paese. Gli hollywoodiani Goosebump e First Man sono i titoli del momento, con un paio di blockbuster egiziani. C'è voglia di distrarsi in attesa dell'arrivo del fine settimana, che qui inizia di giovedì. Non ci sarebbe nulla di strano se questa non fosse la capitale dell'Arabia Saudita, un luogo in cui ancora due anni fa la musica in pubblico era vietata e fino all'aprile scorso i cinema erano banditi. 

Siamo in un Paese che nelle ultime settimane si è ritrovato sotto attacco da parte della stampa e delle cancellerie occidentali come non accadeva dai tempi dell'11 settembre 2001. Il casus belli è stato, naturalmente, l'omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi all'interno del consolato saudita di Istanbul il 2 ottobre. Apparentemente le polemiche che per settimane hanno occupato le prime pagine dei giornali occidentali, qui al Park Mall non hanno lasciato traccia: ci sono famiglie con bambini e gruppi (rigorosamente divisi per sessi) di amici a passeggio. Gente come Radwan, 23 anni, studente di ingegneria, che ha scelto questo lunedì per andare al cinema per la prima volta nella vita: "Nel weekend è pieno di gente. E io volevo godermi questa esperienza in tranquillità", dice, mentre compra i biglietti sullo schermo touch. Radwan è tranquillo e amichevole, ma appena gli si nomina il caso Khashoggi si irrigidisce: "Sono certo che si sia trattato di un errore. L'Arabia Saudita ha fatto tantissimo per aprirsi in questi ultimi anni: non accetteremo di mettere tutto a rischio". Khlood, 25enne in cerca di impiego, si tiene a distanza. Ha il volto scoperto ed è venuta in auto con un'amica, un altro segno dei tempi: qui le donne possono guidare solo da giugno. Il velo morbido sui capelli e l'abaya colorata raccontano che è una ragazza moderna: ma le convenzioni sociali sono troppo forti perché intervenga nella conversazione con un uomo che non conosce. Appena Radwan si allontana però, getta lì una frase piena di stizza in inglese: "Quello che è accaduto non ci interessa: non vogliamo tornare indietro. Vogliamo andare al cinema, guidare ed essere come tutti gli altri". 

Khlood va via senza nominare Mohammed Bin Salman, 33 anni, il principe ereditario che guida il Paese per conto del padre, re Salman, 83 anni, e che le prove raccolte dai turchi sembrano indicare come il mandante, almeno morale, dell'omicidio Khashoggi. Ma non ci vuole molto a capire che nei loro discorsi la ragazza, come il coetaneo, facciano riferimento a lui. Da tre anni a questa parte, quando è arrivato al potere al fianco del padre, Mbs, come tutti lo chiamano, è il volto della nuova Arabia Saudita: a lui si devono le riforme sociali e quelle economiche, tutte volte a sganciare il Paese dalla dipendenza dal petrolio. L'apertura dei cinema, i concerti e gli spettacoli teatrali a cui uomini e donne possono assistere insieme (cosa vietatissima nel passato) sono idee sue. Ma lo sono anche la guerra in Yemen, che ha ridotto alla fame una nazione già poverissima, l'embargo al Qatar, che ha spaccato l'unità dei Paesi del Golfo, e le retate di dissidenti o presunti tali che hanno portato il terrore nel regno, costringendo al silenzio o all'esilio chi, come Khashoggi, ha idee anche lievemente critiche. 

In Arabia Saudita l'immagine del principe è onnipresente: fissa i passanti da cartelloni appesi a ogni angolo di strada e sui palazzi più importanti. Trionfa sulle prime pagine dei giornali. E i riferimenti a Vision 2030, il suo programma-manifesto per il cambiamento del regno, sono d'obbligo in ogni evento ufficiale: che si tratti di sport, di spettacoli, di scienza o di economia. Lo scandalo Khashoggi, le parole durissime dei tanti politici americani ed europei che lo hanno definito pericoloso e fuori controllo, non sembrano aver scalfito il suo profilo in patria. L'Arabia Saudita di oggi e di domani, proclamano senza dubbio i cartelloni, ha il volto del giovane che con i suoi 33 anni ha portato nei luoghi del potere le istanze del 70 per cento della popolazione, i giovani con meno di 30 anni. Nel caso vi fossero dubbi i media rilanciano: quello che è accaduto a Istanbul è opera di un gruppo di cani sciolti e non deve mettere in discussione la strada intrapresa. Né la leadership del Paese: che siano increduli, spaventati o pieni di rabbia, i sauditi sembrano pronti ad abbracciare questa tesi come il male minore. 

"Le riforme di Mbs gli hanno conquistato il consenso della maggior parte dei giovani e delle donne, perché hanno dato loro opportunità che mai prima si erano viste. E c'è anche da dire che oggi non si vedono molte alternative: il prncipe ha passato i primi due anni al potere a distruggere tutto ciò che non era legato a lui. Così è il protagonista unico", spiega Cinzia Bianco, analista del think tank americano Gulf State Analitic. 

Eppure, a guardare bene, la situazione è più complessa. Mai come dopo il caso Khashoggi l'Arabia Saudita è il Paese del silenzio: lavorare qui non è mai stato facile per chi di mestiere fa domande, ma ora la maggior parte delle persone si rifiutano di parlare, terrorizzate dalle conseguenze. Email e messaggi WhatsApp restano senza risposta, contatti coltivati per anni si scusano dichiarando di trovarsi all'estero e anche i rappresentanti governativi si negano. La morte del giornalista ha fatto crescere a dismisura la paura latente in certi settori della società: da quando Mbs è al potere il pugno sulla società civile, sugli oppositori e su chiunque avesse un minimo di pensiero critico si è stretto di giorno in giorno. Prima sono arrivati i divieti di espatrio e le intimidazioni, poi il blocco degli account social e le armate di troll pro-governativi, infine le ondate di arresti. In carcere sono finiti giornalisti, scrittori, islamisti, attiviste, avvocati. Oltre che membri della famiglia reale e dell'establishment, accusati di corruzione. "Il principe sta cercando di cambiare tutto in questo Paese: e ce ne era molto bisogno. È una sfida enorme, la sta combattendo a modo suo. Ha poco tempo e non agisce sempre in maniera ortodossa, ma questa non è l'Europa", commenta un diplomatico occidentale a Riad. 

Un piccolo dato illustra bene la situazione: secondo il dipartimento della Sicurezza interna americana, i sauditi che hanno chiesto asilo politico negli Usa sono cresciuti di anno in anno da quando il principe è arrivato al potere. Piccoli numeri, meno di 50 persone nel 2017, ma nessun altro Paese del Golfo ha registrato trend simili. Per gli attivisti già all'estero, queste cifre non sono che un indicatore di una realtà più ampia: "Il numero di persone che vivono in esilio senza chiedere asilo, come aveva scelto di fare Khashoggi, è molto alto", dice Hana al Khamri, giornalista che in Arabia Saudita è cresciuta per poi cercare lei stessa rifugio in Europa. 

A Riad la tensione sotterranea si percepisce benissimo. "Non siamo contenti, affatto. Anzi, siamo pieni di rabbia", sintetizza un'accademica che, come tanti, accetta di parlare solo con la promessa di anonimato: "La vicenda Khashoggi fa tornare l'intero Paese indietro. Ci abbiamo messo anni a liberarci dallo stigma dell'11 settembre, dalla diffidenza che ci accompagnava in ogni aeroporto o in ogni conferenza internazionale. E ora eccoci tornati al punto 0, se non al - 1. Non so se Mbs sia coinvolto: ma di certo so che tutto questo rovina il lavoro di quelli come me che stanno cercando di cambiare il Paese, facendo al meglio la propria parte".  La professoressa sospira, e poi riprende: "Il processo di riforme non deve fermarsi. Dobbiamo andare avanti e possiamo farlo solo con lui: anche se fosse colpevole. Per voi occidentali è diverso. Parlate di diritti umani ma non potete neanche immaginare quanto abbiamo sofferto qui, soprattutto noi donne, nel passato. Nessun diritto, nessuna possibilità. Ora stiamo finalmente diventando un Paese normale. E lo stiamo facendo grazie alle idee di Mohammed Bin Salman. Se errori come quello di Khashoggi sono il prezzo da pagare sulla strada del cambiamento, a malincuore, li pagheremo. Mbs forse dopo questa storia sarà più saggio. Inshallah, se Dio vuole". 

Quale sarà il destino di Mohammed Bin Salman e come il caso Khashoggi cambierà la sua traiettoria è quella che in queste settimane gli analisti hanno definito "la domanda da un miliardo di dollari". L'ipotesi più accreditata è che rimanga al comando, ma che il padre gli costruisca intorno una rete di protezione fatta di uomini di grande esperienza, cercando anche di compattargli dietro le tante frange degli Al Saud. L'idea di una rivolta interna alla famiglia sembra al momento messa da parte, se non altro per mancanza di candidati abbastanza forti. Ma prevedere il futuro è impossibile. "Più critiche arrivano al principe ereditario, più lui si rafforza all'interno del regno. Questo è perché i sauditi oggi pensano che il loro leader sia ingiustamente attaccato. Ciò vale anche all'interno della famiglia reale", ha detto al Washington Post Turki al Faisal, uno dei principi più importanti del regno, a lungo protettore e amico di Jamal Khashoggi. Parole che sembrano cogliere in pieno l'umore dei ragazzi di Riad: quelli del Park Mall come quelli che hanno accolto come una rockstar il principe alle sue prime apparizioni pubbliche dopo lo scandalo. "Nelle azioni (...) massime de' principi (...) si guarda al fine", scriveva Niccolò Macchiavelli. Se le azioni sono volte a "vincere e mantenere lo Stato (...) i mezzi saranno sempre ritenuti onorevoli e da ciascuno lodati": Non è dato di sapere se nelle librerie saudite sia disponibile Il Principe: ma qualcuno da queste parti sembra aver appreso la lezione.