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Il premier etiope Abiy Ahmed (afp)

L’Abiy-mania nella nuova Etiopia dei miracoli

La pace con l’Eritrea, le donne al potere, il no alle etnie. Ed è già culto del leader
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ADDIS ABEBA. Il nuovo premier ti sorride ovunque, dalle magliette che tutti indossano in città, dagli adesivi applicati sui parabrezza delle auto e dai tanti manifesti che lo ritraggono dignitosamente seduto a una scrivania o con il braccio oratoriamente proteso durante un suo comizio. La chiamano l’Abiy-mania, la straordinaria popolarità che s’è guadagnato Abiy Ahmed in poco più di sette mesi. Ma l’espressione non basta a descrivere il fascino messianico che esercita sugli etiopi questo politico di 42 anni di etnia Oromo, il gruppo etnico maggioritario e anche il più marginalizzato. «Ha ereditato un Paese in stato d’emergenza, con un governo intollerante a ogni critica, con violente proteste etniche e in guerra da vent’anni con il vicino eritreo. Dal 2 aprile scorso, il premier ha fatto cessare le manifestazioni di piazza, ha liberato migliaia di prigionieri politici e ha firmato la pace con l’Eritrea. Non s…
ADDIS ABEBA. Il nuovo premier ti sorride ovunque, dalle magliette che tutti indossano in città, dagli adesivi applicati sui parabrezza delle auto e dai tanti manifesti che lo ritraggono dignitosamente seduto a una scrivania o con il braccio oratoriamente proteso durante un suo comizio. La chiamano l’Abiy-mania, la straordinaria popolarità che s’è guadagnato Abiy Ahmed in poco più di sette mesi. Ma l’espressione non basta a descrivere il fascino messianico che esercita sugli etiopi questo politico di 42 anni di etnia Oromo, il gruppo etnico maggioritario e anche il più marginalizzato. «Ha ereditato un Paese in stato d’emergenza, con un governo intollerante a ogni critica, con violente proteste etniche e in guerra da vent’anni con il vicino eritreo. Dal 2 aprile scorso, il premier ha fatto cessare le manifestazioni di piazza, ha liberato migliaia di prigionieri politici e ha firmato la pace con l’Eritrea. Non solo, il mese scorso è stata nominata per la prima volta nella nostra storia una donna presidente della Repubblica, un’altra ministro della giustizia, una terza ministro della Difesa e una quarta presidente della Corte suprema. Come se non bastasse, in una nazione profondamente maschilista, è anche donna più della metà dei membri del nuovo governo», spiega Meles Yusuf, oppositore del regime, rientrato ad Addis Abeba dopo molti anni d’esilio.

Già, Abiy sta coraggiosamente rivoluzionando un Paese di 104 milioni di abitanti, e lo fa a velocità da primato, promuovendo riforme che hanno tutte riscosso un enorme consenso. Dice ancora Meles Yusuf: «Tutto sta accadendo molto in fretta, con gli etiopi che ogni giorno si chiedono quale sarà la prossima sorpresa di questo leader che nessuno conosceva, salvo forse nella sua Oromia natale». Ora, il neo premier non rivendica l’appartenenza a nessuna tribù o etnia, dichiarandosi anzitutto etiope ed esprimendosi perfettamente nelle tre principali lingue del Paese, amarico, tigrino e oromo.

Per sedare le rivolte etniche che il suo predecessore negli ultimi anni aveva represso nel sangue, Abiy usa uno slogan che ora tutti ripetono come un mantra: «Muoviamoci assieme». Non solo. Sulla carta d’identità era necessario indicare anche a quale delle 68 etnie si apparteneva, che fosse gamogna, guaragigna o somali. Ebbene, una delle sue prime misure è stata l’eliminazione di questa specifica: un gesto semplice, altamente simbolico e subito apprezzato dalla maggioranza degli etiopi, i quali hanno cominciato ad amarlo dal primo giorno. Infatti, la sua nomina è stata festeggiata nella piazza principale di Addis Abeba da migliaia di persone. E nessuno ricorda una Piazza Meskel così gremita, come se avessero tutti previsto la stabilità che Abiy, figlio di madre cristiana e di padre musulmano, avrebbe portato nel Paese.

Quando chiediamo a Meles Yusuf come ha fatto Abiy a conquistare in così poco tempo la fiducia di chi negli ultimi decenni è stato oppresso dalle élite del suo stesso partito, il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiope, lui risponde che c’è riuscito grazie alla sua salomonica saggezza: «È immediatamente nato il culto della sua personalità, nell’accezione migliore del termine, che lo stesso premier alimenta con abilità raccontando, per esempio, che quand’era piccolo, sua madre gli ripeteva che tra i suoi sette fratelli lui era il solo che un giorno avrebbe governato il Paese».

Fine conoscitore dell’apparato politico etiope per aver lavorato nei servizi dell’intelligence, il primo ministro ha lui stesso sperimentato un’esperienza da esule per aver studiato negli Stati Uniti, da dove ha comunque scelto di tornare per mettersi al servizio del Paese. Secondo Chiara Biffi, da cinque anni in Etiopia e capo dei progetti di sviluppo dell’ong padovana “Cuamm medici con l’Africa”, la grande svolta impressa da Abiy consiste nell’aver ridato speranza ai giovani. «Sono quasi scomparsi i militari che fino al suo arrivo presidiavano ogni strada della capitale. E poi, se il precedente governo considerava terroristi tutti gli oppositori, Abiy non solo ne ha scarcerati a migliaia ma si è fatto anche fotografare sorridente mentre stringe la mano al leader dell’opposizione, appena rientrato dagli Stati Uniti. Anche per noi operatori delle organizzazioni umanitarie le cose stanno cambiando in meglio, poiché dal suo arrivo al potere abbiamo meno ostacoli per portare avanti il nostro lavoro. Per quanto riguarda le quote rosa del suo governo, tanto di cappello, perché le ha giustificate sostenendo che le donne lavorano di più degli uomini e sono più difficilmente corruttibili», spiega la Biffi.

Ma agli occhi di molti il suo capolavoro politico è senz’altro la riconciliazione con l’Eritrea dopo una guerra che tra il 1998 e il 2000 ha mietuto 100mila vittime e che fino a pochi a mesi fa si riaccendeva di continuo al confine tra i due Paesi. Abiy ha concordato con il dittatore eritreo Isaias Afewerki la riapertura delle rispettive ambasciate e la ripresa del commercio. Sono state ristabilite le linee telefoniche tra i due Stati, interrotte vent’ anni fa, e la rotta aerea tra le capitali. «Per i giovani è importante essere testimoni di tali cambiamenti realizzati senza spargimento di sangue», conclude Meles Yusuf. Del resto, l’obiettivo principale
di Abiy è proprio quello di far capire agli etiopi che la vendetta porterà solo altra violenza. E che il perdono può anche significare giustizia.