Thai boxe sotto accusa dopo la morte di un bambino sul ring
La tragica morte di un ragazzino di 13 anni, Anucha Tasako, ha riacceso in Thailandia la controversia sui combattimenti professionali tra ragazzini. Anucha è morto dopo essere finito al tappeto con un knockout durante un incontro all'inizio del mese di novembre. A 13 anni aveva già 174 match al suo attivo, avendo cominciato quando aveva appena 8 anni. E' morto di emorragia cereberale dopo essere stato colpito dal suo avversario il 10 novembre scorso. I sostenitori del Muay Thai (così si chiama lo sport) sostengono che la sua morte è legata a una serie di incidenti casuali: l'arbitro non ha fermato in tempo l'incontro, il medico non era presente, insomma delle anomalie rispetto alle procedure usuali. Ma c'è una forte pressione affinché questa pratica venga regolamentata e l'età limitata. I legislatori hanno di recente passato un provvedimento che impedisce ai bambini di meno di 12 anni di affrontare incontri di boxe che, a volte, si sono rivelati fatali anche per gli adulti, come nel caso dell'italiano Christian Daghio, 49 anni, una vera leggenda in questo sport, morto il 2 novembre dopo essere stato una settimana in coma per un colpo subito durante un combattimento a Bangkok. Ma per i bambini la situazione è sicuramente più delicata: un recente studio medico dell'ospedale Ramathibodi di Bangkok ha messo a confronto lo sviluppo cerebrale di ragazzini che praticano la boxe thailandese e altri che non ne sono coinvolti, dimostrando che la pratica provoca danni cerebrali irreversibili e progressivi nello sviluppo dei bambini. I sostenitori del Muay Thai sostengono che questo sport fa parte della tradizione e della cultura thailandese. Ma per molte famiglie povere avviare un figlio fin da piccolo alla carriera di boxeur è anche un modo per uscire dalle ristrettezze economiche.