Lo stanno distruggendo lentamente. Con una detenzione a tempo indefinito, che va avanti da otto anni, senza via d'uscita. Julian Assange è diventata l'icona più nota delle battaglie per la libertà di informazione e la sfida a tutti i segreti di Stato. Ma alla reclusione nell'ambasciata londinese dell'Ecuador, negli ultimi tempi, si è aggiunta anche una condizione di isolamento, imposizioni e pressioni che non sembrano avere altro scopo che quello di farlo crollare. Una morsa per demolire la sua resistenza psichica e fisica fino alle estreme conseguenze o spingerlo a lasciare la residenza diplomatica, decretando la sua fine: arrestato dalle autorità inglesi, estradato negli Usa e rinchiuso in una prigione per avere pubblicato i documenti top secret. Oggi Julian Assange è in condizioni precarissime.
Dopo otto mesi di tentativi, Repubblica è riuscita ad avere accesso al fondatore di WikiLeaks: dal marzo scorso l'attual…
Dopo otto mesi di tentativi, Repubblica è riuscita ad avere accesso al fondatore di WikiLeaks: dal marzo scorso l'attual…
Lo stanno distruggendo lentamente. Con una detenzione a tempo indefinito, che va avanti da otto anni, senza via d'uscita. Julian Assange è diventata l'icona più nota delle battaglie per la libertà di informazione e la sfida a tutti i segreti di Stato. Ma alla reclusione nell'ambasciata londinese dell'Ecuador, negli ultimi tempi, si è aggiunta anche una condizione di isolamento, imposizioni e pressioni che non sembrano avere altro scopo che quello di farlo crollare. Una morsa per demolire la sua resistenza psichica e fisica fino alle estreme conseguenze o spingerlo a lasciare la residenza diplomatica, decretando la sua fine: arrestato dalle autorità inglesi, estradato negli Usa e rinchiuso in una prigione per avere pubblicato i documenti top secret. Oggi Julian Assange è in condizioni precarissime.
Dopo otto mesi di tentativi, Repubblica è riuscita ad avere accesso al fondatore di WikiLeaks: dal marzo scorso l'attuale governo di Quito, guidato dal presidente Lenin Moreno, gli aveva tagliato ogni contatto con l'esterno, ad eccezione dei suoi legali. Niente amici, niente visite di star o giornalisti, niente telefono, niente internet. Per una persona normale sarebbe già un isolamento pesantissimo. Per Julian Assange, che è chiuso lì dentro da sei anni, è devastante, anche perché internet, per lui, non è un accessorio: è il suo mondo.
Lo troviamo tanto dimagrito. Troppo: appare scheletrico e neppure il maglione invernale riesce a nascondere le spalle ossute. Il volto, catturato dai fotografi di mezzo mondo, è molto teso. Barba e capelli bianchi e lunghi gli danno un aspetto da eremita, ma non da fuori di testa, perché fin dal primo scambio di saluti, è chiaro che lui è lucidissimo, razionale. Nonostante l'isolamento quasi assoluto che avrebbe piegato chiunque, Assange non ha ceduto: si dedica a riflettere e a prepararsi in vista dei procedimenti giudiziari statunitensi. Ma rimane per ore e giorni in solitudine totale, con l'esclusione di visite eccezionali e dei controlli dell'azienda dell'azienda di security che sorveglia l'ambasciata.
È completamente solo tutti i fine settimana. È solo tutta la notte, in un edificio imbracato da un ponteggio edile, che potrebbe rendere possibili anche intrusioni notturne da parte di sconosciuti. L'ambasciata è problematica anche per i giornalisti: per potergli parlare le autorità ecuadoriane ci hanno richiesto "La marca, il modello, il numero seriale, il numero di IMEI e il numero di ogni telefono, tablet, computer, telecamera e altro equipaggiamento elettronico che il visitatore intende portare in ambasciata e vuole tenere con sé durante l'incontro". Si tratta di una richiesta che espone i giornalisti a un rischio di sorveglianza delle proprie comunicazioni a dir poco devastante. Ma fornire i dati è stato inutile, perché i telefoni sono stati comunque sequestrati all'ingresso.
L'atmosfera rilassata, che avevamo trovato all'interno dell'edificio in sei anni di visite, non esiste più. Il diplomatico ecuadoriano che ha sempre sostenuto il fondatore di WikiLeaks, Fidel Narvaez, è stato allontanato. Perfino il gatto non c'è più: con le sue cravatte a righe e gli agguati alle palline dell'albero di Natale nell'ingresso dell'ambasciata, per anni aveva sdrammatizzato l'atmosfera. Julian ha preferito rinunciare alla sua compagnia per salvarlo dalla reclusione in un'unica stanza e concedergli una vita più salubre.
La notizia, emersa la settimana scorsa, che esiste un ordine di incriminazione del governo americano contro di lui, che doveva rimanere segreto fino a quando il fondatore di WikiLeaks non potesse più evitare l'arresto, conferma quanto Assange ha temuto per anni. Ora, è in attesa che le accuse vengano desecretate, ma non rilascia dichiarazioni: il rischio che la protezione dell'Ecuador gli venga improvvisamente revocata, magari a causa di qualche affermazione pubblica, oggi, non è irreale.
Due anni fa, il Working Group dell'Onu sulla detenzione arbitraria (Unwgad) ha stabilito che l'Inghilterra (e a quel tempo anche la Svezia) è responsabile della detenzione arbitraria di Julian Assange, dovrebbe liberarlo e risarcirlo. Londra non l'ha presa bene: ha fatto appello contro la decisione, ma ha perso e da allora ignora il provvedimento. I media inglesi non hanno mai richiamato il loro governo al rispetto di essa, anzi alcuni hanno criticato l'organismo dell'Onu. Se nei prossimi mesi Assange finirà nelle mani delle autorità britanniche e gli Usa ne chiederanno l'estradizione, i giornali di Londra come si schiereranno? Oggi più che mai la vita del fondatore di WikiLeaks è nelle mani dell'opinione pubblica e di uno dei pochi poteri che hanno come missione quella di frenare i peggiori istinti dei governi: la stampa.
Dopo otto mesi di tentativi, Repubblica è riuscita ad avere accesso al fondatore di WikiLeaks: dal marzo scorso l'attuale governo di Quito, guidato dal presidente Lenin Moreno, gli aveva tagliato ogni contatto con l'esterno, ad eccezione dei suoi legali. Niente amici, niente visite di star o giornalisti, niente telefono, niente internet. Per una persona normale sarebbe già un isolamento pesantissimo. Per Julian Assange, che è chiuso lì dentro da sei anni, è devastante, anche perché internet, per lui, non è un accessorio: è il suo mondo.
Lo troviamo tanto dimagrito. Troppo: appare scheletrico e neppure il maglione invernale riesce a nascondere le spalle ossute. Il volto, catturato dai fotografi di mezzo mondo, è molto teso. Barba e capelli bianchi e lunghi gli danno un aspetto da eremita, ma non da fuori di testa, perché fin dal primo scambio di saluti, è chiaro che lui è lucidissimo, razionale. Nonostante l'isolamento quasi assoluto che avrebbe piegato chiunque, Assange non ha ceduto: si dedica a riflettere e a prepararsi in vista dei procedimenti giudiziari statunitensi. Ma rimane per ore e giorni in solitudine totale, con l'esclusione di visite eccezionali e dei controlli dell'azienda dell'azienda di security che sorveglia l'ambasciata.
È completamente solo tutti i fine settimana. È solo tutta la notte, in un edificio imbracato da un ponteggio edile, che potrebbe rendere possibili anche intrusioni notturne da parte di sconosciuti. L'ambasciata è problematica anche per i giornalisti: per potergli parlare le autorità ecuadoriane ci hanno richiesto "La marca, il modello, il numero seriale, il numero di IMEI e il numero di ogni telefono, tablet, computer, telecamera e altro equipaggiamento elettronico che il visitatore intende portare in ambasciata e vuole tenere con sé durante l'incontro". Si tratta di una richiesta che espone i giornalisti a un rischio di sorveglianza delle proprie comunicazioni a dir poco devastante. Ma fornire i dati è stato inutile, perché i telefoni sono stati comunque sequestrati all'ingresso.
L'atmosfera rilassata, che avevamo trovato all'interno dell'edificio in sei anni di visite, non esiste più. Il diplomatico ecuadoriano che ha sempre sostenuto il fondatore di WikiLeaks, Fidel Narvaez, è stato allontanato. Perfino il gatto non c'è più: con le sue cravatte a righe e gli agguati alle palline dell'albero di Natale nell'ingresso dell'ambasciata, per anni aveva sdrammatizzato l'atmosfera. Julian ha preferito rinunciare alla sua compagnia per salvarlo dalla reclusione in un'unica stanza e concedergli una vita più salubre.
La notizia, emersa la settimana scorsa, che esiste un ordine di incriminazione del governo americano contro di lui, che doveva rimanere segreto fino a quando il fondatore di WikiLeaks non potesse più evitare l'arresto, conferma quanto Assange ha temuto per anni. Ora, è in attesa che le accuse vengano desecretate, ma non rilascia dichiarazioni: il rischio che la protezione dell'Ecuador gli venga improvvisamente revocata, magari a causa di qualche affermazione pubblica, oggi, non è irreale.
Due anni fa, il Working Group dell'Onu sulla detenzione arbitraria (Unwgad) ha stabilito che l'Inghilterra (e a quel tempo anche la Svezia) è responsabile della detenzione arbitraria di Julian Assange, dovrebbe liberarlo e risarcirlo. Londra non l'ha presa bene: ha fatto appello contro la decisione, ma ha perso e da allora ignora il provvedimento. I media inglesi non hanno mai richiamato il loro governo al rispetto di essa, anzi alcuni hanno criticato l'organismo dell'Onu. Se nei prossimi mesi Assange finirà nelle mani delle autorità britanniche e gli Usa ne chiederanno l'estradizione, i giornali di Londra come si schiereranno? Oggi più che mai la vita del fondatore di WikiLeaks è nelle mani dell'opinione pubblica e di uno dei pochi poteri che hanno come missione quella di frenare i peggiori istinti dei governi: la stampa.