Migranti senza istruzioni, così si condanna una generazione
Giampaolo Cadalanu , di GIAMPAOLO CADALANUSolo l'11 per cento di chi fugge dal proprio paese arriva a frequentare le scuole medie
La formula per trasformare le bocche da sfamare in braccia pronte a lavorare non è magia. Basta investire nell’educazione di chi fugge dalle guerre e dal bisogno, perché le sue potenzialità non vadano sprecate in passeggiate indolenti dietro la rete metallica dei campi profughi, in anni trascorsi fra le tende, in giornate tutte uguali, con il marchio di un’attesa estenuante. Quest’attesa rischia di essere senza senso, avverte il rapporto mondiale sull’educazione 2019 presentato dall’Unesco, se gli Stati di accoglienza non riescono a inserire i migranti nel loro percorso educativo, e creano strutture parallele che di fatto lavorano come fattori di esclusione.
Servirebbe l’integrazione dei migranti nei sistemi educativi, ma anche la tutela delle esigenze specifiche. Servirebbe una preparazione adeguata degli insegnanti, anche per combattere i pregiudizi. Servirebbe insomma un approccio razionale e non emotivo dell’accoglien…
Servirebbe l’integrazione dei migranti nei sistemi educativi, ma anche la tutela delle esigenze specifiche. Servirebbe una preparazione adeguata degli insegnanti, anche per combattere i pregiudizi. Servirebbe insomma un approccio razionale e non emotivo dell’accoglien…
La formula per trasformare le bocche da sfamare in braccia pronte a lavorare non è magia. Basta investire nell’educazione di chi fugge dalle guerre e dal bisogno, perché le sue potenzialità non vadano sprecate in passeggiate indolenti dietro la rete metallica dei campi profughi, in anni trascorsi fra le tende, in giornate tutte uguali, con il marchio di un’attesa estenuante. Quest’attesa rischia di essere senza senso, avverte il rapporto mondiale sull’educazione 2019 presentato dall’Unesco, se gli Stati di accoglienza non riescono a inserire i migranti nel loro percorso educativo, e creano strutture parallele che di fatto lavorano come fattori di esclusione.
Servirebbe l’integrazione dei migranti nei sistemi educativi, ma anche la tutela delle esigenze specifiche. Servirebbe una preparazione adeguata degli insegnanti, anche per combattere i pregiudizi. Servirebbe insomma un approccio razionale e non emotivo dell’accoglienza, in grado anche di proporre «una rappresentazione corretta» della storia dei migranti e delle persone costrette a uno spostamento forzato.
Se questi meccanismi non sono all’altezza, il risultato è che spesso chi arriva da un contesto di migrazione viene espulso dalla scuola prima del completamento del suo percorso. Chi trova rifugio nei Paesi poveri, poi, ha ancora meno possibilità di seguire un percorso educativo regolare: la condanna alla noia dei campi profughi è senza appello, solo l’11 per cento arriva a completare l’istruzione secondaria. Così rischia di restare fuori portata l’Obiettivo di sviluppo sostenibile N.4, che le Nazioni Unite proponevano di perseguire entro il 2030. Recita: “Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. La scadenza prevista sembra lontana, ma alla lettura del rapporto Unesco sopravvivono poche illusioni.
Alla partenza da un contesto di guerra o di bisogno, paura e speranza si intrecciano. All’arrivo, fanno capire i dati dell’agenzia Onu, il compimento di un sogno tutto sommato ragionevole si scontra con una realtà fatta spesso di esclusione, con politiche che ignorano le esigenze dei più deboli e dei più giovani. «Chi non può accedere all’educazione corre il rischio di essere frustrato ed emarginato», avverte l’Unesco. Così le potenzialità dei figli dei migranti, degli sfollati, dei rifugiati, si perdono per strada, lasciando spazio all’assistenzialismo puro, e ai problemi sociali che esso comporta.
Anche se hanno sempre caratterizzato il cammino dell’umanità, dopo la fine della Guerra Fredda le migrazioni sono diventate il tema del millennio. Secondo le Nazioni Unite, sono oggi circa 258 milioni le persone che hanno lasciato il Paese d’origine, il 3,4 per cento della popolazione del pianeta. L’Alto commissariato registra 19,9 milioni di rifugiati, oltre la metà dei quali è sotto i 18 anni. Il numero dei bambini migranti o rifugiati è in crescita rapida, con un aumento del 26 per cento dall’inizio del secolo, e potrebbe riempire mezzo milione di aule. Almeno metà delle persone forzate ad abbandonare il proprio tetto è sotto i 18 anni. E nei Paesi industrializzati la percentuale di rifugiati e migranti in età scolare è arrivata al 18 per cento, con un livello complessivo di 36 milioni di persone. Nei soli Paesi dell’Osce, uno studente su cinque proviene da un contesto di migrazioni.
Ma in tempi di appelli populisti sembra complicato inquadrare correttamente quello che è un fenomeno epocale, non una tendenza passeggera. Può essere utile scoprire fra i dati che, com’è ovvio, non tutte le partenze sono legate all’emergenza. Più alto è il livello di scolarizzazione, maggiori sono le probabilità che si cerchi di sfruttare le proprie competenze lontano dal luogo di nascita, sottolinea l’Unesco. A voler rovesciare la prospettiva, questo vuol dire che fra i migranti ci sono competenze preziose, che i Paesi di partenza perdono ma che per quelli di accoglienza sarebbe una follia non utilizzare. La tabella sull’emigrazione intellettuale è poco consolante: a “esportare cervelli” in proporzione più di Nigeria, Burkina Faso e Colombia è l’Italia, primo fra i Paesi industrializzati.
Servirebbe l’integrazione dei migranti nei sistemi educativi, ma anche la tutela delle esigenze specifiche. Servirebbe una preparazione adeguata degli insegnanti, anche per combattere i pregiudizi. Servirebbe insomma un approccio razionale e non emotivo dell’accoglienza, in grado anche di proporre «una rappresentazione corretta» della storia dei migranti e delle persone costrette a uno spostamento forzato.
Se questi meccanismi non sono all’altezza, il risultato è che spesso chi arriva da un contesto di migrazione viene espulso dalla scuola prima del completamento del suo percorso. Chi trova rifugio nei Paesi poveri, poi, ha ancora meno possibilità di seguire un percorso educativo regolare: la condanna alla noia dei campi profughi è senza appello, solo l’11 per cento arriva a completare l’istruzione secondaria. Così rischia di restare fuori portata l’Obiettivo di sviluppo sostenibile N.4, che le Nazioni Unite proponevano di perseguire entro il 2030. Recita: “Fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. La scadenza prevista sembra lontana, ma alla lettura del rapporto Unesco sopravvivono poche illusioni.
Alla partenza da un contesto di guerra o di bisogno, paura e speranza si intrecciano. All’arrivo, fanno capire i dati dell’agenzia Onu, il compimento di un sogno tutto sommato ragionevole si scontra con una realtà fatta spesso di esclusione, con politiche che ignorano le esigenze dei più deboli e dei più giovani. «Chi non può accedere all’educazione corre il rischio di essere frustrato ed emarginato», avverte l’Unesco. Così le potenzialità dei figli dei migranti, degli sfollati, dei rifugiati, si perdono per strada, lasciando spazio all’assistenzialismo puro, e ai problemi sociali che esso comporta.
Anche se hanno sempre caratterizzato il cammino dell’umanità, dopo la fine della Guerra Fredda le migrazioni sono diventate il tema del millennio. Secondo le Nazioni Unite, sono oggi circa 258 milioni le persone che hanno lasciato il Paese d’origine, il 3,4 per cento della popolazione del pianeta. L’Alto commissariato registra 19,9 milioni di rifugiati, oltre la metà dei quali è sotto i 18 anni. Il numero dei bambini migranti o rifugiati è in crescita rapida, con un aumento del 26 per cento dall’inizio del secolo, e potrebbe riempire mezzo milione di aule. Almeno metà delle persone forzate ad abbandonare il proprio tetto è sotto i 18 anni. E nei Paesi industrializzati la percentuale di rifugiati e migranti in età scolare è arrivata al 18 per cento, con un livello complessivo di 36 milioni di persone. Nei soli Paesi dell’Osce, uno studente su cinque proviene da un contesto di migrazioni.
Ma in tempi di appelli populisti sembra complicato inquadrare correttamente quello che è un fenomeno epocale, non una tendenza passeggera. Può essere utile scoprire fra i dati che, com’è ovvio, non tutte le partenze sono legate all’emergenza. Più alto è il livello di scolarizzazione, maggiori sono le probabilità che si cerchi di sfruttare le proprie competenze lontano dal luogo di nascita, sottolinea l’Unesco. A voler rovesciare la prospettiva, questo vuol dire che fra i migranti ci sono competenze preziose, che i Paesi di partenza perdono ma che per quelli di accoglienza sarebbe una follia non utilizzare. La tabella sull’emigrazione intellettuale è poco consolante: a “esportare cervelli” in proporzione più di Nigeria, Burkina Faso e Colombia è l’Italia, primo fra i Paesi industrializzati.