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(ap)

G20, sul tavolo dei Grandi il gelo Trump-Putin

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La crisi ucraina fa saltare il bilaterale con i russi. Vertice decisivo con Xi per evitare i superdazi
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Prima di decollare da Washington aveva confermato di voler incontrare Vladimir Putin al G20 di Buenos Aires. Donald Trump era ormai in volo sull’Air Force One quando ha cambiato idea: quel bilaterale non si farà, a causa della crisi in Ucraina. Il summit sotto presidenza argentina non era ancora iniziato e già lo turbava il primo colpo di scena. Rischia di non essere l’unico. Dal protezionismo Usa-Cina all’omicidio di Khashoggi molti sono i dossier roventi. Anche i rapporti con l’Unione europea incontrano una nuova turbolenza. Questo G20 “fotografa” la nuova geopolitica mondiale, con un aumento dei governi dall’impronta sovranista.

Dazi, ultima chance
Forse anche per compensare il mancato incontro con Putin, la Casa Bianca ha diffuso qualche segnale di ottimismo sull’altro grande appuntamento bilaterale: quello con Xi Jinping. Il vertice di Buenos Aires è forse l’ultima chance per raggiungere un compromesso tr…
Prima di decollare da Washington aveva confermato di voler incontrare Vladimir Putin al G20 di Buenos Aires. Donald Trump era ormai in volo sull’Air Force One quando ha cambiato idea: quel bilaterale non si farà, a causa della crisi in Ucraina. Il summit sotto presidenza argentina non era ancora iniziato e già lo turbava il primo colpo di scena. Rischia di non essere l’unico. Dal protezionismo Usa-Cina all’omicidio di Khashoggi molti sono i dossier roventi. Anche i rapporti con l’Unione europea incontrano una nuova turbolenza. Questo G20 “fotografa” la nuova geopolitica mondiale, con un aumento dei governi dall’impronta sovranista.

Dazi, ultima chance
Forse anche per compensare il mancato incontro con Putin, la Casa Bianca ha diffuso qualche segnale di ottimismo sull’altro grande appuntamento bilaterale: quello con Xi Jinping. Il vertice di Buenos Aires è forse l’ultima chance per raggiungere un compromesso tra le due superpotenze dell’economia globale, prima che scatti a gennaio l’aumento dei superdazi americani sulle importazioni dalla Cina. In mancanza di un accordo dell’ultima ora quelle tasse doganali su 200 miliardi di merci cinesi saranno più che raddoppiate, salendo dal 10% al 25%. Trump prima della partenza ha detto che gli piacerebbe «un grande accordo con Xi», ma che «anche i dazi a me stanno bene». Se i cinesi offrono delle concessioni sostanziali, non le solite promesse generiche, e se accettano di rinunciare al loro protezionismo (proprietà intellettuale, tecnologie occidentali espropriate d’autorità), l’America può congelare l’escalation dei dazi fino a primavera e aprire un nuovo round di negoziati.

Europei divisi
La guerra commerciale può riaprirsi anche tra Stati Uniti e Unione europea, proprio a partire da questo G20. Trump è arrivato in Argentina ancora furibondo per i 15.000 licenziamenti alla General Motors. Esige che l’industria automobilistica americana rimpatri le produzioni di auto che aveva delocalizzato all’estero. E per compensare la sua base elettorale tra gli operai del Midwest, il presidente ha rilanciato le accuse contro le auto tedesche, tra le più importate sul mercato Usa. È possibile che ripeta le minacce di dazi sulle auto in un bilaterale con Angela Merkel. Come già in passato, anche a Buenos Aires Trump può cercare di dividere il duo europeista Macron-Merkel dal duo sovranista Conte-May.

Russia, il grande gelo
All’origine il bilaterale Trump-Putin doveva affrontare, e cercare di risolvere in extremis, un dossier strategico: il riarmo nucleare. Il Pentagono accusa da anni (già dai tempi di Obama): Mosca costruisce nuovi arsenali missilistici che violano il trattato Reagan-Gorbaciov del 1987 e creano un pericoloso squilibrio atomico in Europa. Trump, in sintonia col Pentagono, è propenso a uscire da quel trattato e rilanciare un riarmo simmetrico. Anziché preparare il terreno per un’intesa, Putin ha riaperto la ferita sull’Ucraina. Niente summit, dunque, «finché i russi non liberano 20 marinai ucraini detenuti illegalmente», dice Trump. Che nel frattempo viene inseguito anche a Buenos Aires dagli sviluppi dell’inchiesta sul suo Russiagate.

Test saudita
Questo summit è anche il primo consesso internazionale così ampio a ospitare il principe saudita Mohammed bin Salman dopo l’obbrobrio internazionale suscitato dall’omicidio del giornalista dissidente Khashoggi a Istanbul. Per MbS è l’opportunità di dimostrare che non è diventato un paria, non è isolato. Trump ha scelto di appoggiarlo, però ha incassato un voto contrario del suo Senato a maggioranza repubblicana, per cessare le forniture di armi Usa ai sauditi in Yemen. Trump non incontrerà MbS anche per non urtare Erdogan. C’è perfino il rischio (remoto) che un magistrato argentino spicchi un mandato di comparizione per il principe saudita.

Sovranismi latini
Al suo primo summit nell’emisfero Sud che gli Stati Uniti considerano “il cortile di casa”, Trump trova una situazione politica in rapida evoluzione, a suo favore. Il padrone di casa, Mauricio Macri, è un liberale globalista che ha interrotto 12 anni di governi populisti. Macri per formazione e ideologia è più vicino a Merkel-Macron, ma si trova spiazzato. Ha dovuto chiedere un salvataggio del Fondo monetario (56 miliardi di dollari) e per questo è stato decisivo il sì di Washington. La svalutazione del 50% del peso non ha rilanciato la crescita argentina né sono tornati ad affluire gli investimenti esteri. Intanto nel suo vicino più grosso, il Brasile, è andato al potere un nazionalista di destra, una versione perfino più estrema di Trump, l’ex militare Jair Bolsonaro. Nella seconda economia latinoamericana, il Messico, proprio in coincidenza del G20 assume la presidenza un populista di sinistra, Andrés Obrador detto Amlo. Tra i due poli rischia di rimanere schiacciata la fragile Argentina