Facebook, rischia il “numero due”. Spiò Soros
Federico Rampini , dal nostro corrispondente Federico RampiniSheryl Sandberg avrebbe chiesto a una società esterna di indagare sul finanziere
New York. Se ti criticano, infanga chi osa farlo, prestagli qualche motivo losco, possibilmente avidità di guadagno. Il vecchio vizio non muore mai, sotto ogni latitudine. Fa notizia però se a praticarlo sono i massimi dirigenti di Facebook, la rete sociale che nacque promettendo un mondo più amichevole.
Non è affatto amichevole il quadro che esce dalle ultime malefatte della sua massima dirigente operativa, la direttrice generale Sheryl Sandberg, ex icona femminista, celebrity adorata dai media. E’ di nuovo il New York Times ad aggiungere dettagli sull’ultimo scandalo che la riguarda e su cui ha continuato a mentire. Fu lei in persona, la numero due di Mark Zuckerberg, a commissionare “fango” su George Soros, per il solo fatto che il miliardario-filantropo di sinistra aveva osato criticare Facebook.
Tutto ebbe inizio a gennaio, secondo la ricostruzione del quotidiano, all’ultimo World Economic Forum di Davos. Vi …
Non è affatto amichevole il quadro che esce dalle ultime malefatte della sua massima dirigente operativa, la direttrice generale Sheryl Sandberg, ex icona femminista, celebrity adorata dai media. E’ di nuovo il New York Times ad aggiungere dettagli sull’ultimo scandalo che la riguarda e su cui ha continuato a mentire. Fu lei in persona, la numero due di Mark Zuckerberg, a commissionare “fango” su George Soros, per il solo fatto che il miliardario-filantropo di sinistra aveva osato criticare Facebook.
Tutto ebbe inizio a gennaio, secondo la ricostruzione del quotidiano, all’ultimo World Economic Forum di Davos. Vi …
New York. Se ti criticano, infanga chi osa farlo, prestagli qualche motivo losco, possibilmente avidità di guadagno. Il vecchio vizio non muore mai, sotto ogni latitudine. Fa notizia però se a praticarlo sono i massimi dirigenti di Facebook, la rete sociale che nacque promettendo un mondo più amichevole.
Non è affatto amichevole il quadro che esce dalle ultime malefatte della sua massima dirigente operativa, la direttrice generale Sheryl Sandberg, ex icona femminista, celebrity adorata dai media. E’ di nuovo il New York Times ad aggiungere dettagli sull’ultimo scandalo che la riguarda e su cui ha continuato a mentire. Fu lei in persona, la numero due di Mark Zuckerberg, a commissionare “fango” su George Soros, per il solo fatto che il miliardario-filantropo di sinistra aveva osato criticare Facebook.
Tutto ebbe inizio a gennaio, secondo la ricostruzione del quotidiano, all’ultimo World Economic Forum di Davos. Vi partecipavano sia la Sandberg sia Soros. Lui in quella sede criticò pubblicamente Facebook e Google, li definì pericolosi per la democrazia, invocò nuove regole e maggiori controlli sui giganti oligopolistici dell’economia digitale. Non era un attacco strano né immotivato: appena due mesi prima Donald Trump era stato eletto presidente degli Stati Uniti al termine di una campagna segnata dall’ingerenza della propaganda russa, via Facebook. Di lì a poco si sarebbe scoperto anche l’episodio torbido di Cambridge Analytica, la società che su Facebook ha saccheggiato a fini politici la privacy di decine di milioni di utenti Facebook.
Ma la Sandberg anziché rispondere nel merito chiese ai suoi collaboratori di indagare su Soros, sui suoi moventi, su eventuali interessi finanziari. Per esempio, se stesse effettuando “vendite allo scoperto” in Borsa per arricchirsi dopo aver fatto scendere il titolo di Facebook. In cerca di prove per accusarlo di agiottaggio, insomma: perché se uno ti critica deve essere un delinquente che ci specula sopra.
Soros risultava indigesto da tempo ai vertici del social media, ma tutte le sue campagne si svolgevano alla luce del sole: per esempio, finanziando un’associazione che si chiama “Freedom from Facebook” e denuncia da tempo i pericoli di questa rete sociale, senza per questo avere un’influenza particolare sull’andamento di Borsa del titolo. Dopo aver cercato – invano – un movente di arricchimento personale dietro gli attacchi di Soros, la Sandberg ha fatto ingaggiare una nota società di relazioni pubbliche legata alla destra repubblicana, Definers Public Affairs, che ha cominciato una campagna anti-Soros rispolverando anche argomenti anti-semiti. Proprio come si usa fare negli ambienti dei suprematisti bianchi, per i quali Soros è il capro espiatorio ideale, il regista del “complotto giudeo-plutocratico” di hitleriana memoria.
Naturalmente è imbarazzante scoprire che Facebook, ad onta della sua fama progressista, non ha esitato a scimmiottare i metodi dell’estrema destra. Perciò quando uscirono le prime rivelazioni del New York Times su questa storia, Zuckerberg e l’intero vertice dell’azienda fecero quadrato attorno alla Sandberg per difenderla. E lei cominciò ad accumulare bugie su bugie. Prima smentì che Facebook avesse mai ingaggiato Definers. Poi dovette ammettere che era avvenuto, ma a sua insaputa. Fu trovata una vittima sacrificale, l’ex responsabile della comunicazione Elliot Schrage, che accettò di prendersi tutta la responsabilità e diede le dimissioni.
Ora il nuovo retroscena del New York Times smonta anche quell’alibi: la Sandberg sapeva tutto fin dall’inizio e fu la vera regista. Le sue bugie sono coerenti con l’atteggiamento che lei e Zuckerberg hanno adottato in tutto lo scandalo, dalla campagna 2016 in poi: minimizzare i danni inflitti alla qualità dell’informazione, distrarre l’attenzione, scaricare le colpe. Tutto fuorché cambiare il modus operandi di Facebook.
Non è affatto amichevole il quadro che esce dalle ultime malefatte della sua massima dirigente operativa, la direttrice generale Sheryl Sandberg, ex icona femminista, celebrity adorata dai media. E’ di nuovo il New York Times ad aggiungere dettagli sull’ultimo scandalo che la riguarda e su cui ha continuato a mentire. Fu lei in persona, la numero due di Mark Zuckerberg, a commissionare “fango” su George Soros, per il solo fatto che il miliardario-filantropo di sinistra aveva osato criticare Facebook.
Tutto ebbe inizio a gennaio, secondo la ricostruzione del quotidiano, all’ultimo World Economic Forum di Davos. Vi partecipavano sia la Sandberg sia Soros. Lui in quella sede criticò pubblicamente Facebook e Google, li definì pericolosi per la democrazia, invocò nuove regole e maggiori controlli sui giganti oligopolistici dell’economia digitale. Non era un attacco strano né immotivato: appena due mesi prima Donald Trump era stato eletto presidente degli Stati Uniti al termine di una campagna segnata dall’ingerenza della propaganda russa, via Facebook. Di lì a poco si sarebbe scoperto anche l’episodio torbido di Cambridge Analytica, la società che su Facebook ha saccheggiato a fini politici la privacy di decine di milioni di utenti Facebook.
Ma la Sandberg anziché rispondere nel merito chiese ai suoi collaboratori di indagare su Soros, sui suoi moventi, su eventuali interessi finanziari. Per esempio, se stesse effettuando “vendite allo scoperto” in Borsa per arricchirsi dopo aver fatto scendere il titolo di Facebook. In cerca di prove per accusarlo di agiottaggio, insomma: perché se uno ti critica deve essere un delinquente che ci specula sopra.
Soros risultava indigesto da tempo ai vertici del social media, ma tutte le sue campagne si svolgevano alla luce del sole: per esempio, finanziando un’associazione che si chiama “Freedom from Facebook” e denuncia da tempo i pericoli di questa rete sociale, senza per questo avere un’influenza particolare sull’andamento di Borsa del titolo. Dopo aver cercato – invano – un movente di arricchimento personale dietro gli attacchi di Soros, la Sandberg ha fatto ingaggiare una nota società di relazioni pubbliche legata alla destra repubblicana, Definers Public Affairs, che ha cominciato una campagna anti-Soros rispolverando anche argomenti anti-semiti. Proprio come si usa fare negli ambienti dei suprematisti bianchi, per i quali Soros è il capro espiatorio ideale, il regista del “complotto giudeo-plutocratico” di hitleriana memoria.
Naturalmente è imbarazzante scoprire che Facebook, ad onta della sua fama progressista, non ha esitato a scimmiottare i metodi dell’estrema destra. Perciò quando uscirono le prime rivelazioni del New York Times su questa storia, Zuckerberg e l’intero vertice dell’azienda fecero quadrato attorno alla Sandberg per difenderla. E lei cominciò ad accumulare bugie su bugie. Prima smentì che Facebook avesse mai ingaggiato Definers. Poi dovette ammettere che era avvenuto, ma a sua insaputa. Fu trovata una vittima sacrificale, l’ex responsabile della comunicazione Elliot Schrage, che accettò di prendersi tutta la responsabilità e diede le dimissioni.
Ora il nuovo retroscena del New York Times smonta anche quell’alibi: la Sandberg sapeva tutto fin dall’inizio e fu la vera regista. Le sue bugie sono coerenti con l’atteggiamento che lei e Zuckerberg hanno adottato in tutto lo scandalo, dalla campagna 2016 in poi: minimizzare i danni inflitti alla qualità dell’informazione, distrarre l’attenzione, scaricare le colpe. Tutto fuorché cambiare il modus operandi di Facebook.