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Il doppio volume su Lucian Freud edito da Phaidon © 2018 - Phaidon Press Ltd 

Lucian Freud abita ancora qui

David Dawson, suo amico ed erede, ci guida alla scoperta dello studio in cui il grande pittore scomparso lavorò fino all'ultimo. E in cui tutto è rimasto come un tempo
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LONDRA - Ogni cosa è immutata. Tutto è rimasto al suo posto, come il suo ultimo giorno di sette anni fa. Sulla poltrona castana davanti alla tela giace ancora il suo volume di Madame Bovary, un'edizione inglese gialla e grigia. "Ah, lui adorava Flaubert e tutta la letteratura francese del XIX secolo". Decine di tubetti di colore esausti, centinaia di pennelli sporchi e secchi, spiaggiati sulle mensole dopo lo tsunami del maestro. A terra centrifughe di stracci bianchi e sporchi di colore che lui utilizzava per ritoccare le opere o per non macchiarsi i vestiti, gli stessi che compaiono per la prima volta in L'uomo dai capelli rossi su una sedia (1963). Le sue forbici per limare le pennellate troppo spesse. Muri usati come gigantesche tavolozze che ricordano i “ritmi” di Jackson Pollock. Il pavimento e gli sgabelli di legno punteggiati dalla sua pioggia policroma e creativa, come in un Seurat. Il letto bianco, con la stessa coperta consunta, d…
LONDRA - Ogni cosa è immutata. Tutto è rimasto al suo posto, come il suo ultimo giorno di sette anni fa. Sulla poltrona castana davanti alla tela giace ancora il suo volume di Madame Bovary, un'edizione inglese gialla e grigia. "Ah, lui adorava Flaubert e tutta la letteratura francese del XIX secolo". Decine di tubetti di colore esausti, centinaia di pennelli sporchi e secchi, spiaggiati sulle mensole dopo lo tsunami del maestro. A terra centrifughe di stracci bianchi e sporchi di colore che lui utilizzava per ritoccare le opere o per non macchiarsi i vestiti, gli stessi che compaiono per la prima volta in L'uomo dai capelli rossi su una sedia (1963). Le sue forbici per limare le pennellate troppo spesse. Muri usati come gigantesche tavolozze che ricordano i “ritmi” di Jackson Pollock. Il pavimento e gli sgabelli di legno punteggiati dalla sua pioggia policroma e creativa, come in un Seurat. Il letto bianco, con la stessa coperta consunta, dove modelli e modelle nudi posavano per lui: Kate Moss, Leigh Bowery e “Portrait on a White Cover” che quest’anno è stato venduto al record di 22,5 milioni di sterline. E poi gli appunti scritti sulle porte e sui pochi pezzi di muro vergini: “Coz, 02489…”, nomi e numeri di telefono, promemoria ("brown tape", nastro adesivo e colori da comprare), debiti ("7600"), appuntamenti ("Sat 5-8", "St Johns"), frasi apparentemente senza senso ("Mai clan Kvavis"), l'antinfiammatorio "Naproxen".
 
David Dawson, 58 anni, artista, suo assistente, modello e amico fino agli istanti finali della sua vita, ci guida nell'ultimo studio di Lucian Freud a Londra. È un privilegio raro. Dopo il loft di Holland Park, Freud si trasferì in questa casa georgiana a mattoncini rossi. Dopo le scale si attraversa l'anticamera col lavandino e la vasca da bagno dove il leggendario artista inglese sfuggito al nazismo e nipote di Sigmund Freud si ricaricava dopo essersi sfilato i suoi stivali slacciati. Poi, la Wunderkammer, la stanza delle meraviglie, dove il maestro ha generato le sue ultime opere prima di andarsene: a sinistra la “zona notte” con vista Kensington, a destra l’area “giorno”, più luminosa, che apre su un giardino maestoso. “In questa stanza c’è tutta la vita di Lucian Freud”, racconta Dawson, “ma subito dopo la sua morte l’ho chiusa a chiave. Sentivo che dentro ci fosse un fantasma da non disturbare. Perché Lucian lavorava sempre chiuso in questa stanza con i suoi modelli, non poteva entrare nessuno. Per anni non ho nemmeno scattato una foto per rispetto. Cedetti solo quando David Hockney venne qui a farsi ritrarre. Qualche mese dopo la morte di Lucian, però, ho deciso di tornare in questa casa: rientrato nello studio mi si è accapponata la pelle. Ma poi ci ho fatto l’abitudine e ogni tanto lavoro anch’io qui”.
 
Nel suo testamento, Freud, morto nel 2011 a 88 anni dopo aver concepito almeno 14 figli con varie donne, ha lasciato l'intera casa di Kensington al suo fedele amico Dawson. Quasi tutto all'interno, inclusi i suoi dipinti, sono andati "alla nazione", ma sono rimaste in giro opere degli amati Auerbach e Rodin, dell'amico Francis Bacon. Solo una stanza non è stata assolutamente toccata: il suo studio. Ma Dawson, direttore dell'Archive ufficiale dell'artista e autore con Martin Gayford della spettacolare opera celebrativa Lucien Freud appena arrivata in libreria (ed. Phaidon) si è sempre opposto all'idea di trasformarla in un museo: "Non è la cosa giusta per preservarla e poi voglio tenerla per me, fino al mio ultimo giorno".
 
Dawson ha conosciuto Freud nel 1990 poco prima che la fama espressionista dell'artista divorasse il mondo: "Mi ero appena laureato al Royal College of Arts e cercavo di fare esperienza. Volevo andare in America", continua Dawson, "ma appena entrai nello studio di Lucian, grazie all'aiuto di un mio ex professore, ho sentito una forza e un'attrazione devastanti: ho capito che lì c'era un'arte potentissima, l'arte vera". Un'intensificazione della realtà, come la chiamava Freud. "Esatto: così decisi di rimanere. Conquistai subito la sua fiducia. Mi mandava a comprare qualsiasi cosa gli servisse, mangiavamo quasi sempre insieme, gli piaceva molto spettegolare sulle cose che aveva visto la sera prima o sulle feste cui partecipava. Poi, dopo sei anni, mi disse che aveva un'idea per me, da realizzare subito. Mi venne un colpo, visto che all'epoca il suo soggetto preferito e musa era Leigh Bowery", l'eccentrico artista e performer australiano morto di Aids a 33 anni nel 1994. Nacque così Sunny Morning - Eight Legs, con il corpo nudo di Dawson intrecciato a Pluto, uno dei cani whippet di Freud.
 
I nudi, un'ossessione di Freud sbocciata negli anni Sessanta, anche con membri della sua famiglia. "Ma non era per ragioni erotiche o sessuali", precisa Dawson, "Freud era interessato agli umani". E questo lo differenziava molto da Beuys e da Warhol, che lui detestava per esempio, o dallo stesso ritratto fotografico di Bacon. "Già. Infatti mentre dipingeva senza sosta, a ogni ora del giorno, chiedeva di tutto al soggetto, perché credeva davvero nell'individualità". Individualità come libertà, un comandamento per Freud. "Lucien, pur essendo assolutamente eterosessuale, era molto attratto dagli omosessuali come me", dice Dawson, "e amava la loro compagnia perché li considerava alfieri della libertà senza paura. Anche Freud era un uomo senza paura".
 
Non aveva paura neanche della morte? "No, aveva accettato la vecchiaia, considerava la morte come qualcosa di normale e forse troppo scontata per uno come lui. Ma soprattutto pensarci era una distrazione per lui". E la vecchiaia lo spazientiva, vista la sua dedizione estrema? "Doveva dosare le energie, ma non se ne lamentava. Dipingeva dieci minuti e si fermava. Poi ricominciava. Per la sua ultima opera, però, il mio ritratto col suo adorato whippet Eli (Portrait of the Hound, 2011), si sforzò parecchio, andò oltre i limiti, difatti c'è traccia del dolore sulla tela, ma la frustrazione di non poter dare di più lo rafforzava: a ogni pennellata riconquistava la vita. Cercò fino all'ultimo di completarlo, c'era quasi riuscito, ma per due settimane stette molto male, e non ce la fece. Non riuscì a dirmi più niente e se ne andò così. Ancora oggi mi manca moltissimo".
 
Ma Freud era davvero così terribile come in molti lo hanno descritto? "No", risponde sicuro Dawson, "era un uomo di grande compagnia e aveva molti amici perché quando era con qualcuno per lui esisteva solo il suo interlocutore. Non era mai noioso. Amavo il suo humor, oltre all'equilibrio intellettuale che aveva trovato nonostante i suoi estremismi o la sua tendenza autodistruttiva nelle scommesse. Ma oramai era così ricco che non gli riusciva più di spendere in cavalli tutti i suoi soldi, come aveva già fatto in passato". Con i modelli però, quelli che si stendevano su questo letto, era cattivo: "Teneva moltissimo alla puntualità e alla naturalezza del soggetto. Se non avevi nessuna di queste qualità, ti diceva 'fuori!'. Non c'era appello, non esisteva una seconda possibilità. Non era aggressivo, solo spietato".
 
"Dipingeva tutto il giorno", prosegue il suo caro amico, "era estremamente concentrato, era egoista. Ma un'opera vera funziona solo con la giusta dose di egoismo. Dipingere era la missione di ogni giorno e quando il risultato sulla tela non lo soddisfava se la prendeva con se stesso. Oppure, mentre tu rimanevi in posa, se ne andava con qualche donna o si metteva a leggere i giornali che comprava ogni mattina, o si faceva un bagno lì nell'anticamera e tornava dopo un'ora. Per lui era una battaglia mentale". La cosa più assurda che, da modello, le è capitata con Freud? "Una volta mi ha fatto rimpiazzare Jerry Hall (ex moglie di Mick Jagger, ora di Rupert Murdoch, ndr) in un suo nudo, alla fine il ritratto aveva i miei lineamenti e Hall diventò una furia".
 
Prima di lasciare questo cielo in una stanza, laggiù, a terra in un angolo polveroso, tra le scatole di ricordi di Lucian Freud, c'è una pila di libri: un tomo sull'arte del XX secolo, ancora Flaubert, un'antologia di Willem de Kooning, e, in fondo, un ritaglio del New York Times del 2003 dal titolo "Raw Realism That Dares You Not to Flinch". È una bellissima recensione di una sua mostra al Museum of Contemporary Art di Los Angeles. Chissà, forse a Freud era piaciuto quel titolo così potente. "Un realismo crudo che ti sfida a non sobbalzare". Già.