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Rachid Afatti, Ouziad Younes e Ejjoud Abdessamad (afp)

Kamikaze da esportazione e jihad interna. l’altro volto del Marocco riformista

Torna il terrorismo dopo 7 anni senza attentati e nonostante la stretta sulla sicurezza. Timori per l'ondata di rientro dei foreign fighters
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PARIGI. Il confermarsi della pista jihadista per l’omicidio delle due turiste scandinave nell’Atlante avvalora la tesi di chi sostiene che il terrorismo islamico sia nato in Marocco, dove prospererebbe nonostante le ferree misure di sicurezza adottate da anni. Alcuni organi di stampa francesi, britannici e spagnoli avanzano anche l’ipotesi che il Paese maghrebino si sbarazzi dei suoi jhadisti facilitandone la migrazione verso l’Europa, mentre il sociologo Farhad  Khosrokhavar dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi si dice certo che «Rabat esporta i suoi kamikaze». Il che presuppone quanto meno una sorta di doppio gioco, poiché i marocchini hanno recentemente pagato un pesante tributo al terrorismo: a Casablanca nel 2003, quando cinque attentati quasi simultanei provocarono 45 vittime, e a Marrakesh nel 2011, quando l’esplosione di una bomba al Café Argana uccise 17 persone.

Quegli at…
PARIGI. Il confermarsi della pista jihadista per l’omicidio delle due turiste scandinave nell’Atlante avvalora la tesi di chi sostiene che il terrorismo islamico sia nato in Marocco, dove prospererebbe nonostante le ferree misure di sicurezza adottate da anni. Alcuni organi di stampa francesi, britannici e spagnoli avanzano anche l’ipotesi che il Paese maghrebino si sbarazzi dei suoi jhadisti facilitandone la migrazione verso l’Europa, mentre il sociologo Farhad  Khosrokhavar dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi si dice certo che «Rabat esporta i suoi kamikaze». Il che presuppone quanto meno una sorta di doppio gioco, poiché i marocchini hanno recentemente pagato un pesante tributo al terrorismo: a Casablanca nel 2003, quando cinque attentati quasi simultanei provocarono 45 vittime, e a Marrakesh nel 2011, quando l’esplosione di una bomba al Café Argana uccise 17 persone.

Quegli attacchi smentirono brutalmente l’idea di una “singolarità marocchina”, sebbene grazie a una serie di riforme messe in atto in ambito religioso, il Paese s’è comunque riappropriato della sua immagine di potenziale modello, provando a trasmetterla in Europa (molti imam francesi sono formati da quelli delle scuole coraniche di Fès). Dopo quei sanguinosi attentati furono anche arrestate più di 8mila persone e re Mohammed VI irrobustì notevolmente le forze dell’ordine e l’intelligence interna così come il suo arsenale legislativo.

Ora, se la maggioranza dei marocchini pratica un Islam sunnita moderato, che è quello della scuola malikita, ci sono anche dei sostenitori del salafismo, componente ultra-conservatrice che predica il ritorno al culto delle origini. E in un Paese che fu appena sfiorato dalle primavere arabe del 2011, perché la monarchia aveva anticipatamente concesso alcune importanti riforme sociali, è frequente che le autorità annuncino di aver smantellato delle cellule terroriste. Solo nel 2017, l’unità d’élite del Bureau central d’investigations judiciaires dice di averne annientate 9 neutralizzando ben 186 presunti terroristi.

Adesso le autorità di Rabat devono anche gestire il ritorno degli oltre 1600 foreign fighters partiti a combattere tra le fila del Califfato in Siria e in Iraq. Ci sono poi altre due minacce che gravano sul Paese. Consistono nella crisi economica che strangola alcune sue regioni, e nell’incontrastato dominio di gruppi jihadisti nelle nazioni limitrofe.