L’addio del generale Mattis, ultimo strappo di Trump con il Pentagono
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINISul ritiro dalla Siria si consuma l'ennesima crisi tra il presidente Usa e i vertici militari, preoccupati di aver abbandonato gli alleati in Medio Oriente e di un indebolimento della leadership americana nel mondo
NEW YORK. Il generale a quattro stellette Jim Mattis, da segretario alla Difesa fu definito "l'adulto di guardia alla Situation Room"; "l'ultima barriera tra l'America e il caos". Se ne va, ultimo di tre generali ad abbandonare il presidente americano in due anni. La sua partenza per Donald Trump è ordinaria amministrazione: fuori un altro, da una Casa Bianca dove tutti sembrano apprendisti con contratti a termine di brevissima durata. Trump è già concentrato su un'altra emergenza, il suo ultimatum al Congresso: "O mi finanziate il Muro col Messico, o rifiuto di firmare la legge di bilancio e andremo a una lunga serrata degli uffici pubblici per mancanza di fondi".
Lo strappo senza precedenti è con i vertici militari, solidali con Mattis nel condannare l'abbandono della Siria. Manda un segnale tremendo a tutti gli alleati, di cui Mattis difendeva l'importanza. Conferma che la sua visione di America Firs…
Lo strappo senza precedenti è con i vertici militari, solidali con Mattis nel condannare l'abbandono della Siria. Manda un segnale tremendo a tutti gli alleati, di cui Mattis difendeva l'importanza. Conferma che la sua visione di America Firs…
NEW YORK. Il generale a quattro stellette Jim Mattis, da segretario alla Difesa fu definito "l'adulto di guardia alla Situation Room"; "l'ultima barriera tra l'America e il caos". Se ne va, ultimo di tre generali ad abbandonare il presidente americano in due anni. La sua partenza per Donald Trump è ordinaria amministrazione: fuori un altro, da una Casa Bianca dove tutti sembrano apprendisti con contratti a termine di brevissima durata. Trump è già concentrato su un'altra emergenza, il suo ultimatum al Congresso: "O mi finanziate il Muro col Messico, o rifiuto di firmare la legge di bilancio e andremo a una lunga serrata degli uffici pubblici per mancanza di fondi".
Lo strappo senza precedenti è con i vertici militari, solidali con Mattis nel condannare l'abbandono della Siria. Manda un segnale tremendo a tutti gli alleati, di cui Mattis difendeva l'importanza. Conferma che la sua visione di America First non è solo nazionalista, sovranista, protezionista. È anche il ritorno all'isolazionismo che precedette l'intervento nella seconda guerra mondiale; apre spazi enormi ai rivali dell'America, Cina Russia Iran.
Trump fa quello che aveva promesso. Basta con l'America "gendarme del Medio Oriente, senza ricavarne alcunché". Così ha spiegato il ritiro degli ultimi duemila soldati dalla Siria, e il ritorno di settemila militari dall'Afghanistan che dimezza quel contingente. La linea isolazionista è coerente, lo si potrebbe perfino scambiare per un pacifista: non fosse per il vigoroso aumento delle spese in armamenti, o per la scelta del superfalco John Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale.
Mattis nella lettera di addio si definisce "lucido nel vedere gli attori ostili", e convinto che si debbano "trattare gli alleati con rispetto". La rottura col presidente è su due costanti della strategia americana: una forza costruita sulle alleanze, e la determinazione nel tener testa agli avversari strategici, Russia e Cina. Nell'analisi dei vertici militari Trump svende la leadership Usa, liquida un'egemonia, chiude frettolosamente un "secolo americano" fatto di investimenti in hard power e soft power. Apre varchi ai nemici di sempre, crea le condizioni di un indebolimento durevole.
Non tutte le dimissioni sono eguali. Questa nasce da uno strappo tra il presidente e uno dei poteri forti più legati alla proiezione imperiale degli Stati Uniti. I generali americani non sono stati formati alla resa. Lasciare la Siria significa tradire alleati fedeli come i guerriglieri curdi, preziosi nella lotta all'Isis, lasciandoli alla mercé delle vendette di Assad e di Erdogan. La Siria è consegnata definitivamente a Vladimir Putin e agli ayatollah iraniani (già corresponsabili per le carnecifine di Assad, l'uso di armi chimiche, le ondate di profughi).
I generali vedono un disegno di lungo periodo che li angoscia. In Estremo Oriente: col Giappone e la Corea del Sud a cui Trump ha detto che toglierà le truppe americane se non riducono gli avanzi commerciali; in Europa e in Canada con gli alleati Nato irrisi; infine in Medio Oriente; Trump smantella un pezzo alla volta un vasto impianto d'influenza mondiale. L'establishment militare non può tollerare una ritirata simile, che si svolge nel caos e nell'improvvisazione, senza contropartite e senza un disegno alternativo. Già altri due generali della squadra iniziale se n'erano andati, McMaster dal National Security Council e Kelly dal ruolo di chief of staff.
Il Deep State, quel termine che la destra trumpiana usa per evocare complotti di una "cupola" dell'alta amministrazione pubblica contro un presidente-outsider, in questo caso esiste davvero. E non è un'amministrazione pubblica "obamiana" che sabota un presidente repubblicano. I tre generali che lui ha bruciato in un biennio erano tutti di destra, perfino trumpiani su certi temi. Un bel pezzo di establishment militare si starà anche interrogando sul Russiagate, si chiederà se l'idea di una collusione con Putin non sia diventata più verosimile alla luce del regalo siriano. Putin è l'unico ad avere applaudito il ritiro delle truppe Usa dalla Siria. Per la maggioranza dell'opinione pubblica, un'emergenza scaccia l'altra: le Breaking News si sono già spostate sul tema dello shutdown, il conto alla rovescia per chiudere lo Stato a oltranza.
Lo strappo senza precedenti è con i vertici militari, solidali con Mattis nel condannare l'abbandono della Siria. Manda un segnale tremendo a tutti gli alleati, di cui Mattis difendeva l'importanza. Conferma che la sua visione di America First non è solo nazionalista, sovranista, protezionista. È anche il ritorno all'isolazionismo che precedette l'intervento nella seconda guerra mondiale; apre spazi enormi ai rivali dell'America, Cina Russia Iran.
Trump fa quello che aveva promesso. Basta con l'America "gendarme del Medio Oriente, senza ricavarne alcunché". Così ha spiegato il ritiro degli ultimi duemila soldati dalla Siria, e il ritorno di settemila militari dall'Afghanistan che dimezza quel contingente. La linea isolazionista è coerente, lo si potrebbe perfino scambiare per un pacifista: non fosse per il vigoroso aumento delle spese in armamenti, o per la scelta del superfalco John Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale.
Mattis nella lettera di addio si definisce "lucido nel vedere gli attori ostili", e convinto che si debbano "trattare gli alleati con rispetto". La rottura col presidente è su due costanti della strategia americana: una forza costruita sulle alleanze, e la determinazione nel tener testa agli avversari strategici, Russia e Cina. Nell'analisi dei vertici militari Trump svende la leadership Usa, liquida un'egemonia, chiude frettolosamente un "secolo americano" fatto di investimenti in hard power e soft power. Apre varchi ai nemici di sempre, crea le condizioni di un indebolimento durevole.
Non tutte le dimissioni sono eguali. Questa nasce da uno strappo tra il presidente e uno dei poteri forti più legati alla proiezione imperiale degli Stati Uniti. I generali americani non sono stati formati alla resa. Lasciare la Siria significa tradire alleati fedeli come i guerriglieri curdi, preziosi nella lotta all'Isis, lasciandoli alla mercé delle vendette di Assad e di Erdogan. La Siria è consegnata definitivamente a Vladimir Putin e agli ayatollah iraniani (già corresponsabili per le carnecifine di Assad, l'uso di armi chimiche, le ondate di profughi).
I generali vedono un disegno di lungo periodo che li angoscia. In Estremo Oriente: col Giappone e la Corea del Sud a cui Trump ha detto che toglierà le truppe americane se non riducono gli avanzi commerciali; in Europa e in Canada con gli alleati Nato irrisi; infine in Medio Oriente; Trump smantella un pezzo alla volta un vasto impianto d'influenza mondiale. L'establishment militare non può tollerare una ritirata simile, che si svolge nel caos e nell'improvvisazione, senza contropartite e senza un disegno alternativo. Già altri due generali della squadra iniziale se n'erano andati, McMaster dal National Security Council e Kelly dal ruolo di chief of staff.
Il Deep State, quel termine che la destra trumpiana usa per evocare complotti di una "cupola" dell'alta amministrazione pubblica contro un presidente-outsider, in questo caso esiste davvero. E non è un'amministrazione pubblica "obamiana" che sabota un presidente repubblicano. I tre generali che lui ha bruciato in un biennio erano tutti di destra, perfino trumpiani su certi temi. Un bel pezzo di establishment militare si starà anche interrogando sul Russiagate, si chiederà se l'idea di una collusione con Putin non sia diventata più verosimile alla luce del regalo siriano. Putin è l'unico ad avere applaudito il ritiro delle truppe Usa dalla Siria. Per la maggioranza dell'opinione pubblica, un'emergenza scaccia l'altra: le Breaking News si sono già spostate sul tema dello shutdown, il conto alla rovescia per chiudere lo Stato a oltranza.