Apple: una crisi "made in China"
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINILa politica di Trump ha fatto rallentare la locomotiva cinese e per Pechino il "costosissimo" iPhone non è più uno status symbol: ecco perché la regina della Silicon Valley crolla in Borsa
NEW YORK - La regina della Silicon Valley, nonché regina di Wall Street, affonda le Borse: è colpita dalla "vendetta cinese". Apple perde in poche ore il 10% della sua capitalizzazione e trascina al ribasso tutti i listini, dopo l'inusuale allarme lanciato dal suo chief executive Tim Cook: avverte gli investitori che i risultati aziendali risentiranno del calo delle vendite in Cina.
Ma non è scattato contro Apple un sabotaggio politico, se non molto marginalmente. A tagliare le sue vendite e i suoi profitti è la logica dei vasi comunicanti che regola l'economia globale. Donald Trump sta vincendo il suo braccio di ferro con Xi Jinping, per molti aspetti. Il risultato è che la locomotiva cinese rallenta; cala l'export dalla "fabbrica del mondo"; rallenta la produzione; i consumatori nella nazione più popolosa del pianeta sono preoccupati e quindi riducono le spese.
Tra queste, tagliano gli acquisti dei costosiss…
Ma non è scattato contro Apple un sabotaggio politico, se non molto marginalmente. A tagliare le sue vendite e i suoi profitti è la logica dei vasi comunicanti che regola l'economia globale. Donald Trump sta vincendo il suo braccio di ferro con Xi Jinping, per molti aspetti. Il risultato è che la locomotiva cinese rallenta; cala l'export dalla "fabbrica del mondo"; rallenta la produzione; i consumatori nella nazione più popolosa del pianeta sono preoccupati e quindi riducono le spese.
Tra queste, tagliano gli acquisti dei costosiss…
NEW YORK - La regina della Silicon Valley, nonché regina di Wall Street, affonda le Borse: è colpita dalla "vendetta cinese". Apple perde in poche ore il 10% della sua capitalizzazione e trascina al ribasso tutti i listini, dopo l'inusuale allarme lanciato dal suo chief executive Tim Cook: avverte gli investitori che i risultati aziendali risentiranno del calo delle vendite in Cina.
Ma non è scattato contro Apple un sabotaggio politico, se non molto marginalmente. A tagliare le sue vendite e i suoi profitti è la logica dei vasi comunicanti che regola l'economia globale. Donald Trump sta vincendo il suo braccio di ferro con Xi Jinping, per molti aspetti. Il risultato è che la locomotiva cinese rallenta; cala l'export dalla "fabbrica del mondo"; rallenta la produzione; i consumatori nella nazione più popolosa del pianeta sono preoccupati e quindi riducono le spese.
Tra queste, tagliano gli acquisti dei costosissimi smartphone "concepiti in California" (ma assemblati in casa loro dalla Foxconn a Shenzhen) che Cook si ostina a vendergli con un sovrapprezzo esorbitante. I dati sono pesanti: gli iPhone sono scivolati al quinto posto nella classifica delle vendite di cellulari ai cinesi. D'altronde un iPhone viene venduto in Cina a un prezzo medio di 900 dollari contro i 300 dollari dei modelli nazionali col marchio Huawei, Xiaomei, Oppo e Vivo (Bbk).
Un tempo l'iPhone godeva di un tale vantaggio nelle prestazioni, nonché di un'immagine così forte come status symbol, che i ceti medioalti cinesi accettavano quel divario nei prezzi. Poi le marche locali hanno fatto passi da gigante e quel sovrapprezzo non si giustifica più. Qualche fremito di nazionalismo c'è stato, si registrano casi di aziende cinesi che hanno esortato i propri dipendenti a non comprare marche americane, come ritorsione per i dazi di Trump. Ma sono fenomeni marginali, di fronte alla pressione più concreta e più generalizzata che viene dall'economia stessa: tutti i consumi cinesi subiscono la stessa frenata, dalle automobili agli elettrodomestici. Cook, custode del lascito di Steve Jobs, ne ha ereditato in parte l'arroganza e la presunzione, tardando ad accorgersi che le sue politiche tariffarie erano ormai ingiustificate.
Il contesto geopolitico non aiuta. La "guerra degli ostaggi" continua, ultimo capitolo del gigantesco scontro commerciale, tecnologico e strategico fra le due superpotenze. Un mese fa venne arrestata a Vancouver in Canada, su mandato di cattura di Washington, la potentissima top manager Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei, colosso delle telecom cinesi che l'America considera un cavallo di Troia nello spionaggio e nel saccheggio di tecnologie.
La Cina si è rivalsa arrestando due diplomatici canadesi. Il Dipartimento di Stato Usa ha rinnovato ieri gli avvertimenti ai manager americani: stiano molto attenti a viaggiare in Cina, dove "l'applicazione arbitraria delle leggi locali" potrebbe spedirli in galera, pedine di un gioco molto più vasto. Non si tratta più - soltanto - dell'offensiva di Trump per riequilibrare l'enorme disavanzo commerciale con la Cina, tema sul quale Xi è costretto a fargli delle concessioni. L'America vuole fermare, finché è in tempo, la formidabile avanzata della Cina verso la supremazia in molte tecnologie di punta. Quell'avanzata è stata consentita anche da metodi illegali, il saccheggio di know how. L'America se n'è accorta tardi, cerca di correre ai ripari chiamando a raccolta anche gli alleati europei.
Nella sfida l'America parte da rivendicazioni legittime, che non sono state inventate da Trump. I macro-squilibri commerciali esistevano e venivano denunciati anche sotto Barack Obama. Le pratiche predatorie delle aziende cinesi verso la proprietà intellettuale sono un nodo dolente da anni. Però un bel pezzo di capitalismo americano nella simbiosi Usa-Cina ha trovato i suoi vantaggi.
Il caso di Apple è la punta avanzata, perché la multinazionale di Cupertino ha saputo sfruttare tutte le dimensioni del miracolo cinese. Sul fronte produttivo ha trovato in Cina fabbriche capaci di replicare altissima qualità e affidabilità a costi inferiori; sul fronte commerciale l'emergere di un ceto medio di mezzo miliardo di persone le ha offerto un nuovo sbocco. Ma in misura inferiore anche la General Motors o la Ford hanno conosciuto una stagione felice in Cina. Le vittime americane di quel modello di globalizzazione erano altre: prevalentemente la classe operaia. Che nell'America First di Trump ha trovato una risposta al suo impoverimento, alle sue rivendicazioni. I metodi duri che Trump ha sfoderato con Xi, daranno qualche risultato: la Cina sta allineando offerte e concessioni per aumentare i propri acquisti di prodotti made in Usa. Nel frattempo le nubi che si addensano sulla crescita cinese fanno paura a molti altri. Cook forse è soltanto il primo della lista.
Ma non è scattato contro Apple un sabotaggio politico, se non molto marginalmente. A tagliare le sue vendite e i suoi profitti è la logica dei vasi comunicanti che regola l'economia globale. Donald Trump sta vincendo il suo braccio di ferro con Xi Jinping, per molti aspetti. Il risultato è che la locomotiva cinese rallenta; cala l'export dalla "fabbrica del mondo"; rallenta la produzione; i consumatori nella nazione più popolosa del pianeta sono preoccupati e quindi riducono le spese.
Tra queste, tagliano gli acquisti dei costosissimi smartphone "concepiti in California" (ma assemblati in casa loro dalla Foxconn a Shenzhen) che Cook si ostina a vendergli con un sovrapprezzo esorbitante. I dati sono pesanti: gli iPhone sono scivolati al quinto posto nella classifica delle vendite di cellulari ai cinesi. D'altronde un iPhone viene venduto in Cina a un prezzo medio di 900 dollari contro i 300 dollari dei modelli nazionali col marchio Huawei, Xiaomei, Oppo e Vivo (Bbk).
Un tempo l'iPhone godeva di un tale vantaggio nelle prestazioni, nonché di un'immagine così forte come status symbol, che i ceti medioalti cinesi accettavano quel divario nei prezzi. Poi le marche locali hanno fatto passi da gigante e quel sovrapprezzo non si giustifica più. Qualche fremito di nazionalismo c'è stato, si registrano casi di aziende cinesi che hanno esortato i propri dipendenti a non comprare marche americane, come ritorsione per i dazi di Trump. Ma sono fenomeni marginali, di fronte alla pressione più concreta e più generalizzata che viene dall'economia stessa: tutti i consumi cinesi subiscono la stessa frenata, dalle automobili agli elettrodomestici. Cook, custode del lascito di Steve Jobs, ne ha ereditato in parte l'arroganza e la presunzione, tardando ad accorgersi che le sue politiche tariffarie erano ormai ingiustificate.
Il contesto geopolitico non aiuta. La "guerra degli ostaggi" continua, ultimo capitolo del gigantesco scontro commerciale, tecnologico e strategico fra le due superpotenze. Un mese fa venne arrestata a Vancouver in Canada, su mandato di cattura di Washington, la potentissima top manager Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei, colosso delle telecom cinesi che l'America considera un cavallo di Troia nello spionaggio e nel saccheggio di tecnologie.
La Cina si è rivalsa arrestando due diplomatici canadesi. Il Dipartimento di Stato Usa ha rinnovato ieri gli avvertimenti ai manager americani: stiano molto attenti a viaggiare in Cina, dove "l'applicazione arbitraria delle leggi locali" potrebbe spedirli in galera, pedine di un gioco molto più vasto. Non si tratta più - soltanto - dell'offensiva di Trump per riequilibrare l'enorme disavanzo commerciale con la Cina, tema sul quale Xi è costretto a fargli delle concessioni. L'America vuole fermare, finché è in tempo, la formidabile avanzata della Cina verso la supremazia in molte tecnologie di punta. Quell'avanzata è stata consentita anche da metodi illegali, il saccheggio di know how. L'America se n'è accorta tardi, cerca di correre ai ripari chiamando a raccolta anche gli alleati europei.
Nella sfida l'America parte da rivendicazioni legittime, che non sono state inventate da Trump. I macro-squilibri commerciali esistevano e venivano denunciati anche sotto Barack Obama. Le pratiche predatorie delle aziende cinesi verso la proprietà intellettuale sono un nodo dolente da anni. Però un bel pezzo di capitalismo americano nella simbiosi Usa-Cina ha trovato i suoi vantaggi.
Il caso di Apple è la punta avanzata, perché la multinazionale di Cupertino ha saputo sfruttare tutte le dimensioni del miracolo cinese. Sul fronte produttivo ha trovato in Cina fabbriche capaci di replicare altissima qualità e affidabilità a costi inferiori; sul fronte commerciale l'emergere di un ceto medio di mezzo miliardo di persone le ha offerto un nuovo sbocco. Ma in misura inferiore anche la General Motors o la Ford hanno conosciuto una stagione felice in Cina. Le vittime americane di quel modello di globalizzazione erano altre: prevalentemente la classe operaia. Che nell'America First di Trump ha trovato una risposta al suo impoverimento, alle sue rivendicazioni. I metodi duri che Trump ha sfoderato con Xi, daranno qualche risultato: la Cina sta allineando offerte e concessioni per aumentare i propri acquisti di prodotti made in Usa. Nel frattempo le nubi che si addensano sulla crescita cinese fanno paura a molti altri. Cook forse è soltanto il primo della lista.