Donald Trump comincia la campagna per il 2020
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINIIl presidente punta sul tema immigrazione illegale e inventa una crisi che non c'è
NEW YORK - Il discorso alla nazione sulla “emergenza umanitaria e di sicurezza al confine” segna l’apertura della campagna per la rielezione di Donald Trump nel 2020. Il presidente è convinto che l’immigrazione illegale sia il terreno a lui più favorevole, per riprendere l’iniziativa in una fase in cui la maggioranza democratica alla Camera può ostacolare tutte le sue politiche. Lui sfida la sinistra sulla linea dura contro i clandestini.
Datemi i fondi – dice ai democratici – per costruire il Muro al confine del Messico, per fermare “criminali, narcos, trafficanti di esseri umani”, per “proteggere chi sta di qua”. Tiene in ostaggio, per adesso, gli 800.000 dipendenti pubblici che da 18 giorni non ricevono lo stipendio. Non firmerà il bilancio federale se i democratici non sbloccano quel finanziamento per la fortificazione sulla frontiera. La forza di Trump, è sempre stata la su…
Datemi i fondi – dice ai democratici – per costruire il Muro al confine del Messico, per fermare “criminali, narcos, trafficanti di esseri umani”, per “proteggere chi sta di qua”. Tiene in ostaggio, per adesso, gli 800.000 dipendenti pubblici che da 18 giorni non ricevono lo stipendio. Non firmerà il bilancio federale se i democratici non sbloccano quel finanziamento per la fortificazione sulla frontiera. La forza di Trump, è sempre stata la su…
NEW YORK - Il discorso alla nazione sulla “emergenza umanitaria e di sicurezza al confine” segna l’apertura della campagna per la rielezione di Donald Trump nel 2020. Il presidente è convinto che l’immigrazione illegale sia il terreno a lui più favorevole, per riprendere l’iniziativa in una fase in cui la maggioranza democratica alla Camera può ostacolare tutte le sue politiche. Lui sfida la sinistra sulla linea dura contro i clandestini.
Datemi i fondi – dice ai democratici – per costruire il Muro al confine del Messico, per fermare “criminali, narcos, trafficanti di esseri umani”, per “proteggere chi sta di qua”. Tiene in ostaggio, per adesso, gli 800.000 dipendenti pubblici che da 18 giorni non ricevono lo stipendio. Non firmerà il bilancio federale se i democratici non sbloccano quel finanziamento per la fortificazione sulla frontiera. La forza di Trump, è sempre stata la sua capacità di imporre l’agenda del dibattito pubblico, dettare una narrazione forte. Già un successo lui lo ottiene, costringendo la sinistra a radicalizzarsi per reazione, ad apparire come “il partito permissivo sui clandestini”. Perché il simbolo del Muro, nella sua grossolana semplicità, trascina tutti in una gara di ipocrisie amnesìe e menzogne.
Trump per primo ovviamente: inventa un crisi che non c’è. Gli stessi dati della sua Amministrazione infatti indicano che non c’è un’ondata anomala di ingressi: gli arresti compiuti tra gli stranieri che attraversano la frontiera meridionale l’anno scorso erano in leggero calo rispetto alla media degli otto anni di presidenza Obama (397mila arresti nel 2018, 413mila nel periodo di Obama). Mentre il picco massimo di arresti ci fu 18 anni fa, a quota 1,6 milioni, nell’ultimo anno di presidenza di un democratico, Bill Clinton. A riprova che quando erano loro al governo, i democratici non praticavano le “frontiere aperte”. Trump esalta il Muro come un simbolo, ma i 5,7 miliardi che chiede servirebbero solo ad aggiungervi poche centinaia di km di prolunga. Ne costruì quasi 1.000 km George W. Bush. Il primo tratto di fortificazione al confine tra San Diego e Tijuana risale al 1994, ancora durante la presidenza Clinton.
In questa gara di mistificazioni, il passaggio più efficace nel discorso di Trump è quello in cui rievoca (stavolta senza fare nomi) l’esempio della nuova dimora degli Obama a Washington che lui stesso aveva citato qualche giorno fa. “I politici che circondano di recinzioni le loro case – dice il presidente – non lo fanno perché odiano chi sta fuori, ma perché amano chi sta dentro”. Il messaggio forte è questo: io mi preoccupo di voi concittadini americani, e degli immigrati regolari che hanno rispettato le leggi, io voglio proteggere dal crimine e dall’insicurezza chi sta di qua dal confine.
Se questo significa prolungare la paralisi dei servizi pubblici federali, alla fine chi ne pagherà il prezzo? I repubblicani sono tradizionalmente il partito anti-Stato, e raccolgono pochi consensi tra i dipendenti pubblici. Bisogna vedere, con lo shutdown che si protrae, cos’accadrà se i disagi cominceranno a colpire vasti interessi economici e ampie fasce dell’opinione pubblica: la colpa verrà attribuita al presidente, o all’opposizione democratica che controlla un ramo del Congresso?
Per adesso siamo alle prime mosse di una campagna elettorale destinata a dominare i prossimi venti mesi. Trump è certo di una cosa: più si parla di immigrazione clandestina e di Muro, più ha da guadagnarci lui. La sua strategia punta a ricompattare la base minoritaria ma sufficiente che lo sostenne la prima volta, a ricostruire lo strettissimo percorso dei collegi elettorali che lo portarono alla Casa Bianca nel novembre 2016.
Datemi i fondi – dice ai democratici – per costruire il Muro al confine del Messico, per fermare “criminali, narcos, trafficanti di esseri umani”, per “proteggere chi sta di qua”. Tiene in ostaggio, per adesso, gli 800.000 dipendenti pubblici che da 18 giorni non ricevono lo stipendio. Non firmerà il bilancio federale se i democratici non sbloccano quel finanziamento per la fortificazione sulla frontiera. La forza di Trump, è sempre stata la sua capacità di imporre l’agenda del dibattito pubblico, dettare una narrazione forte. Già un successo lui lo ottiene, costringendo la sinistra a radicalizzarsi per reazione, ad apparire come “il partito permissivo sui clandestini”. Perché il simbolo del Muro, nella sua grossolana semplicità, trascina tutti in una gara di ipocrisie amnesìe e menzogne.
Trump per primo ovviamente: inventa un crisi che non c’è. Gli stessi dati della sua Amministrazione infatti indicano che non c’è un’ondata anomala di ingressi: gli arresti compiuti tra gli stranieri che attraversano la frontiera meridionale l’anno scorso erano in leggero calo rispetto alla media degli otto anni di presidenza Obama (397mila arresti nel 2018, 413mila nel periodo di Obama). Mentre il picco massimo di arresti ci fu 18 anni fa, a quota 1,6 milioni, nell’ultimo anno di presidenza di un democratico, Bill Clinton. A riprova che quando erano loro al governo, i democratici non praticavano le “frontiere aperte”. Trump esalta il Muro come un simbolo, ma i 5,7 miliardi che chiede servirebbero solo ad aggiungervi poche centinaia di km di prolunga. Ne costruì quasi 1.000 km George W. Bush. Il primo tratto di fortificazione al confine tra San Diego e Tijuana risale al 1994, ancora durante la presidenza Clinton.
In questa gara di mistificazioni, il passaggio più efficace nel discorso di Trump è quello in cui rievoca (stavolta senza fare nomi) l’esempio della nuova dimora degli Obama a Washington che lui stesso aveva citato qualche giorno fa. “I politici che circondano di recinzioni le loro case – dice il presidente – non lo fanno perché odiano chi sta fuori, ma perché amano chi sta dentro”. Il messaggio forte è questo: io mi preoccupo di voi concittadini americani, e degli immigrati regolari che hanno rispettato le leggi, io voglio proteggere dal crimine e dall’insicurezza chi sta di qua dal confine.
Se questo significa prolungare la paralisi dei servizi pubblici federali, alla fine chi ne pagherà il prezzo? I repubblicani sono tradizionalmente il partito anti-Stato, e raccolgono pochi consensi tra i dipendenti pubblici. Bisogna vedere, con lo shutdown che si protrae, cos’accadrà se i disagi cominceranno a colpire vasti interessi economici e ampie fasce dell’opinione pubblica: la colpa verrà attribuita al presidente, o all’opposizione democratica che controlla un ramo del Congresso?
Per adesso siamo alle prime mosse di una campagna elettorale destinata a dominare i prossimi venti mesi. Trump è certo di una cosa: più si parla di immigrazione clandestina e di Muro, più ha da guadagnarci lui. La sua strategia punta a ricompattare la base minoritaria ma sufficiente che lo sostenne la prima volta, a ricostruire lo strettissimo percorso dei collegi elettorali che lo portarono alla Casa Bianca nel novembre 2016.