Il salvagente Ue: fino a 9 mesi per l’accordo ma resta l’incognita delle Europee
Alberto D’ArgenioA Bruxelles si studia una proroga oltre il termine del 29 marzo, ma senza altre concessioni a Londra. Non c’è chiarezza sulla partecipazione degli inglesi alla scelta del nuovo Parlamento di Strasburgo
STRASBURGO. A questo punto urge un piano B. Non quello auspicato dai membri di Westminster, ovvero nuove concessioni da parte dell’Unione europea. Non si tratta più, l’accordo sulla Brexit non cambia. Ma i capi di Stato e di governo dei Ventisette potrebbero concedere a Londra dai tre ai nove mesi di tempo per uscire dall’impasse. Ed evitare il no deal, il divorzio senza accordo tra Regno Unito ed Europa che avrebbe conseguenze disastrose per entrambe le parti. Un drammatico salto nel buio per i cittadini di sua maestà. Ma anche per il Continente che, è il timore di istituzioni e capitali Ue, con l’uscita disordinata della Gran Bretagna andrebbe incontro a una nuova recessione.
Il punto fermo è che ora spetta ai britannici indicare la strada, tanto che a Bruxelles non si lavora per un summit straordinario ravvicinato. Ma gli europei, che ieri pomeriggio già prevedevano la débacle di Theresa May e la richiesta di sfiduc…
Il punto fermo è che ora spetta ai britannici indicare la strada, tanto che a Bruxelles non si lavora per un summit straordinario ravvicinato. Ma gli europei, che ieri pomeriggio già prevedevano la débacle di Theresa May e la richiesta di sfiduc…
STRASBURGO. A questo punto urge un piano B. Non quello auspicato dai membri di Westminster, ovvero nuove concessioni da parte dell’Unione europea. Non si tratta più, l’accordo sulla Brexit non cambia. Ma i capi di Stato e di governo dei Ventisette potrebbero concedere a Londra dai tre ai nove mesi di tempo per uscire dall’impasse. Ed evitare il no deal, il divorzio senza accordo tra Regno Unito ed Europa che avrebbe conseguenze disastrose per entrambe le parti. Un drammatico salto nel buio per i cittadini di sua maestà. Ma anche per il Continente che, è il timore di istituzioni e capitali Ue, con l’uscita disordinata della Gran Bretagna andrebbe incontro a una nuova recessione.
Il punto fermo è che ora spetta ai britannici indicare la strada, tanto che a Bruxelles non si lavora per un summit straordinario ravvicinato. Ma gli europei, che ieri pomeriggio già prevedevano la débacle di Theresa May e la richiesta di sfiducia da parte di Jeremy Corbin, un’idea ce l’hanno. Innanzitutto, a Bruxelles e nelle cancellerie si prende in considerazione l’ipotesi che oggi la premier venga sfiduciata e si vada ad elezioni anticipate. A quel punto, ma anche in caso di sopravvivenza del governo May o di nascita di un nuovo esecutivo conservatore, si prevede che i britannici chiedano una proroga dei negoziati.
Il 29 marzo, infatti, scatterebbe la Brexit per lo scadere dei due anni di trattative previsti dall’articolo 50 del Trattato. A questo punto sembra impossibile arrivare a un accordo in tempo e il prolungamento del termine servirebbe a trovare una soluzione con May in sella o a portare a termine le elezioni e riprendere in mano la Brexit con un nuovo premier.
Dunque a Bruxelles aspettano che Downing Street chieda la proroga. Per essere concessa ci vorrà il voto unanime dei 27 capi di Stato e di governo dell’Unione. Che probabilmente ci sarà. Parlando all’Europarlamento di Strasburgo, il presidente della Bce, Mario Draghi, ieri ha detto di non prevedere una recessione per l’Europa, ma ha parlato di «rallentamento» dell’economia più prolungato del previsto. E ha citato la Brexit tra le sue cause, arrivando a dire che mette a rischio la stessa esistenza della Ue. Gli ha fatto eco il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno: «Qualsiasi soluzione è meglio del no deal». E infatti il timore è che l’uscita senza accordo getti davvero l’Europa in una nuova crisi economica nella quale, come sempre, la fragile Italia rischierebbe di perdere più degli altri. Proprio per allontanare lo spettro recessione, i leader sarebbero pronti a concedere la proroga.
Da capire di quanti mesi, visto che il 26 maggio si vota per le europee e nessuno, né a Bruxelles né a Londra, ritiene possibile che i cittadini del Regno siano chiamati alle urne per Strasburgo. Se la richiesta di proroga sarà fino al primo luglio, il problema verrà aggirato visto che il nuovo Parlamento si insedierà solo il due dello stesso mese. Se invece sarà fino al 31 dicembre, allora i britannici dovranno votare (e a novembre nominare un proprio commissario Ue nel nuovo esecutivo comunitario) salvo poi ritirare gli eurodeputati dopo la Brexit. In queste ore dietro le quinte, infatti, gli europei hanno respinto la richiesta di Londra di poter mandare a Strasburgo eletti a Westminster in rappresentanza del Regno: cozza con il suffragio universale in vigore dal 1979.
Se tutti vogliono evitare il no deal, nessuno in Europa molla. Ieri il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha confermato che «l’accordo negoziato era il migliore». Aggiungeva il Cancelliere austriaco Kurz: «Non si rinegozia». E ancora Juncker, «il rischio di un ritiro disordinato ora aumenta, auspico che il Regno Unito chiarisca al più presto le sue intenzioni». Dunque si aspetta la mossa britannica, anche se diversi leader, come il lussemburghese Bettel, chiedevano di «accelerare» la preparazione di un piano per limitare i danni del no deal. Ma nessuno lo auspica. Così resta sul tavolo la strategia di allungare i tempi. Per arrivare a una intesa più morbida. O, perché no, ad altro. «Se un accordo è impossibile e nessuno vuole un non accordo, chi avrà finalmente il coraggio di dire qual è l'unica soluzione positiva?», si chiedeva il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. L’unico a dire in chiaro la risposta condivisa (da due anni) dagli europei è stato l’ex premier italiano Paolo Gentiloni: «Un nuovo referendum».
Il punto fermo è che ora spetta ai britannici indicare la strada, tanto che a Bruxelles non si lavora per un summit straordinario ravvicinato. Ma gli europei, che ieri pomeriggio già prevedevano la débacle di Theresa May e la richiesta di sfiducia da parte di Jeremy Corbin, un’idea ce l’hanno. Innanzitutto, a Bruxelles e nelle cancellerie si prende in considerazione l’ipotesi che oggi la premier venga sfiduciata e si vada ad elezioni anticipate. A quel punto, ma anche in caso di sopravvivenza del governo May o di nascita di un nuovo esecutivo conservatore, si prevede che i britannici chiedano una proroga dei negoziati.
Il 29 marzo, infatti, scatterebbe la Brexit per lo scadere dei due anni di trattative previsti dall’articolo 50 del Trattato. A questo punto sembra impossibile arrivare a un accordo in tempo e il prolungamento del termine servirebbe a trovare una soluzione con May in sella o a portare a termine le elezioni e riprendere in mano la Brexit con un nuovo premier.
Dunque a Bruxelles aspettano che Downing Street chieda la proroga. Per essere concessa ci vorrà il voto unanime dei 27 capi di Stato e di governo dell’Unione. Che probabilmente ci sarà. Parlando all’Europarlamento di Strasburgo, il presidente della Bce, Mario Draghi, ieri ha detto di non prevedere una recessione per l’Europa, ma ha parlato di «rallentamento» dell’economia più prolungato del previsto. E ha citato la Brexit tra le sue cause, arrivando a dire che mette a rischio la stessa esistenza della Ue. Gli ha fatto eco il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno: «Qualsiasi soluzione è meglio del no deal». E infatti il timore è che l’uscita senza accordo getti davvero l’Europa in una nuova crisi economica nella quale, come sempre, la fragile Italia rischierebbe di perdere più degli altri. Proprio per allontanare lo spettro recessione, i leader sarebbero pronti a concedere la proroga.
Da capire di quanti mesi, visto che il 26 maggio si vota per le europee e nessuno, né a Bruxelles né a Londra, ritiene possibile che i cittadini del Regno siano chiamati alle urne per Strasburgo. Se la richiesta di proroga sarà fino al primo luglio, il problema verrà aggirato visto che il nuovo Parlamento si insedierà solo il due dello stesso mese. Se invece sarà fino al 31 dicembre, allora i britannici dovranno votare (e a novembre nominare un proprio commissario Ue nel nuovo esecutivo comunitario) salvo poi ritirare gli eurodeputati dopo la Brexit. In queste ore dietro le quinte, infatti, gli europei hanno respinto la richiesta di Londra di poter mandare a Strasburgo eletti a Westminster in rappresentanza del Regno: cozza con il suffragio universale in vigore dal 1979.
Se tutti vogliono evitare il no deal, nessuno in Europa molla. Ieri il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha confermato che «l’accordo negoziato era il migliore». Aggiungeva il Cancelliere austriaco Kurz: «Non si rinegozia». E ancora Juncker, «il rischio di un ritiro disordinato ora aumenta, auspico che il Regno Unito chiarisca al più presto le sue intenzioni». Dunque si aspetta la mossa britannica, anche se diversi leader, come il lussemburghese Bettel, chiedevano di «accelerare» la preparazione di un piano per limitare i danni del no deal. Ma nessuno lo auspica. Così resta sul tavolo la strategia di allungare i tempi. Per arrivare a una intesa più morbida. O, perché no, ad altro. «Se un accordo è impossibile e nessuno vuole un non accordo, chi avrà finalmente il coraggio di dire qual è l'unica soluzione positiva?», si chiedeva il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. L’unico a dire in chiaro la risposta condivisa (da due anni) dagli europei è stato l’ex premier italiano Paolo Gentiloni: «Un nuovo referendum».