✕
(afp)

Segna la Juve, ma la partita è di tutte. “Si può tifare anche a viso coperto”

Oltre 10mila donne allo stadio di Gedda per la Supercoppa italiana. Ma sugli spalti nessuno parla di Khashoggi e di politica. L’accusa di un intellettuale: “Giocando qui date legalità al regime”
2 minuti di lettura
GEDDA (ARABIA SAUDITA) - Dal posto 1 della fila 8 in cima allo stadio King Abdullah di Gedda, Cristiano Ronaldo è solo una figurina lontana ma Fatimah Al Seferji lo guarda con ammirazione: "Non sono mai stata una grande fan di calcio - dice - ma ora ci sono i bambini e guardiamo le partite insieme. Lui mi piace molto". Accanto a lei Mohammad e Suhail, 4 e 2 anni, si agitano sui sedili, eccitato il primo, visibilmente annoiato il secondo. Fatimah sta finendo la specializzazione in Bioscienze al Kaust, l'università più avanzata dell'Arabia Saudita, dove uomini e donne studiano insieme e l'abaya - la lunga veste che tutte le donne devono indossare nel resto del Paese - può restare nell'armadio. Ma oggi allo stadio è venuta a volto completamente coperto, il velo nero che le lascia scoperti solo gli occhi. "Non mi sentirei a mio agio in nessuna altra maniera, così come non sarei venuta se non avessi potuto sedermi qui…
GEDDA (ARABIA SAUDITA) - Dal posto 1 della fila 8 in cima allo stadio King Abdullah di Gedda, Cristiano Ronaldo è solo una figurina lontana ma Fatimah Al Seferji lo guarda con ammirazione: "Non sono mai stata una grande fan di calcio - dice - ma ora ci sono i bambini e guardiamo le partite insieme. Lui mi piace molto". Accanto a lei Mohammad e Suhail, 4 e 2 anni, si agitano sui sedili, eccitato il primo, visibilmente annoiato il secondo. Fatimah sta finendo la specializzazione in Bioscienze al Kaust, l'università più avanzata dell'Arabia Saudita, dove uomini e donne studiano insieme e l'abaya - la lunga veste che tutte le donne devono indossare nel resto del Paese - può restare nell'armadio. Ma oggi allo stadio è venuta a volto completamente coperto, il velo nero che le lascia scoperti solo gli occhi. "Non mi sentirei a mio agio in nessuna altra maniera, così come non sarei venuta se non avessi potuto sedermi qui, nel settore famiglie".

Eccolo il "luogo della vergogna" di questa partita, quello che ha acceso polemiche in Italia e fatto parlare per giorni opinionisti e politici. È la parte più alta dello stadio, quella dove al posto delle comode poltroncine delle aree vip ci sono semplici sedili grigi. Il pubblico che affolla questo settore è molto diverso da quello del resto dello stadio: famiglie con bambini, anche piccolissimi. Gruppi di amici avvolti nelle bandiere delle squadre. Frotte di amiche arrivate insieme. Impossibile fare un conto esatto di quante siano le donne presenti, ma per il presidente della Lega Serie A Micciché "sono più di 10mila".

Quassù in alto le abaya lussuose e colorate delle tribune sono sostituite da vesti più semplici, spesso nere. La proporzione di teste avvolte dai veli o di volti completamente coperti, come quello di Fatimah, è decisamente maggiore di quella che si vede nelle poltrone vip. "Sfido chiunque a dirmi che non posso tifare Milan perché ho il viso coperto", dice Hania Alyasi, professoressa di Biologia molecolare in una delle università di Gedda. Hania ha vissuto un anno a Milano prima di trasferirsi negli Stati Uniti e completare gli studi. Il suo legame con l'Italia fa sì che sia perfettamente a conoscenza delle polemiche. "Siamo un Paese musulmano, da noi funziona cosi. E a noi va bene. Siamo diversi, bisogna imparare ad accettarlo". Una frase lanciata lì prima di tornare ad incoraggiare la sua squadra in difficoltà.

Come Hania, come Fatimah, la maggior parte delle persone intervistate di polemiche e politica non ha voglia di parlare. È una grande festa quella di Gedda, per i tifosi di Milan e Juve, per i tanti che sono venuti solo per Ronaldo e per quelli che sono qui per godere di una serata diversa. Solo pronunciare il nome di Jamal Khashoggi e delle attiviste in carcere da mesi per aver chiesto quello che le donne che sono qui stasera possono godere - più diritti, più libertà - ha il potere di gelare l'atmosfera. "Non parliamo di politica, solo di calcio", sorride cortese Fawas Ibrahim, designer, uno dei pochi milanisti in vista, seduto accanto a una moglie perdutamente juventina.

Eppure è difficile scindere le due cose quando durante l'intervallo le telecamere inquadrano le sagome di cartone di Re Salman e del principe ereditario Mohammed Bin Salman, l'uomo che tramite uno dei suoi più controversi consiglieri, Turki al Sheik, negli ultimi mesi ha portato nel regno il grande sport internazionale. Bisogna scavare con prudenza per trovare qualcuno che osi dire che la pensa diversamente. "Questa partita non avrebbe mai dovuto essere giocata qui", dice lontano da telefoni e orecchie indiscrete un intellettuale. Da qualche mese non può viaggiare all'estero, né esprimere in pubblico le sue opinioni: più volte ammonito, rischierebbe di finire in carcere se il suo nome uscisse. "L'Europa e l'Italia ci hanno abbandonato. Non avreste mai dovuto venire qui. State dando legalità a un regime che imprigiona, tortura e uccide chi dissente". Una voce solitaria nella grande festa di Gedda. Che in questa sera ha solo voglia di mettersi alle spalle le polemiche e godersi la partita.