LONDRA - Theresa May ha presentato oggi alla Camera dei Comuni il suo "Piano B" sulla Brexit, ma in realtà le differenze con l'altro suo piano affossato dalla valanga del Parlamento la settimana scorsa sono minime. La premier britannica, dopo alcuni giorni di negoziati con tutti i partiti (eccetto il Labour Party di Jeremy Corbyn che pretendeva l'esclusione preventiva del "No deal", "nessun accordo"), è tornata in aula con un pugno di mosche in mano, come previsto. Le sue "linee rosse" sono rimaste le stesse, e cioè: il suo piano "è l'unica soluzione contro il No Deal", il no a un rinvio della scadenza del 29 marzo (oltre la quale c'è il baratro del No Deal e quindi possibili conseguenze economiche catastrofiche) e il no a un secondo referendum.
Così come May ha reiterato la necessità di nuove concessioni e rassicurazioni dall'Europa sul backstop, cioè il regime speciale previsto per l'Irlanda del Nord (che rimarrebbe in una sorta di mercato unico europeo con l'Ue in unione doganale Ue) per preservare la fluidità del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d'Irlanda. Per questo la premier nei prossimi giorni ritornerà a Bruxelles a negoziare. Ma l'Europa, come visto negli ultimi mesi, non è disposta a mollare di un millimetro sull'accordo firmato lo scorso novembre, che include il backstop per un tempo potenzialmente illimitato fino a quando non si troverà una soluzione a lungo termine.
Oggi il capo negoziatore Ue Michel Barnier ha aperto ad alcune modifiche nella dichiarazione politica allegata all'accordo Uk-Ue di novembre (affossato dal Parlamento britannico), ma la prima non è legalmente vincolante al contrario del secondo, e dunque qualsiasi palliativo di questo genere verrà immediatamente respinto al mittente dall'ala dura del partito conservatore di May. Il ministro degli Esteri polacco oggi ha lanciato la proposta di un limite per il backstop di 5 (lunghi) anni. Idea bocciata all'unisono. May, in ogni caso, ha smentito le voci di stamattina che la vedevano disposta a modificare gli Accordi di Pace del Venerdì Santo dell'Irlanda (1998) per allentare in cambio il "backstop": "Non ho mai considerato una ipotesi del genere", ha sottolineato alla Camera dei Comuni.
L'unica novità di rilievo di May è questa: la settimana prossima, il 29 gennaio, darà il suo accordo in pasto al Parlamento, che potrà emendarlo con sue mozioni. Il calcolo della premier è dunque tornare in Europa con un piano che, potenzialmente, avrebbe un ok di varie maggioranze su tutti i suoi punti: il problema, però, è che, se anche dovesse accadere una cosa del genere, queste piccole maggioranze sui singoli capitoli saranno trasversali, quindi non è detto che si tradurranno automaticamente in una maggioranza parlamentare pronta a approvare il testo nel suo insieme.
L'altro calcolo di May, in questo contesto, è il seguente: se il Parlamento non trova un accordo su niente neanche in questo modo, tornerà in Europa a richiedere "necessarie concessioni" sul suo accordo Brexit, mentre in patria tornerà a dire che il suo è l'unico accordo possibile. Insomma, si riproporrà il suo oramai celebre aut-aut ("o il mio piano o la catastrofe"). Una strategia che sinora si è rivelata catastrofica ma che per la premier può portare ancora qualche frutto. Jeremy Corbyn oggi ha confermato la sua linea dura contro May, ribadendo che lui dialogherà soltanto quando la premier "escluderà chiaramente il No Deal" e che l'accordo che vuole il Labour presuppone unione doganale e una sorta di mercato unico. Roba che l'ala dura dei Tories non accetterà mai ma che, allo stesso tempo, era parzialmente prevista in un altro accordo di May, bruciato anch'esso, il cosiddetto "Chequers".
L'altra piccola sorpresa della giornata è stato l'annuncio di May riguardo alla cancellazione della tassa da 65 sterline per i cittadini europei che vogliono fare domanda per restare in Regno Unito dopo la Brexit. Un gesto distensivo nei confronti dell'Europa (che costerà all'erario britannico circa 200 milioni di sterline) e una mossa inaspettata, tanto che stamattina molti europei avevano già pagato per partecipare al programma di regolarizzazione. May ha detto "che saranno rimborsati a tempo debito".
Così come May ha reiterato la necessità di nuove concessioni e rassicurazioni dall'Europa sul backstop, cioè il regime speciale previsto per l'Irlanda del Nord (che rimarrebbe in una sorta di mercato unico europeo con l'Ue in unione doganale Ue) per preservare la fluidità del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d'Irlanda. Per questo la premier nei prossimi giorni ritornerà a Bruxelles a negoziare. Ma l'Europa, come visto negli ultimi mesi, non è disposta a mollare di un millimetro sull'accordo firmato lo scorso novembre, che include il backstop per un tempo potenzialmente illimitato fino a quando non si troverà una soluzione a lungo termine.
Oggi il capo negoziatore Ue Michel Barnier ha aperto ad alcune modifiche nella dichiarazione politica allegata all'accordo Uk-Ue di novembre (affossato dal Parlamento britannico), ma la prima non è legalmente vincolante al contrario del secondo, e dunque qualsiasi palliativo di questo genere verrà immediatamente respinto al mittente dall'ala dura del partito conservatore di May. Il ministro degli Esteri polacco oggi ha lanciato la proposta di un limite per il backstop di 5 (lunghi) anni. Idea bocciata all'unisono. May, in ogni caso, ha smentito le voci di stamattina che la vedevano disposta a modificare gli Accordi di Pace del Venerdì Santo dell'Irlanda (1998) per allentare in cambio il "backstop": "Non ho mai considerato una ipotesi del genere", ha sottolineato alla Camera dei Comuni.
L'unica novità di rilievo di May è questa: la settimana prossima, il 29 gennaio, darà il suo accordo in pasto al Parlamento, che potrà emendarlo con sue mozioni. Il calcolo della premier è dunque tornare in Europa con un piano che, potenzialmente, avrebbe un ok di varie maggioranze su tutti i suoi punti: il problema, però, è che, se anche dovesse accadere una cosa del genere, queste piccole maggioranze sui singoli capitoli saranno trasversali, quindi non è detto che si tradurranno automaticamente in una maggioranza parlamentare pronta a approvare il testo nel suo insieme.
L'altro calcolo di May, in questo contesto, è il seguente: se il Parlamento non trova un accordo su niente neanche in questo modo, tornerà in Europa a richiedere "necessarie concessioni" sul suo accordo Brexit, mentre in patria tornerà a dire che il suo è l'unico accordo possibile. Insomma, si riproporrà il suo oramai celebre aut-aut ("o il mio piano o la catastrofe"). Una strategia che sinora si è rivelata catastrofica ma che per la premier può portare ancora qualche frutto. Jeremy Corbyn oggi ha confermato la sua linea dura contro May, ribadendo che lui dialogherà soltanto quando la premier "escluderà chiaramente il No Deal" e che l'accordo che vuole il Labour presuppone unione doganale e una sorta di mercato unico. Roba che l'ala dura dei Tories non accetterà mai ma che, allo stesso tempo, era parzialmente prevista in un altro accordo di May, bruciato anch'esso, il cosiddetto "Chequers".
L'altra piccola sorpresa della giornata è stato l'annuncio di May riguardo alla cancellazione della tassa da 65 sterline per i cittadini europei che vogliono fare domanda per restare in Regno Unito dopo la Brexit. Un gesto distensivo nei confronti dell'Europa (che costerà all'erario britannico circa 200 milioni di sterline) e una mossa inaspettata, tanto che stamattina molti europei avevano già pagato per partecipare al programma di regolarizzazione. May ha detto "che saranno rimborsati a tempo debito".