L'Arabia Saudita punta sul turismo per rifarsi il look
Francesca Caferri , dalla nostra inviata FRANCESCA CAFERRINon solo Supercoppa. Il principe Mohammed Bin Salman vuole aprire il Regno ai turisti: tra Mar Rosso e rovine nel deserto se ne aspetta due milioni. Ma dall'assassinio di Khashoggi sono passati solo pochi mesi
AL ULA (Arabia Saudita). Il segreto meglio tenuto del mondo, come lo chiamano qui, si nasconde nel deserto più di mille chilometri a nord di Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, e occupa un territorio poco più piccolo del Belgio: monumenti scolpiti nella montagna, colonne naturali che emergono dalla sabbia, pareti di roccia ricoperte di iscrizioni in lingue perdute, un’isolata stazione ferroviaria resa famosa da Lawrence d’Arabia. È un luogo unico, che racchiude migliaia di anni di storia. Un luogo finora riservato ai pochi stranieri residenti nel Regno e a frotte di archeologi di tutto il mondo, che da anni lo esplorano indisturbati. Oggi tutto questo sta per cambiare.
Dopo decenni di quasi totale isolamento, l’Arabia Saudita apre ora le porte al turismo: da qualche mese nel Paese si può entrare grazie a visti elettronici, ottenibili via internet. Per ora sono legati a specifici eventi, come la finale della Supercoppa italiana di…
Dopo decenni di quasi totale isolamento, l’Arabia Saudita apre ora le porte al turismo: da qualche mese nel Paese si può entrare grazie a visti elettronici, ottenibili via internet. Per ora sono legati a specifici eventi, come la finale della Supercoppa italiana di…
AL ULA (Arabia Saudita). Il segreto meglio tenuto del mondo, come lo chiamano qui, si nasconde nel deserto più di mille chilometri a nord di Riad, la capitale dell’Arabia Saudita, e occupa un territorio poco più piccolo del Belgio: monumenti scolpiti nella montagna, colonne naturali che emergono dalla sabbia, pareti di roccia ricoperte di iscrizioni in lingue perdute, un’isolata stazione ferroviaria resa famosa da Lawrence d’Arabia. È un luogo unico, che racchiude migliaia di anni di storia. Un luogo finora riservato ai pochi stranieri residenti nel Regno e a frotte di archeologi di tutto il mondo, che da anni lo esplorano indisturbati. Oggi tutto questo sta per cambiare.
Dopo decenni di quasi totale isolamento, l’Arabia Saudita apre ora le porte al turismo: da qualche mese nel Paese si può entrare grazie a visti elettronici, ottenibili via internet. Per ora sono legati a specifici eventi, come la finale della Supercoppa italiana di calcio a Gedda. Ma le autorità promettono ampliamenti. E i resort di cui è appena iniziata la costruzione sulle spiagge incontaminate del Mar Rosso sono un segnale chiaro della direzione presa.
Di questo progetto, Al Ula e la sua area archeologica – in cui si sovrappongo duemila anni di testimonianze di diverse civiltà, da quella lihyanite ai Nabatei, fino ai romani – sono il cuore indiscusso: qui, secondo le previsioni di Vision 2030 (il piano per diversificare l’economia voluto dal 33enne principe ereditario Mohammed Bin Salman, detto Mbs) presto arriveranno due milioni di visitatori l’anno: oggi sono 150 mila. Ad aspettarli troveranno nuovi hotel, infrastrutture e mega-eventi come Winter at Tantora, il festival musicale che in queste settimane ha visto esibirsi qui, dove suonare musica fino a due anni fa era proibito, superstar del livello del pianista cinese Lang Lang, e che oggi, vedrà protagonista Andrea Bocelli.
Amr al Madani è l’uomo al centro di tutto questo. Inglese perfetto e sorriso affabile, non si stanca mai di mostrare le meraviglie del sito ai visitatori vip: un mix che va da milionari libanesi a fashionistas di Dubai fino al pugile americano Floyd Mayweather, tutti invitati dal governo perché con la loro presenza pubblicizzino l’area. Al Madani è l’amministratore delegato della Royal Commission for al Ula (Rcu), l’ente nato per sovrintendere alla zona: alla presidenza c’è uno dei migliori amici di Mbs, il principe Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan Al Saud, ministro della Cultura, l’uomo famoso per aver acquistato il Salvator Mundi attribuito (pare erroneamente) a Leonardo da Vinci per 450 milioni di dollari. «Il nostro target sono viaggiatori consapevoli, non turisti di massa» dice al Madani. «Prenderemo il meglio di quello che hanno sperimentato località come la Toscana o Machu Picchu. E impareremo dai loro errori».
Le rassicurazioni di al Madani non bastano a dissipare i dubbi. L’attrazione principale di Al Ula è Madain Saleh, la seconda città dell’impero nabateo dopo la capitale Petra, tappa importantissima sulla via delle spezie che da Yemen e Oman portava l’incenso a Roma. Le sue 130 tombe scavate nella roccia, con le loro colonne e le scale che puntano al cielo, le teste di Medusa, le aquile e le maschere, tolgono il fiato per la bellezza. Ma sono anche delicate. Non ci si può non chiedere cosa accadrà quando arriveranno i pullman. «Proteggeremo questo luogo, come abbiamo fatto da generazioni: ma ora vogliamo che il mondo lo conosca» rassicura Fayiz al Juhani, guida turistica.
Come la maggior parte degli abitanti della zona, è un sostenitore del progetto, che sta togliendo centinaia di ragazzi e ragazze dalla coltivazione di datteri e arance per avviarli allo studio delle lingue e della storia. Alia, 17 anni, è una di loro: con l’abaya – la lunga veste che tutte le donne in Arabia Saudita sono tenute a portare – e il velo nero che le lascia scoperti solo gli occhi, attende i visitatori davanti ad Al Fareed, “l’unico” in arabo, la tomba solitaria che è il simbolo di Madain Saleh.
Nell’osservare la sua lunga veste scura non ci si può non chiedere se i turisti siano pronti a venire in una nazione dove alle donne è richiesto un rigido codice di abbigliamento. E ogni forma di alcol è assolutamente proibita. L’ostacolo più grande però potrebbe non essere questo: la sforzo che l’Arabia Saudita sta facendo per raccontarsi come un Paese aperto e ospitale si scontra con le notizie degli ultimi mesi. Dall’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul, in cui sono implicati uomini vicini a Mbs e di cui il principe è da molti ritenuto il mandante, almeno morale, alla reclusione e tortura delle attiviste per i diritti delle donne. Fino alla repressione di ogni forma di dissenso.
«La realtà è che chiunque sia minimamente critico vive nella paura: il terrore di finire in carcere o di vederci finire la propria famiglia. La bellezza di Al Ula non deve essere usata per coprire tutto questo» dice un intellettuale saudita. Il nome non si può scrivere: più volte è stato ammonito a non parlare con gli stranieri. Le sue parole risuonano come un monito quando ci si ferma ad ammirare la bellezza di Al Ula, ma non è chiaro quanti siano disposti ad ascoltarle. Roberta Fedele è fra quelli che non hanno dubbi: insieme alla sua amica italo-saudita Leila Hafiz sta mettendo su un’agenzia per accogliere i turisti italiani desiderosi di visitare il Paese. «C’è un grande potenziale» dice. «E vogliamo aiutare a scoprirlo».
Sul Venerdì del 1° febbraio 2019
Dopo decenni di quasi totale isolamento, l’Arabia Saudita apre ora le porte al turismo: da qualche mese nel Paese si può entrare grazie a visti elettronici, ottenibili via internet. Per ora sono legati a specifici eventi, come la finale della Supercoppa italiana di calcio a Gedda. Ma le autorità promettono ampliamenti. E i resort di cui è appena iniziata la costruzione sulle spiagge incontaminate del Mar Rosso sono un segnale chiaro della direzione presa.
Di questo progetto, Al Ula e la sua area archeologica – in cui si sovrappongo duemila anni di testimonianze di diverse civiltà, da quella lihyanite ai Nabatei, fino ai romani – sono il cuore indiscusso: qui, secondo le previsioni di Vision 2030 (il piano per diversificare l’economia voluto dal 33enne principe ereditario Mohammed Bin Salman, detto Mbs) presto arriveranno due milioni di visitatori l’anno: oggi sono 150 mila. Ad aspettarli troveranno nuovi hotel, infrastrutture e mega-eventi come Winter at Tantora, il festival musicale che in queste settimane ha visto esibirsi qui, dove suonare musica fino a due anni fa era proibito, superstar del livello del pianista cinese Lang Lang, e che oggi, vedrà protagonista Andrea Bocelli.
Amr al Madani è l’uomo al centro di tutto questo. Inglese perfetto e sorriso affabile, non si stanca mai di mostrare le meraviglie del sito ai visitatori vip: un mix che va da milionari libanesi a fashionistas di Dubai fino al pugile americano Floyd Mayweather, tutti invitati dal governo perché con la loro presenza pubblicizzino l’area. Al Madani è l’amministratore delegato della Royal Commission for al Ula (Rcu), l’ente nato per sovrintendere alla zona: alla presidenza c’è uno dei migliori amici di Mbs, il principe Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan Al Saud, ministro della Cultura, l’uomo famoso per aver acquistato il Salvator Mundi attribuito (pare erroneamente) a Leonardo da Vinci per 450 milioni di dollari. «Il nostro target sono viaggiatori consapevoli, non turisti di massa» dice al Madani. «Prenderemo il meglio di quello che hanno sperimentato località come la Toscana o Machu Picchu. E impareremo dai loro errori».
Le rassicurazioni di al Madani non bastano a dissipare i dubbi. L’attrazione principale di Al Ula è Madain Saleh, la seconda città dell’impero nabateo dopo la capitale Petra, tappa importantissima sulla via delle spezie che da Yemen e Oman portava l’incenso a Roma. Le sue 130 tombe scavate nella roccia, con le loro colonne e le scale che puntano al cielo, le teste di Medusa, le aquile e le maschere, tolgono il fiato per la bellezza. Ma sono anche delicate. Non ci si può non chiedere cosa accadrà quando arriveranno i pullman. «Proteggeremo questo luogo, come abbiamo fatto da generazioni: ma ora vogliamo che il mondo lo conosca» rassicura Fayiz al Juhani, guida turistica.
Come la maggior parte degli abitanti della zona, è un sostenitore del progetto, che sta togliendo centinaia di ragazzi e ragazze dalla coltivazione di datteri e arance per avviarli allo studio delle lingue e della storia. Alia, 17 anni, è una di loro: con l’abaya – la lunga veste che tutte le donne in Arabia Saudita sono tenute a portare – e il velo nero che le lascia scoperti solo gli occhi, attende i visitatori davanti ad Al Fareed, “l’unico” in arabo, la tomba solitaria che è il simbolo di Madain Saleh.
Nell’osservare la sua lunga veste scura non ci si può non chiedere se i turisti siano pronti a venire in una nazione dove alle donne è richiesto un rigido codice di abbigliamento. E ogni forma di alcol è assolutamente proibita. L’ostacolo più grande però potrebbe non essere questo: la sforzo che l’Arabia Saudita sta facendo per raccontarsi come un Paese aperto e ospitale si scontra con le notizie degli ultimi mesi. Dall’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul, in cui sono implicati uomini vicini a Mbs e di cui il principe è da molti ritenuto il mandante, almeno morale, alla reclusione e tortura delle attiviste per i diritti delle donne. Fino alla repressione di ogni forma di dissenso.
«La realtà è che chiunque sia minimamente critico vive nella paura: il terrore di finire in carcere o di vederci finire la propria famiglia. La bellezza di Al Ula non deve essere usata per coprire tutto questo» dice un intellettuale saudita. Il nome non si può scrivere: più volte è stato ammonito a non parlare con gli stranieri. Le sue parole risuonano come un monito quando ci si ferma ad ammirare la bellezza di Al Ula, ma non è chiaro quanti siano disposti ad ascoltarle. Roberta Fedele è fra quelli che non hanno dubbi: insieme alla sua amica italo-saudita Leila Hafiz sta mettendo su un’agenzia per accogliere i turisti italiani desiderosi di visitare il Paese. «C’è un grande potenziale» dice. «E vogliamo aiutare a scoprirlo».
Sul Venerdì del 1° febbraio 2019