Afghanistan, la giustizia negata agli alpini
Gianluca Di Feo , di GIANLUCA DI FEONel 2011 un terrorista uccise un alpino e ne ferì un altro. L'attentatore è fuggito sui monti. Ma il processo in Italia viene annullato in continuazione. Perché il codice chiede di verificare che l'imputato sia informato delle accuse o vengano fatte ricerche nel suo villaggio. In mezzo alla guerra
Adesso che si parla di ritiro dall'Afghanistan diventa ancora più importante dare giustizia a chi laggiù ha dato tutto. E non lasciare che la memoria e il sacrificio vengano dimenticati nei meandri della burocrazia. A partire da un caso concreto.
Il 18 gennaio 2011 in un avamposto della base di Bala Murghab, un campo fortificato creato dai militari italiani per controllare la frontiera con il Turkmenistan, un soldato afgano apre il fuoco sugli alpini della Brigata Julia. Le raffiche dell'infiltrato talebano uccidono il caporalmaggiore Luca Sanna, 33 anni, e feriscono il suo commilitone Luca Barisonzi, all'epoca 21 anni. Da quel giorno Luca è rimasto paralizzato.
In codice questi attacchi vengono chiamati "green on blue". Sono l'aspetto più insidioso del conflitto afghano, aumentati negli ultimi anni: a sparare contro le truppe della Nato sono proprio quei militari locali addestrati ed equipaggiati dall'Occidente. C'&egrav…
Il 18 gennaio 2011 in un avamposto della base di Bala Murghab, un campo fortificato creato dai militari italiani per controllare la frontiera con il Turkmenistan, un soldato afgano apre il fuoco sugli alpini della Brigata Julia. Le raffiche dell'infiltrato talebano uccidono il caporalmaggiore Luca Sanna, 33 anni, e feriscono il suo commilitone Luca Barisonzi, all'epoca 21 anni. Da quel giorno Luca è rimasto paralizzato.
In codice questi attacchi vengono chiamati "green on blue". Sono l'aspetto più insidioso del conflitto afghano, aumentati negli ultimi anni: a sparare contro le truppe della Nato sono proprio quei militari locali addestrati ed equipaggiati dall'Occidente. C'&egrav…
Adesso che si parla di ritiro dall'Afghanistan diventa ancora più importante dare giustizia a chi laggiù ha dato tutto. E non lasciare che la memoria e il sacrificio vengano dimenticati nei meandri della burocrazia. A partire da un caso concreto.
Il 18 gennaio 2011 in un avamposto della base di Bala Murghab, un campo fortificato creato dai militari italiani per controllare la frontiera con il Turkmenistan, un soldato afgano apre il fuoco sugli alpini della Brigata Julia. Le raffiche dell'infiltrato talebano uccidono il caporalmaggiore Luca Sanna, 33 anni, e feriscono il suo commilitone Luca Barisonzi, all'epoca 21 anni. Da quel giorno Luca è rimasto paralizzato.
In codice questi attacchi vengono chiamati "green on blue". Sono l'aspetto più insidioso del conflitto afghano, aumentati negli ultimi anni: a sparare contro le truppe della Nato sono proprio quei militari locali addestrati ed equipaggiati dall'Occidente. C'è stato un assalto del genere anche a inizio gennaio: per fortuna il razzo lanciato contro il Lince italiano ha mancato il bersaglio.
Quel giorno del 2011 l'attentatore fugge, sfruttando la confusione del combattimento, e fa perdere le sue tracce. Viene identificato in Gulob, figlio di Allah Mir: l'unico dato disponibile nei registri afghani. La procura di Roma apre un'inchiesta e il 9 maggio 2014 il terrorista viene rinviato a giudizio. Ma da quel momento la vicenda entra in un labirinto processuale.
Prima la Corte d'Assise annulla il processo perché il decreto "non era stato tradotto in lingua comprensibile all'imputato". Molti degli afghani sono analfabeti ma si perde un anno per tradurre gli atti e ripetere il rinvio a giudizio. Quando nella primavera 2015 si torna in Corte d'Assise emerge un altro problema. Finora insuperabile. Dall'agosto 2014 infatti è entrato in vigore il nuovo regolamento, ispirato a un principio garantista: se non c'è prova che l'imputato sia a conoscenza del processo a suo carico, tutto viene azzerato. Ma come si fa a informare un latitante fuggito da anni sui monti dell'Afghanistan? Un guerrigliero di cui non si conosce neppure il nome esatto?
L'avvocato Luca Fiore, che assiste Barisonzi e i familiari di Sanna, ha sostenuto che le nuove regole non andavano applicate a quell'attentato: all'epoca del primo rinvio in giudizio era in vigore una norma transitoria, che richiedeva solo la dichiarazione di contumacia per l'imputato. La Corte d'Assise non ha accettato il suo ricorso. I giudici hanno chiesto di compiere delle ricerche nel villaggio d'origine del terrorista, indispensabili per dichiararne la latitanza. Facile a dirsi. Il villaggio di Zuf Saman si trova nella regione di Kunduz, nel nord del Paese. E' uno dei territorio dove più forte è la presenza talebana: dal 2015 gli scontri sono quotidiani e ieri 26 soldati afghani sono stati massacrati in un'incursione dei fondamentalisti. Una terra proibita alle forze della Nato. Lo hanno messo nero su bianco nel febbraio 2016 i carabinieri del contingente afghano: hanno risposto formalmente alla Corte d'Assise che si trattava di una missione impossibile "stante lo stato di guerra del territorio".
Una situazione assurda. I magistrati hanno applicato il codice, azzerando tutto il processo per la seconda volta. E continuando a chiedere una certificazione formale sull'irreperibilità dell'omicida e sulle sue ricerche. Il che significherebbe mandare altri carabinieri a rischiare nel cuore del territorio talebano. Se l'imputato non viene informato del processo, infatti serve la "prova della volontaria sottrazione alla conoscenza del procedimento".
Il risultato è paradossale: viene negata la giustizia proprio a chi ha dato tutto per servire il Paese. Lo sottolinea l'avvocato Fiore: "Per questi due soldati che hanno, sia pur in modo diverso, sacrificato la loro vita al servizio dello Stato durante una missione di pace, non vi è neppure la possibilità di vedere sanzionato, sia pur solo sulla carta, chi è responsabile di quel sacrificio. Una condanna che, pur senza conseguenze concrete, avrebbe comunque per loro un importante valore morale".
E' importante che il Parlamento se ne renda conto. E vari una modifica al regolamento, per garantire i processi in casi come questo: vicende che si ripetono spesso durante le operazioni militari internazionali o i sequestri di persona messi a segno contro italiani all'estero. Non si può accettare che venga negata la giustizia a chi proprio il Parlamento ha chiesto di andare a costruire la pace in Afghanistan, Iraq, Libano, Niger. È un oltraggio alla memoria di chi ha perso la vita. E alla forza di chi continua a vivere con il segno di quelle esperienze. Luca Barisonzi nonostante la paralisi è diventato un esempio. Si è sposato, ha avuto una figlia. Con una sedia a rotelle cingolata è arrivato sulla cima del Monte Rosa, si allena in vista della paralimpiadi. La sua determinazione supera qualunque ostacolo, tranne quelli creati dalla burocrazia.
Il 18 gennaio 2011 in un avamposto della base di Bala Murghab, un campo fortificato creato dai militari italiani per controllare la frontiera con il Turkmenistan, un soldato afgano apre il fuoco sugli alpini della Brigata Julia. Le raffiche dell'infiltrato talebano uccidono il caporalmaggiore Luca Sanna, 33 anni, e feriscono il suo commilitone Luca Barisonzi, all'epoca 21 anni. Da quel giorno Luca è rimasto paralizzato.
In codice questi attacchi vengono chiamati "green on blue". Sono l'aspetto più insidioso del conflitto afghano, aumentati negli ultimi anni: a sparare contro le truppe della Nato sono proprio quei militari locali addestrati ed equipaggiati dall'Occidente. C'è stato un assalto del genere anche a inizio gennaio: per fortuna il razzo lanciato contro il Lince italiano ha mancato il bersaglio.
Quel giorno del 2011 l'attentatore fugge, sfruttando la confusione del combattimento, e fa perdere le sue tracce. Viene identificato in Gulob, figlio di Allah Mir: l'unico dato disponibile nei registri afghani. La procura di Roma apre un'inchiesta e il 9 maggio 2014 il terrorista viene rinviato a giudizio. Ma da quel momento la vicenda entra in un labirinto processuale.
Prima la Corte d'Assise annulla il processo perché il decreto "non era stato tradotto in lingua comprensibile all'imputato". Molti degli afghani sono analfabeti ma si perde un anno per tradurre gli atti e ripetere il rinvio a giudizio. Quando nella primavera 2015 si torna in Corte d'Assise emerge un altro problema. Finora insuperabile. Dall'agosto 2014 infatti è entrato in vigore il nuovo regolamento, ispirato a un principio garantista: se non c'è prova che l'imputato sia a conoscenza del processo a suo carico, tutto viene azzerato. Ma come si fa a informare un latitante fuggito da anni sui monti dell'Afghanistan? Un guerrigliero di cui non si conosce neppure il nome esatto?
L'avvocato Luca Fiore, che assiste Barisonzi e i familiari di Sanna, ha sostenuto che le nuove regole non andavano applicate a quell'attentato: all'epoca del primo rinvio in giudizio era in vigore una norma transitoria, che richiedeva solo la dichiarazione di contumacia per l'imputato. La Corte d'Assise non ha accettato il suo ricorso. I giudici hanno chiesto di compiere delle ricerche nel villaggio d'origine del terrorista, indispensabili per dichiararne la latitanza. Facile a dirsi. Il villaggio di Zuf Saman si trova nella regione di Kunduz, nel nord del Paese. E' uno dei territorio dove più forte è la presenza talebana: dal 2015 gli scontri sono quotidiani e ieri 26 soldati afghani sono stati massacrati in un'incursione dei fondamentalisti. Una terra proibita alle forze della Nato. Lo hanno messo nero su bianco nel febbraio 2016 i carabinieri del contingente afghano: hanno risposto formalmente alla Corte d'Assise che si trattava di una missione impossibile "stante lo stato di guerra del territorio".
Una situazione assurda. I magistrati hanno applicato il codice, azzerando tutto il processo per la seconda volta. E continuando a chiedere una certificazione formale sull'irreperibilità dell'omicida e sulle sue ricerche. Il che significherebbe mandare altri carabinieri a rischiare nel cuore del territorio talebano. Se l'imputato non viene informato del processo, infatti serve la "prova della volontaria sottrazione alla conoscenza del procedimento".
Il risultato è paradossale: viene negata la giustizia proprio a chi ha dato tutto per servire il Paese. Lo sottolinea l'avvocato Fiore: "Per questi due soldati che hanno, sia pur in modo diverso, sacrificato la loro vita al servizio dello Stato durante una missione di pace, non vi è neppure la possibilità di vedere sanzionato, sia pur solo sulla carta, chi è responsabile di quel sacrificio. Una condanna che, pur senza conseguenze concrete, avrebbe comunque per loro un importante valore morale".
E' importante che il Parlamento se ne renda conto. E vari una modifica al regolamento, per garantire i processi in casi come questo: vicende che si ripetono spesso durante le operazioni militari internazionali o i sequestri di persona messi a segno contro italiani all'estero. Non si può accettare che venga negata la giustizia a chi proprio il Parlamento ha chiesto di andare a costruire la pace in Afghanistan, Iraq, Libano, Niger. È un oltraggio alla memoria di chi ha perso la vita. E alla forza di chi continua a vivere con il segno di quelle esperienze. Luca Barisonzi nonostante la paralisi è diventato un esempio. Si è sposato, ha avuto una figlia. Con una sedia a rotelle cingolata è arrivato sulla cima del Monte Rosa, si allena in vista della paralimpiadi. La sua determinazione supera qualunque ostacolo, tranne quelli creati dalla burocrazia.