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(ap)

Viaggio al confine della Brexit dove le paure degli irlandesi incrociano il futuro dell’Europa

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Lo stallo della politica, un’autobomba e il ritorno delle fratture nella società. Siamo andati a vedere che cosa succederebbe se tornasse la frontiera
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CONFINE IRLANDA-IRLANDA DEL NORD. Davanti al tribunale, su una gru, un operaio con un "gilet jaune" sta riparando i danni all’edificio di fronte. L’autobomba di sabato 19 gennaio a Derry  - o Londonderry, dipende dall’interlocutore - ha spalancato le cicatrici di una fragile pace. Non è stato un Bloody Saturday, non ci sono stati morti, né feriti, ma il gesto resta simbolicamente devastante: Bishop street, dove è esplosa, è una discesa centralissima della città vecchia, puntellata di locali e negozi, con tanti giovani in giro la sera, soprattutto il weekend. Ai suoi estremi, c’è tutta la sanguinosa storia di Derry e delle due Irlande, che ora torna a far paura: da una parte, lungo la salita e a sinistra, c’è il piccolo “ghetto” dei protestanti “The Fountain”, con i marciapiedi colorati di Union Jack, e poi, oltre la muraglia, Bogside, il celebre quartiere ultra-repubbl…
CONFINE IRLANDA-IRLANDA DEL NORD. Davanti al tribunale, su una gru, un operaio con un "gilet jaune" sta riparando i danni all’edificio di fronte. L’autobomba di sabato 19 gennaio a Derry  - o Londonderry, dipende dall’interlocutore - ha spalancato le cicatrici di una fragile pace. Non è stato un Bloody Saturday, non ci sono stati morti, né feriti, ma il gesto resta simbolicamente devastante: Bishop street, dove è esplosa, è una discesa centralissima della città vecchia, puntellata di locali e negozi, con tanti giovani in giro la sera, soprattutto il weekend. Ai suoi estremi, c’è tutta la sanguinosa storia di Derry e delle due Irlande, che ora torna a far paura: da una parte, lungo la salita e a sinistra, c’è il piccolo “ghetto” dei protestanti “The Fountain”, con i marciapiedi colorati di Union Jack, e poi, oltre la muraglia, Bogside, il celebre quartiere ultra-repubblicano, irlandese, nido dell’Ira e luogo della strage del Bloody Sunday del 1972, con i virali graffiti “Free Derry” e Bobby Sands. In fondo, si scivola verso il serpentino Ponte della Pace, costruito sul fiume Foyle nel 2011 proprio per unire la zona Cityside della città (a maggioranza cattolica) con la protestante Waterside. Trent'anni prima, Paul Theroux lesse sull'unico ponte in piedi a Derry da una parte "Fuck the Pope", dall'altra "Fuck the Queen".

A metà della discesa di Bishop St, c’è un locale con paia di scarpe sparse un po' ovunque. Non è un negozio. Tutte le scarpe sono appoggiate a terra, ognuna ha un legaccio e una foto: sono le vittime dei Troubles e l’associazione "Set the Truth Free" chiede la verità ai governi di Belfast e Dublino. Molte famiglie non sanno come sono stati uccisi i loro cari o chi è stato.



In un caffè vicino al ponte della Pace, Darach MacDonald, giornalista e autore di “Hard Border”, saggio alle immature radici di questa pace, dice che “la Brexit ha distrutto la percezione di convivenza delle due comunità”, nonostante il processo di pace e gli Accordi del Venerdì Santo del 1998 siano per tutti un eccellente e quasi irripetibile esempio di riconciliazione. Una delle giornaliste più famose di Derry, che non vuole essere nominata perché “altrimenti voi reporter stranieri non mi fate più lavorare”, negli ultimi tempi si è occupata più volte dell’ultima autobomba qui a Derry, rivendicata da un gruppo che si definisce “nuova Ira”. Secondo lei, “l’attentato non è un messaggio esplosivo contro la Brexit. Ma da un paio di anni stanno ricrescendo l’odio e la violenza settaria in città. Senza dubbio. Gli estremisti cattolici e protestanti stanno alzando sempre più il tiro, in strada e sui social network, anche se non ne sentite parlare. Sempre più giovani si arruolano in questi corpuscoli che si rifanno all’Ira e altre formazioni estremiste unioniste. L’incertezza della Brexit aggrava questa situazione”.

In Irlanda del Nord, a cento anni esatti dallo scoppio della guerra che provocò la prima indipendenza allo "Stato libero irlandese" e gli stessi confini di oggi, la maggioranza della popolazione (55,7%) ha votato contro la Brexit. Ma qui si aprono le fratture: il 65% degli unionisti e il 59% dei protestanti hanno votato per l'uscita dall'Ue, cosa che hanno fatto solo il 14% del partito repubblicano Sinn Féin e il 15% dei cattolici. Più in generale, c'è anche un enorme vuoto politico: da due anni l’esecutivo e il Parlamento nordirlandese Stormont sono chiusi dopo le dimissioni da vicepremier di Martin McGuinness, poi morto nel marzo 2017. L’ex leader dell’Ira aveva abbandonato il governo perché la “prima ministra” locale Arlene Foster, leader del partito unionista del Dup che fa da stampella a Theresa May a Westminster, non ha voluto farsi da parte su un’inchiesta di fondi pubblici. In base alla pace del Venerdì Santo, se la premier è unionista, il suo vice (che ha più o meno gli stessi poteri) deve essere nazionalista repubblicano, cioè di Sinn Féin. Quest'ultimo ha tenuto il punto sull’allontanamento, senza successo, di Foster. Perciò, Belfast è impantanata anche in questo preoccupante stallo politico interno, le cui conseguenze si appesantiscono, giorno dopo giorno.

La tortuosa Brexit, invece, si è inchiodata sulla questione del confine irlandese, la cui fluidità e invisibilità sono il pilastro della pace nell’area dopo 3500 morti nei “Troubles" scatenatisi alla fine degli anni Sessanta contro la discriminazione subita dai cattolici al Nord e dall’imperitura voglia di un’Irlanda unita da parte dei nazionalisti del sud: decenni di attacchi (il 56% per mano dei terroristi repubblicani dell’Ira, il 39 organizzati da forze militari e paramilitari nordirlandesi e britanniche), autobombe, imboscate, esecuzioni e poi il “sangue cattivo” come direbbe Colm Toíbín che ha scritto un libro bellissimo su questo conflitto “in bilico” tra due Paesi. La domanda è: una volta che Londra avrà abbandonato l’Unione Europea, un confine andrà messo, ma dove? E come?

Gli unionisti del Dup (e anche molti conservatori a Westminster) si oppongono all’ipotesi che la frontiera venga installata nel Mar d’Irlanda, cioè tra Belfast e la Gran Bretagna, per non menomare quel sottilissimo equilibrio tra le due Irlande. Le soluzioni tecnologiche, per ora, non sono credibili né affidabili. Quindi una sorta di confine, anche il più “soft” possibile, andrà messo. Ma dove? Per far capire come sia complicata la questione, le due Irlande hanno 208 border crossings lungo 499 chilometri di confine, cioè punti dove ques'ultimo può essere attraversato. Un numero colossale, che rende il controllo della frontiera evidentemente macchinoso. Per fare un paragone, tutta la frontiera orientale dell’Unione Europea ne ha “soltanto” 120. Così siamo andati lungo il confine irlandese a raccontare le storie di chi vive “in bilico”, di chi ora ha paura e di chi invece crede che le tenebre del passato non torneranno mai più.

 

La birraia Áine Mullan

"Sterlina in calo, dazi e lunghe code in auto
il confine ci porterebbe indietro di 30 anni"

Áine Mullan, titolare del birrificio di Muff 

MUFF (IRLANDA). Sulla strada che da Derry porta a Muff, estremità settentrionale del confine con l'Irlanda, si addensano stormi di corvi incollati all'asfalto, mentre le vetture sfrecciano rapidissime, come se volessero scappare da un'area a rischio. Áine Mullan, 41 anni, è titolare del birrificio artigianale "Boghopper": "Subito dopo il referendum la sterlina ha perso valore e in questa regione molte persone lavorano in Irlanda del Nord ma vivono qui in Donegal (Irlanda), i loro stipendi si sono ridotti anche del 10-15%, devono pagare il mutuo in Irlanda in euro e magari risparmiano sulla birra. Se qui torna un "hard border" e io lo ricordo bene negli anni Ottanta quando ero bambina, provocherà disagi e lunghe file di veicoli". Seppur gestisca solo una piccola impresa locale, una frontiera commerciale per Áine sarebbe un disastro: "Le bottiglie arrivano attraverso il Regno Unito, il materiale per impacchettarle pure. Anche se la maggior parte del luppolo proviene dagli Stati Uniti o dalla Nuova Zelanda, questo passa sempre per il Regno Unito, perché è la via delle nostre materie prime. Perciò la Brexit per noi può essere un problema in termine di costi, per non parlare delle implicazioni di eventuali dazi".

 

Il fattore David Crockett

"Mio nonno comprò queste terre nel 1910
spero proprio di non rivedere i checkpoint"

David Crockett, fattore di Cosquin  

COSHQIN (IRLANDA DEL NORD) - BRIDGE END (IRLANDA). A una decina di chilometri da Áine c'è la fattoria di David Crockett, a metà tra Irlanda del Nord e Irlanda. "Mio nonno comprò queste terre nel 1910", racconta il 70enne Crockett, "all'epoca erano parte del Regno Unito, poi nel 1922 sono state divise dalla frontiera. Allora, proprio come adesso con la Brexit, nessuno sapeva che cosa sarebbe successo. Poi il confine è comparso da un giorno all'altro. Spero e credo che non tornino i checkpoint". "La svolta è stata quando Regno Unito e Irlanda sono entrati in Europa", continua, "magari rimanessimo in Ue, ora l'Irlanda ora è unita, ma è unita in Europa... un hard border non conviene a nessuno". Prima di morire, nel 2016 il padre del signor Crockett, allora 94enne, è voluto andare a tutti i costi a votare al referendum per restare in Ue, nonostante la salute terminale e la sedia a rotelle: "Lui, come me e come chi vive al confine, sapeva la differenza tra essere in Europa ed esserne fuori".

Poco lontano da qui, a un chilometro dalla casa del signor Crockett, il 24 ottobre del 1990 il cuoco Patsy Gillespie venne costretto dall’Ira a guidare un furgone carico di esplosivo verso il checkpoint dei soldati britannici al confine. Una “proxy bomb”, o “human bomb”, tattica spesso utilizzata dagli estremisti repubblicani per attacchi a sorpresa. Il kamikaze riluttante Patsy venne mandato a morire e oggi una targa lo ricorda lungo la Buncrana Road, anche se non la vede né omaggia nessuno: qui i veicoli sfrecciano a oltre cento chilometri orari e attraversare la strada è praticamente impossibile. “Lì c’era un checkpoint fisso”, ricorda Crockett, senza citare Gillespie, “ci fu una autobomba fortissima, uccise 6-7 soldati e l’esplosione si sentì fino a qui, in tutta casa: il tetto venne danneggiato, le porte sradicate”.

 

KIERAN KENNEDY, imprenditore

"La mia città ha avuto il record di bombe
ora non provate ad ammazzare le imprese"


Kieran Kennedy, imprenditore di Strabane 

STRABANE (IRLANDA DEL NORD). Il primo giorno di viaggio "on the road" lungo il confine irlandese continua a Strabane. Questa cittadina, 18mila abitanti, nella contea nordirlandese di Tyrone, è stata la più martoriata dall’Ira durante i Troubles. Non a caso, durante gli anni Settanta e Ottanta, si è guadagnata l’atroce denominazione “città più bombardata d’Europa”. Ci sono i murales sulle case come a Bogside, il quartiere ultrarepubblicano e irlandese di Derry, inneggiano all’Ira e ad Hamas. In un pub del centro, il Charlie's Bar, ci sono britannici che parlano di Brexit e guardano in tv il dibattito a Westminster, sapendo bene che il loro destino potrebbe essere in mano agli unionisti del Dup, che potrebbero innescare loro malgrado il No Deal e quindi un “hard border”. La ragazza bionda dietro il bancone incredibilmente non sa nemmeno che cosa sia la Brexit. Strabane è a pochi metri dal confine, cioè Lifford. In mezzo c’è un ponte e, superatolo, in una rotonda circondata dal traffico liquido, una installazione artistica di acciaio, “Let the dance begin”. Su un targa sporca dalla pioggia, dal fango e dai venti dell’imminente neve, si legge che “le sculture rappresentano le due ricche tradizioni e culture in Irlanda del Nord, sotto il tema principale della riconciliazione".

A Strabane oggi c’è il quartiere generale di O’Neills, famosa azienda di articoli sportivi nel Regno Unito che, nonostante si trovi dall’altra parte del confine, produce praticamente tutte le magliette degli sport irlandesi, come il Gaelic Football: “Bisogna arrivare a una soluzione”, dice il patron Kieran Kennedy, al telefono perché fuori città. Kennedy è un eroe da queste parti per i posti di lavoro che sforna da 30 anni dopo la catastrofe del conflitto civile: “Il No Deal sarebbe letale per tutti gli imprenditori, anche quelli grandi come noi: abbiamo una catena di produzione che attraversa il confine fino a 8 volte per un singolo prodotto. Non possiamo permetterci ritardi al border, altrimenti salta tutta la catena. La tecnologia non può sostituire in alcun modo la frontiera, gli europei mi hanno assicurato che non tornerà, ma vedremo. La soluzione", insiste deciso, "è il piano May con il backstop (la controversa clausola dell’Ue per mantenere il confine fluido, ndr) o far sì che Nordirlanda, Scozia e Galles rimangano nell’unione doganale e in parte nel mercato unico, come vogliono i laburisti. Punto”.

Il confine di Belleek, tra Irlanda e Irlanda del Nord 

Dopo altre decine di chilometri al volante, la sosta per la notte è a Belleek, in un B&B proprio sul confine, diviso dal fiume Erne, di un azzurro pastello. È tarda sera: il pub della struttura, al piano terra, è ancora aperto, nonostante sia lunedì. Dietro il bancone c’è Rory, dall’altra parte un negoziante, Patrick O’Hara. Uno vive in Irlanda del Nord, l’altro in Irlanda. Li separano soltanto cinquanta metri. Rory, cattolico e molto avverso agli unionisti del Dup che secondo lui stanno facendo di tutto per far tornare il confine, avverte che se mai accadesse una cosa del genere “ricominceranno i casini da queste parti”. Patrick annuisce. Rory esprime un’altra osservazione originale: “Tu lo chiami confine irlandese. Ma questo è un confine britannico, non irlandese. Perché lo hanno voluto i britannici”.

Nevica su Belleek, nevica sulla grazia apparente di questo villaggio, anche sulla casetta bianca dove molti anni fa c’erano i soldati britannici, lì, al checkpoint al confine, in una piccola e aguzza sommità sul fiume Erne. Da quella punta negli anni Ottanta partì un colpo dal fucile di un militare nervoso che ferì alla spalla un cliente del caffè Lemon Tree, poco prima del ponte, all'angolo del B&B. Belleek ha una importante fabbrica di porcellane, anche questa sull’ex frontiera. A questo palazzo principesco, produttivo e grigio come il granito di Aberdeen qualche settimana fa ha reso omaggio anche Theresa May. Vengono a visitare la fabbrica circa 150mila persone all’anno. "Questa impresa”, dice il direttore delle finanze Martin Sharky, “è qui dal 1857”, cioè quando non era addirittura nata la Home Rule Association, cioè gli avi indipendentisti di Sinn Féin in Irlanda. La fabbrica di porcellana vive anche di importazioni (come le posate, che provengono da Oriente) e dunque “essere nel mercato unico dell’Ue”, continua Sharky, “sinora ha aiutato moltissimo il nostro import e a farci abbattere diversi costi. Non sappiamo cosa accadrà con la Brexit. Nessuno lo sa. Ma certo il pericolo principale è un hard border. Non a caso nessuno qui sostiene gli unionisti del Dup”. È il ridicolo destino della Brexit: un ritorno del confine potrebbe essere decretato da quelli che non vivono al confine, così come i più anziani hanno deciso il futuro dei loro figli e dei propri nipoti.
 

Il meccanico ed ex paramilitare unionista Mervyn Johnston

"Ero un paramilitare, sono sopravvissuto
non possiamo tornare a quell'inferno"

Mervyn Johnston, ex paramilitare unionista di Pettigo 

PETTIGO (IRLANDA - IRLANDA DEL NORD). Da Belleek servono una trentina di chilometri per arrivare a Pettigo, un villaggio di circa 600 abitanti spaccato in due dal confine, ovvero il fiume Termon e il ponticello che vi passa sopra. Su Mill street, dalla parte irlandese, ci sono molte case abbandonate, ma dall'altro lato anche un centro commerciale piuttosto moderno. Qui la vita si sta rinsecchendo, ma non la Storia. Il primo edificio della parte nordirlandese è l’officina di Mervyn Johnston. Ottant’anni, protestante, ex pilota automobilistico, poi paramilitare dell’Ulster Defence Regiment negli anni Settanta e Ottanta, oggi meccanico: "Sono stati tempi drammatici, potevi essere ucciso o morire in un'esplosione in ogni istante, per fortuna sono vivo. Ma i locali della mia famiglia sono stati fatti saltare in aria con almeno quattro bombe incendiarie. Nell'officina dove siamo adesso c'era un ufficio postale: proprio qui è morto un uomo mentre provava ad azionare una bomba. Hanno sparato anche a me una volta: uno dell'Ira mi ha chiesto come mi chiamassi, ha cacciato la pistola e mi ha sparato. Mi ha colpito solo al braccio, però. Sono stato fortunato, molti miei amici sono morti. Non sappiamo cosa accadrà adesso. Ma non torneremo a quell'inferno".

Dall'altra parte del ponte, il primo edificio è l'ufficio postale irlandese. Lo gestisce James, 75 anni, cattolico. Mostra alcuni moduli: "Le richieste di passaporto irlandese sono cresciute sei volte tanto dal 2016". Tutti qui ricordano un episodio: nel dicembre del 1984, al fiume Bannagh, a 10 minuti di macchina, in Irlanda del Nord, un militante dell’Ira e un militare delle forze speciali britanniche Sas si ammazzarono a vicenda, mentre un altro estremista repubblicano affogò nelle acque del fiume mentre provava a scappare.


A Pettigo incontriamo poco dopo Malachy Dolan, un agricoltore cosmopolita, che viaggia molto e ha vissuto ad Amsterdam, la città di sua moglie. Malachy è cattolico, vive a Garrison, in Irlanda del Nord, e ha una "social farm" proprio sul confine: un allevamento e un'agricoltura sociali, per unire le forze e convidere sforzi e raccolto (qui il sito del suo progetto). La comunità, da queste parti, è indispensabile e sentita. Malachy ci accompagna in auto verso il confine, che una volta era chiuso. E se qualcuno voleva attraversare la frontiera? "Bisognava fare tutto il giro intorno e andare a Pettigo". C’era anche qui un avamposto dei britannici? "No, solo un grande muro, era tutto bloccato".

"Poi con il mercato unico", continua Malachy, "e l’unione doganale europea che ha rimosso le barriere commerciali è stato spianato il terreno per gli accordi di pace del Venerdì Santo. Molte cose vennero insieme al momento giusto, generando anche una stabilità economica per le regioni al confine spesso dimenticate". "Ho votato Remain al referendum sulla Brexit, come la maggior parte delle persone qui al border", racconta, "qui conosciamo molto bene i benefici che ha portato l’Unione Europea, da queste parti molto è stato costruito anche con i fondi europei come tante altre infrastrutture in Regno Unito, ma non vedi mai una bandiera europea o qualcosa che segnali che l’Ue abbia contribuito alla loro realizzazione… certo, la maggior parte del denaro è arrivata dal Regno Unito, ma la retorica dominante è che l’Ue porti solo guai mentre invece non vengono mai evidenziati i benefici che ha donato alle persone".

Comincia a nevicare forte. Per passare la notte, a Belturbet c'è un altro B&B sul confine. All'arrivo, Carol, che lo gestisce, mi prepara un sandwich con prosciutto e formaggio. Il giorno dopo, la donna, sui sessant'anni, racconta le sue paure: "Non sappiamo che cosa accadrà, ma qui dietro una volta c'erano i checkpoint, e se dovesse tornare la frontiera sono sicura che ripartiranno gli attacchi". Questa terra ne ha bevuto di "sangue cattivo" e nessuno lo dimentica, tantomeno Carol e suo marito Bill, un omone gentile che esce dalla cucina dopo aver arrostito il bacon.

Il 28 dicembre 1972 a Belturbet ci fu un tragico attentato, un'autobomba piazzata dai paramilitari nordirlandesi della Ulster Volounteer Force, che uccise due ragazzini della Repubblica: Patrick Stanley, 16 anni, che in una cabina telefonica stava dicendo alla madre che non sarebbe tornato a casa per cena e Geraldine O'Reilly, un'altra adolescente che invece stava andando a comprare delle patatine fritte.

Bill racconta che un mese fa al loro B&B sono arrivati "due rappresentanti del governo inglese" e sono rimasti una settimana. Perché? "Hanno fatto delle prove al confine con delle telecamere ultratecnologiche". Si tratta della soluzione alternativa al cosiddetto backstop, cioè quel “regime speciale” si applicherebbe “a oltranza” dal 2021 se il piano May sulla Brexit passasse in Parlamento e se nel periodo di transizione non si trovasse un accordo definitivo tra Ue e Uk sulla questione irlandese. In tal caso, Belfast rimarrebbe in una sorta di mercato unico europeo e il resto del Regno Unito (la Gran Bretagna) nell’unione doganale fino a una soluzione a lungo termine. Un piano che fa molto discutere a Londra: molti parlamentari temono che così si spacchi il Regno Unito. Ma la soluzione tecnologica alternativa sinora non è considerata affidabile, né valida, da molti addetti ai lavori.


Il politico unionista nordirlandese Thomas Elliot nel suo studio di Enniskillen (Irlanda del Nord) 

La mattina successiva, dopo una robusta Irish Breakfast, si riparte. Mancano ancora 200 chilometri all'orizzonte del viaggio. Passando attraverso il vicino Gannon's Cross, su una strada statale, ci sono ancora i segni dei checkpoint al confine: il vecchio capannone dei soldati britannici è stato parzialmente trasformato in un chiosco di fuochi d'artificio. Proprio sul confine c'è un cartello netto: "No hard border, no soft border, no border!". Mi dirigo di nuovo verso est per intervistare a Enniskillen Thomas Elliott, uno dei politici unionisti più importanti qui: 55 anni, già leader dell'Ulster Unionist Party, fino al 2017 è stato deputato al Parlamento di Westminster. Da fedelissimo alla Corona (nel suo studio ha la "trinità" Union Jack, il ritratto di Elisabetta II e quello del marito Filippo) Elliott è uno dei pochi abitanti vicino al confine che ha votato per uscire dall'Unione Europea.

"Avevo qualche riserva", spiega Elliott, "soprattutto per i problemi costituzionali che il Leave potesse creare al Regno Unito, ma allo stesso tempo l'Ue aveva già intrapreso una linea insostenibile: personalmente, sostengo il mercato comune, l'unione doganale, anche la libertà di movimento, ma da agricoltore quale ero e sono Bruxelles mette troppi paletti e regole assurde, come sui limiti temporali di coltivazione. Non avevamo il controllo del nostro destino, bisognava riprenderselo". Oggi rivoterebbe Leave, con tutti i problemi che sta provocando qui e a Londra? "Assolutamente sì, soprattutto se decidono di organizzare un secondo referendum. Ora l'Unione europea vuole punirci". E se ci fossero problemi al confine, come temono tutti? "Non ci saranno, sì può evitare la frontiera grazie alla tecnologia, ne sono sicuro".

Mentre la neve cade a fiocchi sempre più corpulenti sulle verdi e fresche colline della contea di Fermanagh che Winston Churchill definiva "mostruose", oggi Enniskillen sembra una tranquilla città dell'Irlanda del Nord. Ma nei decenni scorsi è stata martoriata dalla guerriglia civile, almeno fino all'8 novembre 1987, quando poco lontano dallo studio di Elliott un'autobomba dell'Ira colpì i britannici durante il "Remembrance Day", le cerimonie di commemorazione dei caduti della Prima guerra mondiale. Dodici i morti, quasi settanta i feriti. Immediate le vendette contro i cattolici. L'attacco, rivendicato dalla Provisional Ira, fu così brutale che ebbe l'effetto opposto: l'Ira e Sinn Féin persero moltissimo consenso popolare a causa di una strage troppo spietata e sanguinaria persino nella cornice dei "Troubles". La condanna fu praticamente collettiva. Da allora non ci furono più attacchi a Enniskillen, ma soprattutto si riavviò con decisione il processo di pace, dopo l'Anglo-Irish agreement del 1985. Gli accordi del Venerdì Santo, paradossalmente, avvennero anche per questa maledetta mattanza.
 

La deputata di Sinn Féin Michelle Gildernew

“Ma ora dobbiamo avere la possibilità
di votare anche per unificare il Paese”

Michelle Guildernew, deputata dello Sinn Féin eletta a Westminster, tra le foto di Constance Markievicz (la prima deputata donna del movimento) e di Bobby Sands
 

AUGHNACLOY - CLOGHER (IRLANDA DEL NORD). Da Enniskillen fino a Clogher e Aughnacloy ci sono molti "border crossing", ma del passato malvagio non è rimasto praticamente niente. I britannici avevano fatto saltare o ostruito circa l'80% dei passaggi oggi liberi: bombe ai ponti, muri piantati nelle strade, viuzze minate da ferri, sbarre e altri ostacoli per filtrare e soffocare il contrabbando e le azioni dell'Ira. Fatiche inutili. Molti irlandesi comuni ricostruivano le strade da soli, insieme, spesso la domenica, nel giorno di festa. Londra si arrese nero su bianco in un documento interno del 1989 denominato "The Irish Border problem": controllare il confine era diventato ufficialmente impossibile.

Oggi, con la Brexit, la meravigliosa illusione dell'Irlanda unita si sta dilatando. Visto che dividere di nuovo l'isola cova rischi enormi, la tentazione è, all'opposto, di riunirla sempre di più. C'è un giovane economista irlandese che ne è diventato uno dei massimi teorici. Si chiama David McWilliams, scrive sul Financial Times, è una star su Twitter. McWilliams ha spiegato sul quotidiano finanziario della City un concetto molto semplice: mai come ora l'Irlanda del Nord e la Repubblica d'Irlanda hanno le condizioni ideali, sia dal punto di vista sociale sia economico, per tornare a essere una cosa sola. Non solo, anche demograficamente sarebbe tutto pronto: i giovani cattolici saranno presto in netta maggioranza adesso al Nord, che dunque tra qualche decennio potrebbe diventare addirittura repubblicano. Sarebbe una svolta.

"L'unità dell'Irlanda non è più un sogno, ora ci vuole un referendum sul confine". Michelle Gildernew, 48 anni, è la seconda donna del partito nazionalista irlandese (ex braccio politico dell'Ira) eletta a Westminster proprio al posto di Elliot (che aveva interrotto il suo dominio nel 2015). Anche se, come tradizione di Sinn Féin non si fa vedere in Parlamento per protesta contro Londra. Amatissima dalla folta comunità cattolica locale, qui nel distretto elettorale nordirlandese di Fermanagh e Tyrone dove occupa il seggio del leggendario martire della causa irlandese Bobby Sands (la sua foto è ben in vista nell'ufficio), ora il sogno di Gildernew e di tutto lo Sinn Féin potrebbe diventare realtà: "Le persone devono avere l'opportunità di votare e esprimersi sull'unione alla quale preferirebbero appartenere: l'Unione Europea o l'Unione con la Gran Bretagna. La Brexit polarizza le nostre comunità. Dobbiamo far sì che qui la vita continui come sinora. Dal 1998 il confine è stato smantellato, non possiamo permettere in alcun modo che venga reinstallato, perché altrimenti potrebbe tornare la violenza, anche se l'Ira non esiste più. In passato", continua Gildernew, "anche io ho subito varie minacce di morte, ho perso molti cari nel conflitto. L'Irlanda unita non è solo un sogno, ma un'aspirazione politica sancita dalla pace del Venerdì Santo. L'obiettivo ora è un referendum, per diventare un Paese tollerante, all'avanguardia e soprattutto unito".

Trascorro l'ultima notte del viaggio in un altro B&B al confine, stavolta ad Emyvale, in Irlanda, poco a sud di Aughnacloy. Sono piccoli villaggi di neanche mille persone, tra i campi irlandesi sempre affollati di pecore, con un alimentari, un paio di pub, un ristorante e un bancomat, se tutto va bene. Passando per Augher, una ragazza poco più che trentenne, Seline, ricorda quando due soldati britannici molto cattivi le puntarono da piccola la canna del fucile contro il faccino e poi le sottrassero il cucciolo di cane che suo padre le aveva appena regalato.
Eugene, gestore di un B&B vicino a Emyvale, Irlanda, vicino al confine con l'Irlanda del Nord 

Attraversando il confine, c'è una targa nera e luttuosa: qui, il 21 febbraio 1988, venne freddato senza motivo da un cecchino britannico Aidan McAnespie, un 23enne irlandese che stava andando a giocare a calcio in un campo vicino. Eugene, il loquace, pingue e 66enne gestore del Bed and Breakfast, se lo ricorda bene, anche perché sua nipote ha sposato un McAnespie: "È una ferita ancora aperta, apertissima. È capitato trent'anni fa, ma per l'intera comunità non è mai passato tempo a sufficienza per dimenticare". Eugene, cattolico, parla volentieri della sua vita "confinata": "La domenica andavo a messa nel Nord perché qui il prete mi annoiava e poi in chiesa faceva freddo. Così dovevo passare i controlli al checkpoint, sia britannici che irlandesi, qualche volta ci mettevo anche un'ora. Al ritorno, nascondevo il burro in fondo alla scatola di cornflakes, al nord costava di meno. Non se ne sono mai accorti".
 

L'impiegato Damian McGennity

“Un muro qui stravolgerebbe le nostre vite
la Ue non può difenderci, tocca a noi”

Damian McGennity, impiegato di Ravensdale  

RAVENSDALE (IRLANDA - IRLANDA DEL NORD). Salutato Eugene, salgo sul suv e mi rimetto in marcia. Mancano cento chilometri scarsi al traguardo, poi si torna a Londra. L'appuntamento è vicino a Newry. Durante lo zigzagare al confine, come un ago che annoda ossessivo il tessuto, stavolta non ci sono grosse sorprese, a parte il solito "switch" chilometri/miglia e gli irriducibili messaggini sul cellulare "benvenuto in Irlanda"/"benvenuto in UK". A Cullaville, proprio sul confine, c'è un concessionario di macchine usate che ha appeso due bandiere europee alla recenzione: "Perché l'Ue è la nostra unica speranza oramai", dice lui. Le paludi della Brexit e del No deal si avvicinano sempre di più, ma come diceva il grande poeta Seamus Heaney, le paludi sono anche la memoria dell'Irlanda.

L'ultima tappa è a Ravensadale, dove la strada Dublin Road trapassa il confine e i suoi vecchi dolori. "Siamo pronti a tutto, anche ad abbattere fisicamente i checkpoint e le frontiere che verranno". Damian McGennity, irlandese, 45 anni, quattro figli, impiegato all'ufficio postale e agricoltore, si fa trovare in un albergo al confine, alla Junction 20 dell'autostrada nei pressi di Newry. Qui c'è ancora una rarissima "casetta" dei soldati britannici all'ex frontiera, anche se l'hanno goffamente ricoperta di pubblicità dopo un tentativo fallito di farne un centro artistico. Sempre qui a metà gennaio c'è stata una clamorosa protesta degli abitanti locali "contro il nuovo muro" che potrebbe costruire la Brexit.

"Non torneremo mai al passato", giura McGennity, "non lo permetteremo: un confine qui stravolgerebbe le nostre vite e la nostra economia e poi finalmente ci sentiamo in un'Irlanda unita: nonostante i due Stati, possiamo avere entrambi i passaporti, lavorare e vivere dove ci pare. Siamo in pace adesso, cambiare è inaccettabile, questo sarebbe il nostro "muro di Berlino". Potrebbe tornare l'incubo della guerra dopo un processo di pace meraviglioso, non possiamo dare il fianco agli estremisti che non hanno sostegno nella nostra comunità ma che presto potrebbero tornare a colpire. Temo che l'Unione Europea non potrà aiutarci contro questo imminente disastro. Toccherà a noi difenderci".