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Manifestazione dell'opposizione a Madrid (ansa)

Spagna, bilancio e processo ai catalani: Sánchez è sull’orlo della crisi

I partiti secessionisti arbitri della legge finanziaria mercoledì in Aula: con il no si andrà al voto
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MADRID - Sono ore decisive, quarantott’ore che possono segnare il destino del governo socialista spagnolo. Con un occhio alla sala del Tribunale Supremo, dove questa mattina si apre lo storico processo ai leader indipendentisti catalani, il premier Pedro Sánchez attende però soprattutto la sessione parlamentare di mercoledì: se i partiti secessionisti di Barcellona - che nel giugno scorso lo aiutarono a mandare a casa il governo Rajoy con il loro “sì” alla mozione di censura - non ritireranno l’annunciato veto alla legge di bilancio, la legislatura si potrà dichiarare formalmente conclusa. Con oltre un anno di anticipo.

E del resto è stato proprio Sánchez a mettere sull’avviso i recalcitranti soci del suo esecutivo di minoranza. Se si va ora alle urne – è la sostanza del messaggio – potrebbe essere peggio per tutti: forse per lo stesso Psoe del premier (da mesi è in testa nei sond…
MADRID - Sono ore decisive, quarantott’ore che possono segnare il destino del governo socialista spagnolo. Con un occhio alla sala del Tribunale Supremo, dove questa mattina si apre lo storico processo ai leader indipendentisti catalani, il premier Pedro Sánchez attende però soprattutto la sessione parlamentare di mercoledì: se i partiti secessionisti di Barcellona - che nel giugno scorso lo aiutarono a mandare a casa il governo Rajoy con il loro “sì” alla mozione di censura - non ritireranno l’annunciato veto alla legge di bilancio, la legislatura si potrà dichiarare formalmente conclusa. Con oltre un anno di anticipo.

E del resto è stato proprio Sánchez a mettere sull’avviso i recalcitranti soci del suo esecutivo di minoranza. Se si va ora alle urne – è la sostanza del messaggio – potrebbe essere peggio per tutti: forse per lo stesso Psoe del premier (da mesi è in testa nei sondaggi, ma vede la destra crescere come la schiuma), ma soprattutto per le ambizioni indipendentiste della Catalogna. A Barcellona hanno già sofferto la ricetta Rajoy, con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione che commissariava di fatto le istituzioni regionali. Con una futura destra di governo che inglobasse anche gli ultras di Vox, le cose potrebbero andare decisamente peggio. L’incontenibile leader Santiago Abascal ha appena inserito tra le opzioni per “risolvere” il problema catalano l’arresto del presidente Quim Torra e la sospensione dell’autonomia regionale. Una delle tante stonature in un fronte della destra che cerca con non pochi inciampi le ragioni per stare unito in vista di un’ineluttabile alleanza post-elettorale.

Lo si è visto in maniera graficamente chiara sul palco della manifestazione di domenica scorsa sulla Plaza de Colón di Madrid convocata per «difendere l’unità della Spagna» contro il «traditore» Sánchez, poco meno che un venduto ai «golpisti» catalani. Una “photo opportunity” che si è trasformata in un’opportunità mancata. L’accordo era che sulla scena si presentassero solo i tre leader, Pablo Casado per il Partito Popolare, Santiago Abascal per Vox, Albert Rivera per Ciudadanos. Quest’ultimo ha preferito però portarsi sul palco una folta schiera di collaboratori, pronti a formare una sorta di pannello divisorio per tenerlo lontano da Abascal, trattato alla stregua di un paria. Obiettivo raggiunto, se il timore era quello che l’immagine potesse essere utilizzata da qualcuno a fini elettorali.

Ma al di là delle foto, la realtà dimostra che alla prima occasione pratica le tre formazioni della destra hanno già sancito la loro “unione di fatto”: è accaduto in Andalusia, dove Pp e Ciudadanos non hanno avuto remore a congiungersi con Vox per mandare all’opposizione i socialisti che governavano da 36 anni. Le residue diffidenze reciproche sono legate al timore che l’ultimo arrivato – il campione della “destra senza complessi” – possa rosicchiare terreno al penultimo (Rivera è affidabile per chi vuole mano dura contro il secessionismo catalano, ma poco connotato ideologicamente) e ancor più alla formazione storica della destra, il Pp. Per questo il leader Pablo Casado cerca di imprimere una svolta sempre più radicale alla linea del partito.

Nei giorni scorsi è arrivato a rispolverare un termine antico, “fellone”, per definire il premier Sánchez. «Casado spaventa già tanto quanto Abascal. E i due insieme non ti dico», sintetizza Iñaki Gabilondo, la voce più autorevole del giornalismo radio-televisivo spagnolo. Il capo del governo è cosciente del pericolo, ma spera che la competizione all’interno della destra per il primato nel fare la voce grossa finisca per provocare un sussulto della Spagna aperta e tollerante. L’ultima speranza di evitare il ritorno alle urne (potrebbe essere il 26 maggio, lo stesso giorno di Europee, Comunali e Regionali, ma ieri per la prima volta è stata avanzata l’ipotesi del 14 aprile) è affidata ai deputati dei due gruppi catalani alle Cortes, che hanno in mano la chiave per l’approvazione del bilancio dello Stato. Ma non ci poteva essere momento meno indicato per ragionare a mente fredda. Da questa mattina, davanti ai giudici del Tribunale Supremo, siederanno come imputati di reati gravissimi – dalla sedizione alla ribellione – dodici tra i più rappresentativi leader del movimento indipendentista. Un processo storico che può inasprire le tensioni sociali e cambiare le sorti del rapporto tra Madrid e Barcellona.